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GDPR: guida definitiva alla regolamentazione Europea

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Se gestisci un sito web probabilmente dopo il 25 maggio 2018 ti sarai confrontato con uno dei temi più controversi ed enigmatici degli ultimi mesi: il GDPR.

Nel giro di qualche mese la parola “GDPR” è diventata una “buzzword” che in tanti hanno utilizzato senza aver effettivamente compreso il significato.

Dopo l’incertezza iniziale, la maggior parte degli imprenditori digitali ha progressivamente dimenticato l’importanza del tema GDPR ritenendo (erroneamente) che si trattasse di un problema poco rilevante.

L’adeguamento al GDPR è divenuto un tema poco “cool”, lasciando spazio ad argomenti più freschi ed interessanti.
Eppure il Garante della Privacy lavora sottotraccia e si prepara ad effettuare numerosi controlli su tutto il territorio italiano; devi sapere, infatti, che il prossimo 19 maggio 2019 scadrà il periodo di tolleranza applicato per l’erogazione di sanzioni amministrative.

Per questo motivo abbiamo deciso di realizzare una guida sul tema privacy e sul GDPR per chiarire in modo definitivo tutti gli adempimenti ed i rischi connessi a questo argomento complesso.

Che cos’è il GDPR

Il termine GDPR contiene le iniziali delle parole inglesi “General Data Protection Regulation” che significano letteralmente “Regolamento generale per la protezione dei dati personali”.

Pertanto il termine GDPR non identifica una parola utilizzata nel settore del marketing (come “ROI” o “KPI”) ma bensì un testo normativo. Il GDPR infatti è un regolamento europeo divenuto operativo negli Stati membri dell’Unione Europea in data 25 maggio 2018.

Il legislatore europeo ha deciso di utilizzare uno strumento molto incisivo e cioè un “regolamento” per disciplinare in modo omogeneo il trattamento dei dati personali. I regolamenti, infatti, si caratterizzano per essere direttamente applicabili negli Stati membri al pari delle leggi nazionali; questo significa che quando il Parlamento europeo approva un regolamento, tale atto diventa vincolante nel nostro Paese come se fosse una legge emanata dal Parlamento italiano.

Questa situazione ha generato un vero e proprio “allarme gdpr” dal momento che molte aziende e professionisti si sono dovuti affrettare per adeguarsi il prima possibile alla normativa europea. Il GDPR, infatti, ha avuto un impatto significativo per tutti coloro che gestiscono un sito web e trattano quotidianamente i dati dei loro utenti; sono ancora molte le imprese italiane che non risultano conformi alle regole del GDPR e che devono completare il processo di adeguamento.

A tale proposito si parla infatti di “compliance al GDPR” da parte dei soggetti obbligati.

Ma cosa vuole dire essere compliance al GDPR?

Il termine “compliance” significa letteralmente “conformità” ed in questo caso indica la corrispondenza della propria attività con le regole inderogabili indicate nel GDPR. Se vuoi sapere cosa devi fare per rendere il tuo sito internet “compliance” al GDPR continua a leggere questa guida.

Come è composto il GDPR?

Il GDPR è un regolamento composto da 99 articoli e si divide in 11 parti (CAPI) che trattano i seguenti argomenti:

  • Disposizioni generali
  • Principi
  • Diritti dell’interessato
  • Titolare del trattamento e responsabile del trattamento
  • Trasferimenti di dati personali verso paesi terzi o organizzazioni internazionali
  • Autorità di controllo indipendenti
  • Cooperazione e coerenza
  • Mezzi di ricorso, responsabilità e sanzioni
  • Disposizioni relative a specifiche situazioni di trattamento
  • Atti delegati e atti di esecuzione
  • Disposizioni finali

I 99 articoli del GDPR sono preceduti da 173 paragrafi che prendono il nome di “Considerando”; Una corretta applicazione delle regole del GDPR non può prescindere dall’attenta analisi dei “considerando”.

Ma cosa sono i “Considerando” del GDPR?

Si tratta di indicazioni di fondamentale importanza che aiutano a capire meglio il testo del GDPR; pertanto, per comprendere come adeguarsi al regolamento europeo è necessaria una lettura integrata e ragionata dei Considerando e degli articoli.

Quali dati protegge il GDPR?

Il GDPR disciplina il trattamento dei “dati personali” di soggetti che si trovano all’interno dell’Unione Europea.

Per dato personale si intende qualsiasi informazione riguardante una persona fisica identificata o identificabile.
Per “identificabile” si intende la persona fisica che può essere riconosciuta, direttamente o indirettamente. Ad esempio, una foto oppure il riferimento al nome e cognome consentono di identificare una persona in modo diretto; mentre l’indicazione del codice fiscale o dell’indirizzo IP del computer sono elementi che permettono di risalire indirettamente all’identità di una persona.

Il GDPR offre una tutela speciale ai c.d. “dati sensibili” e cioè quei dati personali idonei a rivelare l’origine razziale ed etnica, le convinzioni religiose, filosofiche o di altro genere, le opinioni politiche, l’adesione a partiti, sindacati, associazioni od organizzazioni a carattere religioso, filosofico, politico o sindacale. Tuttavia nel regolamento europeo questi dati non vengono definiti sensibili come in passato ma vengono semplicemente chiamati “categorie particolari di dati personali”.

Cambia il nome ma non la sostanza: il GDPR tutela i dati sensibili (o dati particolari) introducendo specifiche limitazioni al loro trattamento.

Il regolamento europeo fa rientrare in questa categoria anche i seguenti dati:

  • Dati genetici: ottenuti tramite analisi di DNA ed RNA da un campione biologico della persona fisica;
  • Dati biometrici: come ad esempio le impronte digitali, grazie ai quali è possibile identificare una ed una sola persona fisica;
  • Dati sulla salute: sono le informazioni relative allo stato di salute fisica e/o mentale di un soggetto comprese tutte le diagnosi passate, attuali o future.

Sarà importante ricordarlo se effettui attività di marketing per aziende mediche o farmaucetiche.

La persona a cui si riferiscono i dati oggetto del trattamento si definisce “interessato“.
È importante ricordare che l’interessato può essere solo una persona fisica e non un’azienda.

Quali sono i soggetti obbligati?

Il GDPR si applica a 3 categorie di soggetti:

  • i privati e le società che trattano dati personali di soggetti che si trovano all’interno dell’Unione Europea;
  • i privati e le società indipendentemente dal fatto che il trattamento stesso sia effettuato o meno nell’UE;
  • i privati e le società stabiliti al di fuori dell’Unione Europea ma che trattano dati personali di soggetti che si trovano nell’Unione Europe.

Ai fini dell’applicazione o meno del GDPR vengono adottati due criteri.

Il primo è il c.d. “Establishment Criterion” e cioè il principio di “stabilimento”.
In questo caso ciò che conta, per innescare l’applicazione del GDPR è la presenza in Europa del soggetto che tratta i dati personali per mezzo di uno stabilimento. Un’informazione da ricordare se svolgi attività di marketing per grandi multinazionali. Lo stabilimento implica l’effettivo e reale svolgimento di attività nel quadro di un’organizzazione stabile. Quindi se la sede o una filiale della tua azienda si trova in Italia, Francia, Spagna o altro paese dell’Unione Europea devi rispettare le regole del GDPR.

Il secondo criterio adottato è quello Il “Targeting Criterion”, e cioè il principio della collocazione fisica e geografica di tutti i soggetti destinatari del trattamento. Infatti Il GDPR si applica quando:

  • il trattamento si riferisce all’offerta di beni o servizi a soggetti interessati dell’UE;
  • il trattamento coinvolge il monitoraggio del comportamento di soggetti interessati dell’UE.

Quindi anche se ad esempio la sede della tua azienda si trova in America o in Australia ma tratti dati personali di soggetti che si trovano nell’Unione Euroepa (attività di profilazione, remarketing, retargeting etc) devi rispettare le regole del GDPR.

Andando avanti ti spiegheremo questo concetto in modo più approfondito.
Il GDPR, invece, non si applica al trattamento dei dati personali di persone decedute o di persone giuridiche.

Non rientrano nel regolamento neppure i dati trattati per motivi strettamente personali o per attività svolte in casa a condizione che non vi sia alcun legame con attività professionali o commerciali.

L’accountability

Il GDPR si fonda sul “principio dell’accountability“.
Tale termine significa letteralmente “rendicontazione” e si riferisce alla responsabilità che incombe sul titolare del trattamento il quale in qualunque momento deve essere in grado di dimostrare (cioè “dare conto”) di avere rispettato il GDPR.

Infatti, il titolare del trattamento mette in atto misure tecniche e organizzative adeguate per garantire, ed essere in grado di dimostrare, che il trattamento dei dati personali è effettuato conformemente al Regolamento. Se possiedi un sito web e tratti dati personali devi dimostrare di essere stato responsabile e cioè di avere rispettato il principio dell’”accountability”.

E’ questo il vero obiettivo principale del regolamento europeo: se riesci a dimostrare la tua “accountability” eviterai certamente il rischio di sanzioni.

A tal fine dovrai svolgere una serie di attività; ad esempio la nomina del DPO nei casi in cui è previsto, l’adozione di misure di sicurezza per la protezione dei dati (antivirus, misure di salvataggio dei dati etc).

Molto probabilmente il tuo sito rispetta questi requisiti ma come farai a dimostrarlo se il Garante decide di effettuare dei controlli?

Per questo motivo devi essere in grado di produrre la documentazione necessaria in cui spieghi il perché delle tue scelte, in cui valuti i rischi ed in cui adotti le opportune soluzioni. Tale impegno è valutato in modo positivo dal Garante della privacy, e riduce al minimo il rischio di sanzione.

Che cos’è il Codice della Privacy

Il codice della privacy è stato emanato nel nostro Paese con il Decreto legislativo del 2003, n. 196 e rappresenta il principale documento giuridico in materia di trattamento dei dati personali.

Tuttavia dopo l’entrata in vigore del GDPR a partire dal 25 maggio 2018, è stato necessario modificare alcune disposizioni del codice della Privacy in contrasto con il regolamento europeo.
A tale proposito è stato emanato il Decreto legislativo del 2003, n. 196 che ha profondamente modificato il vecchio testo del codice della privacy.

Rapporto tra GDPR e Codice Privacy

Il GDPR non ha sostituito il codice della privacy ma lo ha integrato e modificato.

Pertanto, in materia di trattamento dei dati personali nel nostro Paese è necessario rispettare sia le norme del GDPR, in quanto direttamente applicabili, sia quelle del Codice della Privacy recentemente modificato dal D.lgs 2018 n. 101.

Che cosa significa trattamento dei dati

Per “trattamento dei dati personali” si intende qualsiasi operazione (o insieme di operazioni) avente ad oggetto i dati personali.

Il GDPR contiene un elenco molto esaustivo di attività che possono coinvolgere i dati personali:

  • la raccolta;
  • la registrazione;
  • l’organizzazione;
  • la strutturazione;
  • la conservazione;
  • l’adattamento o la modifica;
  • l’estrazione;
  • la consultazione;
  • l’uso;
  • la comunicazione mediante trasmissione;
  • diffusione o qualsiasi altra forma di messa a disposizione;
  • il raffronto o l’interconnessione;
  • la limitazione;
  • la cancellazione o la distruzione.

Queste operazioni possono essere effettuate con o senza l’utilizzo di strumenti informatici.

Pertanto se svolgi delle campagne pubblicitarie per conto di un tuo cliente, stai trattando i dati personali di tutti i soggetti coinvolti nell’attività di marketing. In questo caso ricorda che tu sei il responsabile del trattamento; mentre il titolare del trattamento rimane il tuo cliente.

Se invece esegui delle campagne pubblicitarie per il tuo sito allora sei tu il titolare del trattamento.

Che cos’è la base giuridica

Per “base giuridica” si intende l’insieme delle condizioni grazie alle quali il trattamento dei dati personali può essere considerato lecito.

Il GDPR indica quali sono tali condizioni e quali caratteristiche devono presentare (articolo 13 del GDPR).
Le basi giuridiche individuate dal Regolamento europeo sono:

  • Il consenso dell’interessato che autorizza il trattamento dei dati personali.
  • L’ adempimento di un obbligo contrattuale quando il trattamento dei dati è necessario per l’esecuzione di un contratto.
  • L’adempimento di un obbligo di legge quando il trattamento dei dati è necessario per rispettare un adempimento imposto dalle legge (ad esempio l’obbligo per le banche di segnalare i cattivi pagatori alla Centrale Rischi)
  • La salvaguardia degli interessi vitali dell’interessato o di un’altra persona fisica (ad esempio è necessario chiamare l’autoambulanza per salvare la vita di una persona e comunicare i suoi dati personali).
  • La presenza di un interesse legittimo del titolare del trattamento o di terzi. In questo caso occorre fare un bilanciamento tra diritto dell’interessato ed interesse legittimo del titolare del trattamento (ad esempio se un cliente ottiene un prestito da una finanziaria e successivamente non paga, la finanziaria ha il legittimo interesse di conoscere il nuovo indirizzo del debitore anche senza il suo consenso).
  • La presenza di un interesse pubblico o connesso all’ esercizio di pubblici poteri. La finalità in questo caso deve essere specificata per legge (ad esempio il trattamento dei dati personali effettuato all’interno delle istituzioni scolastiche).

Se gestisci un sito web la base giuridica che ti riguarda più da vicino è “il consenso” dell’interessato al trattamento dei suoi dati personali.

Per rispettare il GDPR dovrai fare 2 cose:

  • acquisire il consenso dei soggetti coinvolti nella tua attività di marketing;
  • dimostrare in qualsiasi momento di avere acquisito tale consenso rispettando le regole del GDPR.

Come dovrebbe essere espresso il consenso

Chiunque tratta dei dati personali prima di compiere qualsiasi attività deve ottenere il consenso dell’interessato. Per consenso si intende qualsiasi manifestazione di volontà con cui l’interessato esprime il proprio assenso al trattamento dei dati personali che lo riguardano.

Il GDPR (art. 4) individua le caratteristiche che deve avere tale manifestazione di volontà ed è molto rigido su questo punto. La dichiarazione con cui l’interessato esprime il suo consenso deve essere:

  • libera: l’interessato non deve subire costrizioni;
  • specifica: l’interessato deve prestare il suo consenso per ogni singola attività avente ad oggetto i suoi dati personali e per ogni singola finalità perseguita.

Devi stare molto attento a questo aspetto perché se il trattamento ha più finalità, il consenso deve essere prestato per ognuna di esse. Ad esempio se sul tuo sito richiedi sia l’iscrizione alla newsletter sia l’iscrizione ad un videocorso devi ottenere dall’interessato due consensi separati perché si tratta di attività che perseguono finalità diverse.

Inoltre ricorda che se il consenso dell’interessato è richiesto attraverso mezzi elettronici (form di contatto, iscrizione a newsletter, form per scaricare guide gratuite) la richiesta deve essere chiara, concisa e inoltre:

  • informata: l’interessato deve conoscere alcune informazioni necessarie affinché tu possa acquisire un valido consenso (la c.d. informativa). Infatti è preferibile inserire sul sito due check box separati; uno con cui l’utente dichiara che di aver letto la policy privacy (l’informativa) ed un altro con cui autorizza il trattamento dei suoi dati. Tuttavia se usi le parole giuste puoi inserire un solo check box.
  • inequivocabile: l’interessato deve esprimere una dichiarazione orale o scritta, svolta anche per via elettronica oppure compiere un’azione attiva, concludente. Di conseguenza, l’inattività e il silenzio non sono sufficienti per esprimere un valido consenso. A tale proposito ricorda che non costituiscono manifestazione del consenso i form precompilati o le caselle già prespuntate.

Dopo avere ottenuto il consenso dell’interessato devi essere in grado in qualsiasi momento di dimostrare al Garante della privacy di averlo attenuto (c.d. consenso verificabile).

Il GDPR stabilisce che chi acquisisce il consenso al trattamento dei dati personali (il titolare del trattamento) deve essere in grado di dimostrare l’avvenuta acquisizione. Per tale motivo è importante integrare un sistema di tracciamento dei check box.

I soggetti nel GDPR

Soffermiamoci adesso a definire i vari soggetti interessati nel GDPR.

Chi è il titolare del trattamento?

Il Titolare del trattamento (data controller) è colui che determina le finalità e i mezzi del trattamento dei dati personali.

Il titolare del trattamento è la persona che decide come e perché devono essere trattati i dati (non riceve istruzioni da nessuno).

Sul titolare del trattamento incombono tutti gli obblighi previsti dal GDPR e le relative responsabilità.

In particolare gli obblighi del titolare del trattamento sono:

  • adozione delle misure tecniche e organizzative adeguate per garantire, la tutela dei diritti dell’interessato;
  • dovere di riservatezza dei dati, inteso come dovere di non utilizzare, comunicare o diffondere i dati al di fuori del trattamento;
  • designazione del responsabile del trattamento;
  • redazione del registro delle attività di trattamento;
  • formazione del personale;
  • inviare comunicazioni al Garante nei casi previsti (violazione dei dati personali o anche “data breach”).

Nel settore privato il titolare del trattamento può essere una persona fisica oppure una persona giuridica.

È possibile che coesistano più titolari del trattamento (contitolari o jointes controllers) che decidono congiuntamente di trattare i dati per una finalità comune; ognuno avrà i suoi compiti e le sue responsabilità indicati in un apposito atto scritto.

Quindi se il sito web che gestisci è di tua proprietà, e sei tu a prendere tutte le decisioni relative all’attività di marketing e alla profilazione degli utenti, sarai tu il titolare del trattamento.

Chi è il responsabile del trattamento?

Il responsabile del trattamento (data processor) è colui che elabora i dati personali per conto del titolare del trattamento.

Si tratta di un soggetto distinto dal titolare che deve essere in grado di garantire il rispetto delle norme della privacy in termini di conoscenza specialistica ed affidabilità.

I principali obblighi del responsabile del trattamento sono:

  • garantire la sicurezza e riservatezza dei dati;
  • avvisare il titolare in caso di violazione dei dati personali;
  • assistere e consigliare il titolare del trattamento in materia di dati personali.

Il titolare del trattamento risponde della gestione effettuata dal responsabile.

Ad esempio sono responsabili del trattamento i tuoi collaboratori che gestiscono per conto tuo le campagne pubblicitarie o le attività di email marketing.

Chi è il DPO?

Il DPO (“Data Protection Officer” – Responsabile della protezione dei dati) è una figura introdotta dal GDPR per garantire l’effettivo rispetto delle regole in materia di trattamento dei dai personali (art 37).

Il DPO, infatti, svolge il ruolo di supervisore in tema di privacy e rappresenta un punto di riferimento per il titolare ed il responsabile del trattamento.

Il GDPR prevede che il DPO abbia determinate qualità professionali e capacità; in particolare deve avere una conoscenza specialistica della normativa e delle prassi in materia di protezione dei dati nonché delle norme e delle procedure amministrative che caratterizzano il settore.

Il DPO può essere un soggetto sia interno che esterno all’organizzazione aziendale, può essere un dipendente del titolare o del responsabile del trattamento oppure assolvere i suoi compiti in base a un contratto di servizi. Il titolare del trattamento deve tenere in considerazione 4 aspetti fondamentali per la nomina del DPO:

  • preparazione specialistica: il DPO deve avere competenza in materia di tutela della privacy;
  • esperienza: il DPO deve avere abilità e capacità acquisite grazie all’esperienza su campo; in particolare si richiedono abilità informatiche e di problem solving;
  • aggiornamento: il DPO deve svolgere una formazione continua, poiché si tratta di una materia flessibile oggetto di una costante evoluzione;
  • imparzialità: il DPO non deve trovarsi in una situazione di conflitto di interesse ma deve essere una figura indipendente al di sopra delle parti.

La nomina del DPO richiede lo svolgimento di 2 attività fondamentali:

  • redazione di un atto di nomina del DPO;
  • comunicazione del nominativo del DPO al Garante della Privacy attraverso una specifica procedura.

Il Registro delle attività di trattamento

Il Registro delle attività di trattamento è un documento che contiene le principali informazioni su come vengono trattati i dati personali da parte del titolare.

Tale documento rappresenta uno dei principali strumenti attraverso il quale il titolare rispetta il principio dell’accauntability previsto dal GDPR; attraverso il registro, infatti, viene fornito un quadro aggiornato dei trattamenti posti in essere all’interno della propria organizzazione.

Il documento deve avere la forma scritta, anche elettronica, e deve essere esibito su richiesta del Garante della Privacy.

Il contenuto del Registro delle attività di trattamento è indicato dallo stesso GDPR (art. 4). In particolare tale documento deve contenere:

  • il nome e i dati di contatto del titolare del trattamento;
  • le finalità del trattamento (ad esempio il trattamento dei dati per fornire una consulenza oppure per l’invio di contenuti di testo, audio, video su temi riguardanti i servizi offerti all’interno del proprio sito web);
  • la descrizione delle categorie di interessati e (ad esempio società, professionisti o privati);
  • la descrizione delle categorie di dati personali (ad esempio email o numero di telefono);
  • le categorie di destinatari a cui i dati personali siano stati o saranno comunicati, compresi i destinatari di paesi terzi (ad esempio personale interno o professionisti esterni);
  • se presenti, i trasferimenti di dati personali verso paesi terzi e la loro identificazione (qualora ciò non avvenga deve essere specificato);
  • i termini ultimi previsti per la cancellazione delle diverse categorie di dati (è sempre meglio indicare in modo specifico il periodo temporale di riferimento ad esempio 6 mesi o 4 mesi a seconda delle finalità perseguite dal titolare);
  • una descrizione generale delle misure di sicurezza tecniche e organizzative (ad esempio gli strumenti di lavoro utilizzati, i sistemi operativi adoperati).

Che cos’è la DPIA?

La DPIA (“Data Protection Impact Assessment” o “Valutazione d’Impatto sulla Protezione dei Dati”) è un documento attraverso il quale il titolare effettua l’analisi dei rischi derivanti dai trattamenti posti in essere.

La DPIA contiene:

  • una valutazione delle conseguenze derivanti dal trattamento dei dati sulle libertà e sui diritti degli interessati;
  • l’individuazione delle misure necessarie per ridurre l’eventuale rischio.

Il titolare, insieme al responsabile del trattamento, deve effettuare tale valutazione prima di iniziare il trattamento dei dati (valutazione preventiva).

Inoltre egli deve consultarsi col DPO sulla necessità di redazione del documento; il DPO a sua volta ha il compito di fornire, se richiesto, un parere in merito alla valutazione di impatto e sorvegliarne lo svolgimento.

Nel caso in cui il titolare non concordi con le indicazioni del DPO dovrà motivare e documentare il suo dissenso.
Il contenuto della DPIA è indicato nel GDPR; in particolare il documento deve contenere:

  • una descrizione sistematica dei trattamenti previsti e delle finalità del trattamento,
  • una valutazione della necessità e proporzionalità dei trattamenti in relazione alle finalità;
  • una valutazione dei rischi per i diritti e le libertà degli interessati;
  • le misure previste per affrontare i rischi.

Chi deve redigere i documenti previsti dal GDPR (Registro delle attività di trattamento e DPIA)?

La responsabilità di redazione della DPIA e del Registro delle attività di trattamento spetta al titolare.

La redazione di tali documenti deve essere effettuata dal titolare insieme al responsabile delle attività di trattamento. Sia la DPIA che il Registro devono essere firmati da entrambi.

Nella redazione di tali documenti il titolare ed il responsabile possono farsi assistere da soggetti interni o esterni all’organizzazione e che siano professionisti del settore (ad esempio esperti in diritto della privacy, responsabile della sicurezza dei sistemi informativi e del responsabile IT).

Ogni quanto tempo bisogna aggiornare i documenti previsti dal GDPR?

Il GDPR non indica un periodo di tempo specifico decorso il quale il Registro delle attività di trattamento o la DPIA devono essere aggiornati.

Il Regolamento europeo stabilisce però che è necessario effettuare attività periodiche di aggiornamento del Registro e delle misure adottate (art. 24).

Il registro deve essere mantenuto costantemente aggiornato poiché il suo contenuto deve sempre corrispondere all’effettività dei trattamenti posti in essere.

Qualsiasi cambiamento in ordine alle modalità, finalità, categorie di dati, categorie di interessati, deve essere immediatamente inserito nel Registro, dando conto delle modifiche sopravvenute.

Il registro infatti deve recare “in maniera verificabile” sia la data della sua prima istituzione sia la data dell’ultimo aggiornamento.

La stessa cosa vale per la DPIA che deve essere aggiornata quando vengono modificate le misure di sicurezza adottate, i processi di gestione, i software utilizzati.

Pertanto se sei il titolare del trattamento devi effettuare verifiche periodiche sui trattamenti eseguiti (privacy by default). Inoltre devi dimostrare di avere svolto l’attività di aggiornamento conservando le evidenze dell’attività eseguite, i documenti utilizzati, i piani di adeguamento in corso.

Il diritto della portabilità dei dati

Il GDPR riconosce un nuovo diritto in capo al soggetto interessato: il diritto alla portabilità dei dati (art. 20).

In base a questo diritto l’interessato può chiedere al titolare del trattamento che i dati a lui forniti siano trasmessi, senza impedimenti, o a sé stesso o ad altro titolare da lui indicato.

Il Regolamento europeo riconoscendo questo diritto persegue 2 finalità:

  • aumentare il controllo dell’interessato sui suoi dati personali;
  • facilitare la circolazione dei dati all’interno dell’Unione Europea.

Il GDPR prevede che su richiesta dell’interessato il titolare deve trasmettere i dati attraverso un formato strutturato, di uso comune e leggibile da un dispositivo automatico. Questo significa che i dati non possono essere trasmessi tramite supporto cartaceo.

Ogni interessato può esercitare il diritto alla portabilità dei dati in presenza di 2 condizioni:

  • l’interessato deve aver espresso in precedenza il suo consenso al trattamento dei dati personali;
  • il trattamento dei dati deve essere effettuato con mezzi automatizzati. Sono esclusi quindi i dati conservati in archivi ed elenchi cartacei.

Pertanto, se sei il titolare del trattamento, su richiesta dell’interessato devi attivarti per garantire l’esercizio di questo suo diritto. In particolare devi compiere queste attività:

  • devi informare gli interessati dell’esistenza del diritto in questione;
  • devi rispondere alla richiesta dell’interessato in tempi ragionevoli;
  • devi adottare modalità che favoriscano la trasmissione dei dati. Ad esempio, devi dare all’interessato la possibilità di scaricarli o di trasferirli direttamente ad un altro titolare utilizzando messaggistica e server sicuri.

La sicurezza del trattamento

Il GDPR introduce l’obbligo per il titolare del trattamento di mettere in atto misure tecniche e organizzative adeguate a garantire la sicurezza dei dati personali (art. 32).

A tal fine il titolare deve trattare i dati personali in modo sicuro senza ledere il diritto alla privacy degli interessati.

Il GDPR prevede che il titolare del trattamento non ha soltanto un obbligo di custodia dei dati personali ma deve anche adoperarsi per evitare che essi vadano persi o distrutti o violati (art. 5 e art 32 GDPR). In particolare il GDPR suggerisce 3 strumenti che il titolare del trattamento deve utilizzare:

  • la pseudonimizzazione e la cifratura dei dati personali;
  • l’utilizzo di strumenti che assicurano la riservatezza, l’integrità, la disponibilità, la resilienza dei sistemi e dei servizi di trattamento (Procedure e programmi di backup, strumenti di analisi dei log e di monitoraggio dei sistemi di ripartenza o recovery);
  • l’utilizzo di strumenti che consentono di ripristinare tempestivamente la disponibilità e l’accesso dei dati personali in caso di incidente fisico o tecnico (il recupero dei dati salvati – più o meno quello che viene garantito da programmi come Dropbox).

Quindi se sei il titolare del trattamento devi controllare che non ci siano lacune all’interno della tua organizzazione e devi adoperarti concretamente per tutelare i dati personali degli interessati.

Ricorda, inoltre, che devi indicare le misure di sicurezza adottate sia all’interno del Registro delle attività di trattamento, sia all’interno della DPIA e ogni volta che utilizzi un programma o software diverso devi aggiornare tali documenti.

Che cos’è la pseudonimizzazione?

La pseudonimizzazione o cifratura è una tecnica che permette di conservare i dati personali senza identificare il soggetto cui essi si riferiscono.

Per identificare tale soggetto è necessario utilizzare informazioni aggiuntive che devono essere conservate separatamente utilizzando specifiche misure tecniche e organizzative.

Tali misure devono garantire che i dati personali non siano attribuiti a una persona fisica identificata o identificabile. In pratica il titolare deve conservare le informazioni di identificazione (ed eventualmente di profilazione) in maniera tale che non siano riconducibili a una ben precisa persona.

Ad esempio il titolare può utilizzare un sistema crittografato mediante l’impiego di una chiave d’accesso; in questo modo, le informazioni contenute in quel file saranno mascherate, protette e lette solo dalle persone che avranno a disposizione la chiave d’accesso.

Inoltre le 2 principali tecniche di pseudonimizzazione sono:

  • il Data Masking: è una tecnica che consiste nel nascondere i dati personali originali con dati fittizi (ad esempio può prevedere la sostituzione dei dati con dati simili, la sostituzione dei dati con dati casuali o il rimescolamento dei dati fra loro). I dati devono rimanere validi alla fine dei cicli di test e devono sempre essere utili e fruibili per le attività necessarie allo sviluppo del business del titolare.
  • l’aggregazione: è una tecnica che permette di inserire il singolo individuo all’interno di un cluster anonimizzato. In questo modo il titolare impedisce l’identificazione del soggetto, ma può comunque effettuare operazioni di profilazione e di individuazione di gruppi/target estesi. Quindi se sei il titolare del trattamento, e decidi di usare la tecnica della “pseudonimizzazione” dei dati, riuscirai a proteggere i dati dei tuoi clienti in modo conforme alle norme del GDPR.

Responsabilità in caso di violazione dei dati personali.

L’unico responsabile nel caso in cui non vengano rispettate le disposizioni del GDPR è il titolare del trattamento.

Il principio dell’accauntability pone tale figura al centro di tutta la normativa; infatti è il titolare a decidere le modalità e le finalità del trattamento a mettere in atto le misure tecniche e organizzative adeguate per garantire, ed essere in grado di dimostrare, che il trattamento è effettuato conformemente al regolamento (art 24).

La responsabilità di garantire il rispetto del GDPR ricade quindi solo sul titolare del trattamento o sul responsabile del trattamento (art. 82). Il responsabile, infatti, risponde per il danno causato dal trattamento solo in caso di non corretto adempimento dei suoi obblighi oppure se ha agito in modo difforme rispetto alle istruzioni del titolare del trattamento.

Il considerando n. 28 prevede in capo al responsabile un dovere di verifica e controllo generale con conseguente responsabilità, in solido col titolare, nelle ipotesi di omesso controllo o omessa informazione.

Il DPO invece è responsabile in caso di violazione dei suoi obblighi di consulenza e assistenza solo nei confronti del titolare del trattamento.

Le sanzioni del DPO possono essere di 2 tipi:

  • contrattuali: il titolare del trattamento può richiedere il risarcimento del danno al DPO se lo stesso DPO è un soggetto esterno;
  • contrattuali e/o disciplinari: se il DPO è un dipendente o collaboratore del titolare del trattamento quest’ultimo può adottare delle sanzioni disciplinari (interne all’azienda).

In ogni caso il titolare del trattamento rimane l’unico soggetto responsabile del rispetto della normativa vigente.

Quindi se gestisci un sito web e sei il titolare del trattamento sarai tu a rispondere di fronte al Garante della Privacy.

Questo succede anche se la violazione è stata commessa per colpa del DPO; successivamente potrai eventualmente agire nei suoi confronti a causa del danno subito (a condizione che il DPO abbia effettivamente contribuito a causare il danno).

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Comitato Europeo per la Protezione dei Dati: cos’è?

Il Comitato Europeo per la Protezione dei Dati (EDPB – European Data Protection Board) è un organismo indipendente che fornisce pareri e chiarimenti in materia di tutela della Privacy; il suo intervento è costante ed avviene attraverso la pubblicazione di Linee guida che tutti i titolari e responsabili del trattamento devono rispettare.

Il Comitato Europeo per la Protezione dei Dati ha sostituito il famoso “Gruppo di Lavoro ex art. 29” della Direttiva 95/46 relativa alla tutela delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali, nonché alla libera circolazione di tali dati.

Tale Direttiva è stata abrogata dal GDPR.

Le Linee Guida del Comitato Europeo per la Protezione dei Dati (ex Gruppo di Lavoro art 29) sono state tradotte in tutte le lingue europee; una corretta applicazione del GDPR, quindi, richiede sia il rispetto delle norme in esso contenute sia l’osservanza delle Linee Guida.

Comitato Europeo per la Protezione dei Dati: perché deve interessarti?

Il Comitato Europeo per la Protezione dei Dati (che ha sostituito il famoso “Gruppo di Lavoro ex art. 29”) viene spesso citato per risolvere alcuni dubbi interpretativi sul diritto della privacy.

In buona sostanza, se il GDPR contiene delle norme vaghe e lacunose, molto probabilmente la risposta sarà contenuta in alcuni pareri espressi dal Comitato.

Come gestore di un sito web è importante che tu conosca l’esistenza di questo organo: alcune decisioni del Garante della Privacy si fondano sui pareri espressi dal Comitato, che risolvono i dubbi interpretativi più significativi contenuti nel GDPR.

Policy Privacy: che cos’è

La “Policy Privacy” spesso anche definita “Informativa sulla Privacy” è un documento che informa gli utenti di un sito web su come il titolare del trattamento userà i loro dati personali.

L’articolo 13 del GDPR prevede che in caso di raccolta di dati personali, il titolare del trattamento deve fornire all’interessato le seguenti informazioni:

  1. l’identità e i dati di contatto del titolare del trattamento;
  2. i dati di contatto del responsabile della protezione dei dati (DPO), ove applicabile;
  3. le finalità del trattamento nonché la base giuridica del trattamento;
  4. il periodo di conservazione dei dati personali;
  5. l’esistenza del diritto dell’interessato di chiedere al titolare del trattamento l’accesso ai dati personali e la rettifica o la cancellazione degli stessi.

Pertanto se gestisci un sito web, un software o una “mobile app”, devi predisporre una Policy Privacy che contenga tutte le informazioni prescritte dall’articolo 13 del GDPR; l’informativa avrà lo scopo di informare i tuoi visitatori su come utilizzerai i loro dati.

Uno degli errori più comuni quando si predispone una Policy Privacy è quello di utilizzare risorse gratuite; tale scelta può rivelarsi molto rischiosa perché non fornisce un servizio completo.

Infatti tutte le risorse gratuite sul web consentono la creazione di un’informativa incompleta senza l’inserimento di tutte le informazioni richieste dall’art. 13 del GDPR.

Allo stesso modo copiare la Policy presente su un altro sito e adattarla al tuo caso può essere una soluzione molto pericolosa; infatti il documento che userai come template è stato creato per regolare una realtà imprenditoriale diversa dalla tua e descriverà attività di trattamento dei dati differenti da quelle che persegue la tua azienda.

Per redigere una Policy Privacy perfetta dovrai seguire le indicazioni prescritte dall’art. 13 del GDPR; la tua policy dovrà contenere:

  1. Tutti i riferimenti normativi richiesti dal GDPR (per quest’attività hai bisogno di un legale);
  2. Tutte le finalità di trattamento che stai perseguendo (per quest’attività è necessario effettuare un’indagine completa);
  3. Tutte le attività di marketing e profilazione che stai eseguendo (per quest’attività è necessario comprendere la tua strategia di comunicazione sul web).

I diritti degli interessati

Uno degli adempimenti più importanti del GDPR è quello di informare gli utenti di un sito web su quali siano i loro diritti.

Pertanto nella Privacy Policy sarà obbligatorio indicare tutte le azioni e le attività che l’interessato potrà esercitare a difesa dei propri dati personali (come la portabilità del dato, il diritto alla cancellazione o il diritto all’oblio).

Fin troppe policy sul web non contengono alcuna informazione su questo punto: si tratta di una grave lacuna che può essere sanzionata dal Garante.

Cookie Policy – Cos’è

La Cookie Policy è un’informativa che descrive in modo dettagliato le regole di tracciamento dei cookies che esegui con il tuo sito web.

In base a quanto prevede la legge, ogni sito web deve possedere un documento che informi i visitatori sulla politica di tracciamento dei cookie.

Cosa sono i cookies?

I cookies sono delle informazioni (sotto la forma di codice web) che un server può inviare ad un dispositivo elettronico connesso alla rete (pc, smartphone o tablet); l’informazione (cioè il cookie) viene inviata dal server quando:

  • un determinato utente visita un sito web;
  • lo stesso utente acconsente al tracciamento del cookie.

Facciamo un esempio concreto: Giorgio (un utente) visita un sito web che parla di marketing; durante la navigazione Giorgio vede apparire una finestra “pop up” che gli chiede di autorizzare il tracciamento dei cookies.

Giorgio clicca sul bottone collocato sulla finestra “pop up” autorizzando il tracciamento dei cookies. Di solito dopo il click la pagina web viene ricaricata ed il server (su cui è hostato il sito web) invia i cookies (sotto forma di codice) nel browser usato da Giorgio.

In una fase successiva, lo stesso server che ha trasmesso i cookies, può leggere e registrare quei frammenti di codice (i cookies appunto) che si trovano sul dispositivo elettronico di Giorgio (pc, smartphone o tablet) per ottenere informazioni di vario tipo.

I cookies possono avere funzioni diverse: in molti casi sono utili perché rendono più semplice e veloce la navigazione (come accade con i cookies tecnici – utilizzati per esempio per salvare le preferenze di lingua o un carrello della spesa).

In altri casi, invece, i cookies sono utilizzati per monitorare gli utenti durante la navigazione; i cosiddetti “cookies di profilazione” che registrano informazioni su ciò che compri o potresti voler comprare, analizzando le tue letture, i tuoi hobby e le tue preferenze di acquisto.

Esistono infine i “cookies di terze parti”, ovvero quelle informazioni che vengono registrate da siti diversi rispetto a quelli che hai visitato; i “cookies di terze parti” vengono utilizzati a scopi di profilazione.

Piccoli accorgimenti tecnici

Non è necessario che la “Cookie Policy” sia inserita in una pagina web separata; è sufficiente che tu informi gli utenti sulla politica di tracciamento dei cookie del tuo sito web creando un’apposita sezione dedicata a questo tema nella tua “Privacy Policy”.

Peraltro la creazione di un unico documento, che contenga sia l’informativa sulla privacy sia l’informativa sui cookie, può essere una scelta più gradita dall’autorità di controllo poiché permette agli utenti di un sito web di acquisire tutte le informazioni di trattamento dei dati in un’unica pagina, migliorando pertanto la “user experience” per tutti i visitatori e la facilità di accesso alle informazioni.

L’attività di marketing per il GDPR

Per lavoro e per deformazione professionale, abbiamo analizzato moltissime privacy policy presenti sul web e abbiamo notato una tendenza frequente: moltissime informative non contengono una descrizione molto specifica sulle attività di marketing svolte dai titolari di trattamento.

Questa pessima abitudine è certamente causata da numerosi fattori: copia e incolla di policy incomplete, utilizzo di software gratuiti, mancata conoscenza della normativa sulla privacy.

Una buona policy privacy deve necessariamente informare tutti i visitatori sulle attività di marketing svolte dal titolare del trattamento.

Se il tuo sito web svolge campagne pubblicitarie sui Social, gli utenti dovranno essere informati su come userai i loro dati; analogamente se svolgi attività di lead generation tutti gli utenti che si iscrivono alla tua newsletter dovranno sapere come gestirai i loro dati personali.

L’attività di profilazione nel GDPR

In numerosi articoli del GDPR si utilizza la parola “profilazione”; senza scendere in definizioni tecniche e astratte, con tale termine si identificano tutte le attività svolte dal titolare del trattamento per misurare le performance delle campagne di marketing.

In poche parole: se svolgi campagne di paid advertising l’attività di profilazione consisterà nella misurazione del rendimento della campagna.

Facciamo un esempio concreto: Mauro (un freelancer) svolge campagne di lead generation su Facebook per acquisire lead per il suo sito di modellismo. Una volta terminata la campagna su Facebook, Mario analizzerà tramite il Business Manager i risultati della sua attività e verificherà quante persone hanno mostrato interesse per la sua inserzione. In questo caso il freelancer scoprirà che gli uomini compresi tra i 35 ed 45 anni, che si trovano nella regione del Lazio, sono più interessati ai suoi prodotti. Ecco l’analisi dei dati eseguita da Mario deve essere qualificata come “attività di profilazione”.

Cosa significa tutto questo?

Devi sapere che se svolgi attività di profilazione (e dunque se misuri il rendimento delle tue campagne di marketing) il GDPR prevede l’obbligo di nominare un DPO (Data Protection Officer) ovvero un Responsabile della Protezione dei dati, a patto che siano presenti alcune condizioni.

Quali sono le condizioni per cui il GDPR prevede l’obbligo di nomina del DPO?

Come già descritto in precedenza, l’art. 37 del GDPR prevede che

Il titolare del trattamento e il responsabile del trattamento designano sistematicamente un responsabile della protezione dei dati ogniqualvolta … le attività principali del titolare del trattamento consistono in trattamenti che … richiedono il monitoraggio regolare e sistematico degli interessati su larga scala.

In questa controversa norma (criticata aspramente da molti legali e imprenditori) si annidano tutti i pericoli di sanzione per gli operatori del marketing.

In sostanza la nomina del DPO è necessaria:

  • quando si effettua attività di profilazione (monitoraggio regolare e sistematico degli interessati);
  • quando l’attività di profilazione è eseguita su “larga scala”.

Questo ultimo termine “larga scala” è certamente l’enigma più misterioso del GDPR.

Cosa si intende per “larga scala”?

Il GDPR non lo dice e non fornisce dei criteri quantificativi e numerici per verificare se l’attività di profilazione è effettuata su larga scala.

Tuttavia la generica formulazione della norma si traduce in un accrescimento del potere discrezionale attribuito al Garante. In altre parole se la norma è generica, allora il suo significato può essere interpretato in modo arbitrario dall’autorità di controllo.

Cosa significa tutto questo in concreto con le attività di marketing?

Ci spieghiamo meglio: se un imprenditore o un freelancer effettua delle campagne di advertising su Facebook su tutta Italia che raccolgono migliaia di lead, potremo certamente affermare che l’attività di profilazione sarà eseguita su “larga scala”.

In questo caso devi nominare il DPO: lo dice il GDPR.

Ma cosa succede se l’attività di profilazione si concentra solo in una regione o addirittura in una sola città? (sappiamo che il Business Manager di Facebook consente questa scelta). In questo caso l’attività di marketing e di profilazione è eseguita su larga scala?

Non è semplice rispondere, proprio perché non abbiamo dei criteri quantitativi; in ogni caso occorrerà eseguire una valutazione ponderata, misurando i risultati della campagna con i dati demografici dell’area geografica interessata.

Insomma non esiste una risposta precisa a questa domanda. Semmai la risposta può essere fornita direttamente dal Garante della Privacy.

Proprio perché la norma è generica e astratta, nulla impedisce al Garante della Privacy (che ricopre la qualifica di organo di controllo sulle attività di trattamento dei dati) di attribuire un significato più preciso alle due parole “larga scala”.

Tuttavia non è il caso di terrorizzarsi: usando il buon senso e chiedendo il parere di un esperto è possibile rispettare la normativa europea senza correre il rischio di sanzioni.

Il Garante è un organo di controllo che svolge la sua funzione pubblica e che persegue l’interesse generale dello Stato. Ci hanno spesso insegnato ad avere fiducia nelle istituzioni: il nostro consiglio è quello di adottare un comportamento prudente per evitare possibili rischi di violazione del GDPR.

Nel dubbio scegli sempre la soluzione più sicura per i tuoi utenti. Il trattamento di migliaia di dati (lead) è un’attività abbastanza rischiosa.

GDPR: le sanzioni

La violazione delle norme contenute nel GDPR può determinare l’applicazione di sanzioni molto severe. Le multe applicate dalle autorità di controllo dipendono da 3 fattori:

  • la gravità della violazione;
  • la durata della violazione;
  • la natura della violazione.

Dalla combinazione di questi 3 elementi il Garante della Privacy può applicare delle sanzioni economiche che di dividono in due categorie.

Sanzione N. 1 = 2% del fatturato o sanzione fino a 10 milioni di euro

L’autorità di controllo può applicare alternativamente:

  • una sanzione pari al 2% del fatturato annuo complessivo dell’azienda che ha commesso la violazione;
  • una sanzione fino a 10 milioni di euro.

Il Garante ha il potere di scegliere una delle due multe, accertando quale sia la maggiore, nei seguenti casi:

  • nel caso in cui il trasgressore non possa assicurare un grado idoneo di sicurezza e non possa dimostrare di aver adottato idonee misure di prevenzione;
  • nel caso in cui il trasgressore non abbia nominato un DPO;
  • nel caso in cui il trasgressore non abbia raggiunto un accordo nel trattamento dei dati.

Sanzione N. 2 = 4% del fatturato o sanzione fino a 20 milioni di euro

Quando il trasgressore ha violato i diritti delle persone interessate (come ad esempio nel caso in cui siano trattati dati personali di utenti senza aver acquisito il consenso) l’autorità di controllo può applicare delle sanzioni più rigide:

  • una sanzione pari al 4% del fatturato annuo complessivo dell’azienda che ha commesso la violazione;
  • una sanzione fino a 20 milioni di euro.

Anche in questo caso il Garante ha il potere di scegliere una delle due multe, accertando quale sia la maggiore.

Pertanto se gestisci un sito web e se svolgi attività di lead generation, uno dei pericoli maggiori che potresti correre è quello di inviare DEM e messaggi email senza aver acquisito il consenso degli interessati; tale comportamento può causare l’applicazione di una sanzione molto severa.

Conclusione

Come avrai compreso dalla lettura di questa guida, il diritto della privacy ha un impatto davvero notevole sulle imprese e sui freelancer che svolgono attività di marketing e profilazione.

I dati degli utenti costituiscono il vero petrolio digitale; è solo grazie ad essi che è possibile analizzare il rendimento di un business e aumentare i profitti di un’impresa.

Ma è bene che tu ricordi un principio importante: maggiori lead gestisci e maggiori rischi potrai correre.

Adeguarsi al GDPR significa principalmente questo: conoscere i rischi e adottare misure di sicurezza idonee per la protezione dei dati personali degli utenti.

Se hai bisogno di una consulenza in ambito legale, abbiamo ideato un pacchetto promozionale per tutti i lettori di Marketers Media. Potrai usufruire di 15 minuti di Skype Call gratuita con il nostro team legale. Approfitta della partnership per allineare il tuo sito al GDPR ed evitare sanzioni da parte del Garante.

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Debora Carofiglio

Leggi la storia di Debora

COLPISCI PIÙ FORTE

La grande crisi del 2008 si è portata via l’azienda di famiglia. Un anno prima era venuto a mancare mio padre.

Ho sentito la terra venir meno sotto ai piedi.

In azienda mi ero sempre occupata di organizzazione e logistica. Parallelamente però mi affascinava il mondo di internet.

Allora era tutto così rudimentale. Nel 1998 avevo creato il mio primo sito web, da lì non ho mai smesso di buttare un occhio a quel nuovo mondo.

La passione è rimasta. Così come la voglia di mettermi in gioco…

Quando però la vita ci si mette, sa colpire forte.

Nel 2012 ho affrontato un divorzio. Da lì i soldi hanno iniziato a scarseggiare sul serio.

Intanto avevo trovato un nuovo lavoro, ma lo stipendio mi durava poco più di una settimana: metà se ne andava per l’affitto, in più avevo un figlio di 10 anni da mantenere.

È stata dura.

Potrebbe sembrare esagerato, ma un post mi ha svoltato la vita.

La passione per la rete non se n’era mai andata e mi ha tirato fuori da quell’incubo. In un angolo di me stessa, coltivavo il sogno di avere un mio business digitale.

Non perché volessi guadagnare chissà quanto o avere il macchinone e la villa a Dubai.

Semplicemente volevo poter lavorare senza vincoli di orario e luogo per poter stare quanto più possibile vicina a mio figlio.

Ecco perché quando per la prima volta ho sentito parlare di Business Genetics mi si è accesa una lampadina (il mio istinto aveva ragione).

Prima però c’era qualche altro ostacolo da affrontare a testa alta.

Ho sempre studiato quando potevo, spesso di notte. Leggevo il blog di Dario e seguivo anche Marcello Marchese.

Era ormai il 2016 e la mia vita, per il resto, continuava a essere un mare in tempesta. Proprio un annuncio di Marcello arrivò nel momento giusto, quando ero disoccupata ormai da un po’:

Cercava una persona per il customer service di un suo progetto.

Mandai la mia candidatura, pochi giorni dopo ero già a colloquio. Finalmente da remoto.

Finalmente avevo trovato qualcuno che non mi dicesse che ero “troppo qualificata per il ruolo” (sì, mi è capitato più volte e ogni volta mi veniva sbattuta la porta in faccia).

Anzi, nel giro di una settimana mi trovai a gestire l’e-commerce nonché l’intero customer service.

La faccio breve.

La mia nuova avventura andava a gonfie vele. Dopo tante difficoltà, una boccata d’aria.

Negli anni seguenti mi sono guadagnata sempre più spazio, fino a diventare manager.

Nel 2019 però qualcosa s’è rotto. Mi sono resa conto che i miei ideali non combaciavano più con quelli dell’azienda e sentivo forte la voglia di costruire qualcosa di mio.

Presi una decisione, insieme al mio nuovo compagno, senza immaginare minimamente dove ci avrebbe portati in pochissimo tempo.

Era una sfida, ma nessuna sfida ormai poteva essere più ostica di quelle che avevo combattuto fin lì.

L’idea che mi frullava per la testa era questa: costruire una società di logistica diversa, che desse supporto totale a e-commerce e network di affiliazione.

Non si sarebbe occupata solo di spedizioni, ma anche di assistenza dei clienti, gestione delle giacenze e dei reclami e conferma dell’ordine telefonica.

Da questo sogno è nata Momoka. C’era però un “piccolo” problema.

Vi ho detto che si trattava di una sfida…

Durante la mia precedente esperienza avevo stretto rapporti con tanti proprietari di e-commerce e affiliate marketer.

Appena seppero della mia nuova azienda, vollero lavorare con me.

Bello, no? Sì, senza considerare però che volevano partire subito.

Era marzo 2019 e, in un solo mese, avremmo dovuto costituire legalmente l’azienda, fare un business plan, pensare a un tariffario, stendere i contratti, trovare i collaboratori, un gestionale, un VOIP, un magazzino e i corrieri.

Non vi nascondo che è stato un mese di poche ore dormite, tanta preoccupazione. E una tonnellata di voglia di farcela.

Fatto sta che il 2 maggio 2019 abbiamo fatto le nostre prime 200 spedizioni. Niente rispetto a quello che sarebbe successo esattamente 1 anno dopo…

Durante lo scorso lockdown abbiamo dovuto cambiare magazzino. Era troppo piccolo per gestire il boom di richieste.

Ne abbiamo preso uno da 800 mq.

Per fortuna nel mezzo avevo trovato un alleato. Un alleato blu.

Come ho detto, ho sempre studiato quando potevo. E volevo continuare a farlo. Cercavo però qualcosa di diverso dai soliti infoprodotti che promettono guadagni mirabolanti.

Così, in occasione del suo primo lancio, ho acquistato Business Genetics.

Business Genetics è stata una scoperta. Prima di tutto, di me stessa.

Ha stravolto la mia crescita personale e ancora oggi sto lavorando per mettere in pratica tutto ciò che ho imparato al suo interno.

Era proprio ciò che cercavo.

Oltre all’enorme carica di crescita personale, questo corso mi ha trasmesso il super-potere dell’imprenditore: la delega.

Probabilmente senza non sarei mai riuscita a scalare Momoka nel giro di qualche settimana.

Le 200 spedizioni iniziali sono diventate 40,000 in appena 2 mesi (marzo e aprile).

E di certo senza Business Genetics non riuscirei a sognare il futuro che ora immagino per la mia creatura.

Oggi manteniamo ancora la media di circa 20,000 spedizioni al mese e a fine ottobre siamo arrivati a 1 milione di euro di fatturato (uno dei miei grandi obiettivi quando ho preso BG).

Siamo ancora all’inizio. Sono sicura che ne vedremo delle belle. E ve le racconterò…

Sono una persona abbastanza timida, ma ho deciso di uscire dalla mia comfort zone. Per un motivo molto semplice.

In tutta questa negatività abbiamo bisogno di fermarci, guardare dentro di noi e trovare la forza di fare qualcosa di bello.

Spero che le mie parole possano aiutarvi anche solo un po’ a riuscirci.

Ricordate:

“Quando la vita ci si mette, colpisce forte. Ma tu, beh, colpisci più forte”.

Un bacio,
Debora.

Nonna Licia

Leggi la storia di Licia

Questo sarà un post diverso dagli altri.

Diverso perché la protagonista della storia è una giovane donna di 90 anni.

Diverso perché, fino a due anni fa, questa donna non aveva profili social di alcun tipo, e ora è un’influencer con quasi 100.000 follower.

Quella di Nonna Licia è una storia tanto incredibile quanto vera. Abbiamo avuto il privilegio di fare una chiacchierata con lei nei giorni scorsi, e pensiamo che le sue parole possano essere di profonda ispirazione per tutti.

Soprattutto per chi pensa che ormai il meglio sia alle nostre spalle, come il momento giusto per iniziare un progetto, per dare vita a un sogno, per riprendere in mano la nostra vita e darle quel tocco di colore in più.

Oggi riportiamo testualmente ciò che ci ha detto Licia (anche perché non c’è una virgola che cambieremmo).

——

“È una cosa molto interessante. Prima ero una persona tranquilla, che pensava esclusivamente alla famiglia e al marito malato da tanti anni.

Poi la situazione si è rovesciata.

Ho ripreso in mano la mia vita, come quando ero giovane (certo, con qualche piccola differenza) e non mi sono mai arresa. Sono sempre in movimento, pronta a qualsiasi cosa che arriverà.

Mi ha fatto tanto piacere tutto ciò che è successo durante questa avventura online.

Prima ero più scorbutica, non capivo che senso potesse avere mostrare la mia vita agli altri.

Ora vedo il progresso, l’importanza di proseguire. Mi rendo conto che è bello andare sempre avanti, in qualsiasi momento e qualsiasi cosa ci capiti.

Sfidarsi sempre e non disperare mai, anche quando ci tocca stringere i denti.

Questo progetto per me ha cambiato tutto. Mi ha fatto ritrovare la vita, che dalla depressione dopo la morte di mio marito stentavo a riprendermi.

Ho capito che la vita è bella, che non bisogna mai abbattersi e che c’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire. È importante non fermarsi mai.

Certo, soltanto adesso sono un “pochetto ferma” a causa del coronavirus, ma passerà anche questa. Ne ho passate tante altre.

Così come è venuto, se ne andrà.

A chi vuole fare il mio mestiere di influencer direi di essere prima di tutto spontanei, di dire la verità e non prendere in giro nessuno.

Non siate ipocriti, perché la gente oggi capisce chi è sincero e chi no. Basta guardare le persone in faccia, si capisce.

Andate avanti, sfidatevi. Mettetevi in discussione e siate sempre sinceri. Sempre voi stessi.

Pronti per la prossima meravigliosa avventura”.

Licia

Enrico Florentino

Leggi la storia di Enrico

Ho 50 anni e mi sento lo zio di Marketers.

Ho vissuto una vita intensa, mossa dalla curiosità.

Sono nato in banca, almeno dal punto di vista professionale.

Dopo 7 anni ho cambiato lavoro e ho imparato il mestiere del consulente finanziario.

Dopo altri 7 anni (un numero che ricorre spesso nella mia vita) sono diventato manager di altri consulenti.

Li aiutavo a raggiungere i loro obiettivi aziendali, guadagnavo bene e mi ero iscritto a un master in business administration.

Bella vita, bello stipendio.

Ma una mattina è cambiato tutto.

Mi sveglio, mi guardo allo specchio e mi dico:

“Enrico, sei felice?”

Ogni giorno tutto si faceva più pesante e difficile.

La risposta:

Se non lo faccio ora (a 45 anni) non lo farò più.

Nonostante avessi un lavoro sicuro, quel giorno ho deciso di cambiare vita. Rinunciando ai tanti agi conquistati, per puntare unicamente su me stesso.

Volevo creare una mia academy, una scuola che potesse formare migliaia di consulenti finanziari e cambiare la loro vita. Volevo farlo a modo mio.

Come al solito (quando mi metto nei casini da solo) mi sono detto:

“Flore, e mo’ so’ ca**i tuoi”.

Ora ho imparato che quando ti bruci le navi dietro, puoi solo andare avanti.

Subentra l’istinto di sopravvivenza. E non dormi la notte finché non ci riesci.

Allora però non lo sapevo, è una consapevolezza che va allenata col tempo.

Sapevo solo che rimanere dov’ero mi avrebbe portato a raccontarmi solamente delle grandi balle, a credere di non potercela fare.

La doccia fredda ti sveglia.

Tornando a noi, all’inizio (per andare avanti senza bruciarmi i risparmi) ho iniziato a tenere giornate di formazione a rappresentanti di… materassi.

Parallelamente bussavo alle porte dei miei possibili clienti, con la classica overconfidence dell’imprenditore veneto stampata in faccia.

Faccia che riceveva porte sbattute, una dopo l’altra.

Mi presentavo come un outsider, uno con idee innovative da realizzare, uno che desiderava fare la differenza per i consulenti finanziari.

Peccato che, come per tutti gli outsider, di spazio ce ne fosse poco.

Tutto veniva affidato alle solite noiose, ma affidabili, società di formazione già presenti sul mercato.

Io ero meglio, avevo di più da offrire, eppure… niente.

Mi sono detto: “vuoi vedere che è la prima volta che fai una scelta così importante (con la tua famiglia da mantenere) e hai fatto fiasco?”

Dovevo aumentare la mia autorevolezza. Ma come?

Decisi di scrivere un libro.

Invece però che iniziare scrivendolo, andai sul sito di 3 case editrici importanti e proposi a tutte e 3 di pubblicare un libro che non avevo ancora scritto (omettendo saggiamente l’ultima parte).

Mi presentai quindi davanti agli editori con una cartellina contenente tutta la strategia di promozione del libro (in quello ero bravo), ma arrivò finalmente il momento della fatidica domanda:

“Ma il libro è pronto, vero?”

E la mia risposta: “certo, è QUASI pronto”.

Ho venduto il libro allo scoperto (come si dice nell’ambiente della Borsa). Ossia prima ancora di averlo scritto.

E firmando il contratto arrivai a ripetermi di nuovo:

“Flore, e mo’ so’ ca**i tuoi”.

Un’altra doccia fredda.

Iniziai a svegliarmi alle 5 ogni mattina per scrivere il libro. Ogni singolo giorno, dalle 5 alle 7, scrivevo.

In 3 mesi era pronto, e una volta pubblicato divenne un caso editoriale nel mondo dei consulenti finanziari.

Ci sono 30.000 consulenti finanziari in Italia, e “L’Imprendipromotore” ha venduto 3.500 copie.

Che poi (sono un amante della musica classica) la mossa di vendere allo scoperto la faceva anche Rossini.

Si faceva dare un grande anticipo per le sue opere senza averle ancora scritte. Poi univa nuove creazioni a materiale vecchio e remixava il tutto.

2 secoli prima dei dj.

Comunque, ricordo quando ho aperto per la prima volta le vendite della mia academy. Era mezzanotte, e a mezzanotte e 3 minuti arrivò il primo iscritto.

Una gioia indescrivibile.

Dai 30 partecipanti di quella edizione siamo arrivati ora a 240 consulenti nell’ultimo anno.

Io voglio cambiare questo mondo. Voglio aiutare i consulenti finanziari ad essere consapevoli di rappresentare l’anello più importante della catena del valore nel settore finanziario.

Oggi tutti i miei collaboratori hanno 20-30 anni in meno di me e circondarmi di ragazzi giovani è incredibile.

Quanti anni posso avere davanti, professionalmente? 15? 20? Un ragazzo ha ancora 3 vite da vivere, con degli strumenti in mano che non si sono mai visti nella storia.

Business Genetics in tutto questo è stata una ventata di aria fresca. Ho imparato tantissime cose nuove, nonostante le mie 50 primavere alle spalle.

La lezione sulla mappa del potere e quella sulla decostruzione dell’impero mi hanno aperto la mente.

Ho compreso il valore dell’impatto che un imprenditore è in grado di generare nella società e nel mondo.

Ossia ciò che, più di tutto, ogni giorno mi sprona ad alzarmi dal letto e fare del mio meglio.

Dovete sapere che ho una moneta sempre in tasca, con scritto “memento mori”, ossia “ricordati che devi morire”.

Può sembrare triste, ma abbiamo una vita sola, ognuno di noi.

E questa moneta mi ricorda di fare ogni sera un bilancio e chiedermi se ho fatto qualcosa per rendere il nuovo giorno migliore di quello precedente.

Per concludere questa storia, voglio dirvi che non esistono le linee rette.

Non vai mai dal punto A al punto B.

La vita è fatta di tanti segmenti e l’importante è proseguire, sempre.

Come diceva Paolo Conte: “era un mondo adulto e si sbagliava da professionisti”.

O come dico io: “Flore, e mo’ so’ cazzi tuoi”.

Tony Balbi

Leggi la storia di Tony

“Tony, le estetiste sono ignoranti! Si fanno vendere di tutto”.

Ho passato l’infanzia al Sud, in una casa con quattro donne, tra cui una parrucchiera e un’estetista.

Immaginate la mia rabbia quando anni dopo il mio capo continuava a sminuire quei lavori.

Ogni volta mi prudevano le mani.

Cosa mi tratteneva in quella preistorica agenzia di comunicazione? Me lo chiedevo spesso, ma l’affitto a Roma non si paga da solo e buttavo giù bocconi amari.

Ero destinato a esplodere. Puntualmente avvenne, dopo l’ennesima richiesta assurda. Me ne andai sbattendo la porta.

Non ve lo nascondo, avevo paura.

Avrei trovato lavoro? Come sarei andato avanti? E se fossi dovuto tornare a casa mia?

Ero disoccupato in una delle città più care d’Italia.

Un giorno feci ciò che dovevo, da tempo. Chiamai le vecchie clienti dell’agenzia, raccontai loro cosa fosse successo.

Molte mi confessarono di sentirsi limoni da spremere in mano al mio ex capo.

Ve la faccio breve, diverse estetiste apprezzarono la mia sincerità e mi invitarono a curare il loro marketing. Così ricominciai.

Non potevo immaginare che quello sarebbe stato l’inizio di un percorso che mi ha portato a realizzare fatturati a sei zeri per decine di centri estetici.

All’epoca sapevo solo di aver fatto la scelta giusta.

Conoscere Marketers mi aveva aperto un nuovo mondo, dove ho incontrato persone simili a me, alla ricerca di una strada più etica per fare marketing e business.

Senza bisogno di raggirare i clienti in ogni modo.

Negli anni ho studiato, assorbito e fatto mio il Metodo Marketers. La svolta arrivò nel 2018, quando a un evento in cui ero stato speaker mi fermò una delle estetiste che mi aveva ascoltato.

Allora era la proprietaria di un grosso centro di bellezza, oggi è una delle imprenditrici estetiche più famose in Italia.

Mi chiese se con l’agenzia che intanto avevo aperto avessimo potuto seguirla. Beh, il traguardo che tagliammo insieme mi aprì gli occhi.

Si poteva fare. In appena 12 mesi abbiamo portato il fatturato del suo centro da 500k a 1 milione, trasformandola in una star per il suo pubblico.

Avevamo declinato il Metodo nel mercato dell’estetica e ben presto è diventato il marchio di fabbrica di Up, la mia agenzia.

In poco più di 2 anni siamo diventati un punto di riferimento nel settore, aiutando decine di imprenditrici a moltiplicare i loro fatturati e migliorare le proprie vite.

Proprio grazie a questi successi, nel 2019, sono salito sul palco del World per essere premiato con il Marketers Award.

Sarò sempre grato a Dario, oggi mio amico e mentore, e alla Family per avermi aperto una strada quando vedevo solo ostacoli.
Viceversa non sarei qui, fiero e felice di aiutare migliaia di estetiste-imprenditrici – oggi membri di UMA, la nostra community, dove condividiamo strategie, consigli e tips di marketing.

Voglio chiudere con una riflessione per chi è ancora indeciso e non sa che strada prendere.

Sporcatevi le mani, non temete di andare nella direzione che sentite vostra. L’etica, coniugata alla competenza e all’esecuzione, è l’antidoto più potente alla paura.

Gli occhi saranno spesso stanchi, ma il sorriso sarà sempre leggero.

Daje!

Tony

Filosofia e Caffeina

Leggi la storia di Benedetta

Questa storia sarà piena di digressioni, non avrà un inizio né una fine.

Ad essere sincera non volevo neanche raccontarla, perché a pensarci non sono arrivata da nessuna parte.

Non sono famosa (anche se mia madre lo pensa) e non sono ricca. Forse però sono un po’ più felice e realizzata. Quindi, visto che insistete, eccola qua.

Lavoravo come cassiera in un centro commerciale. Ma prima ancora facevo la psicologa coi ragazzi in difficoltà. Guadagnavo una miseria, avevo un capo che mi trattava come una pezza e che mi rendeva impossibile lavorare.

Un giorno, durante una notte insonne a Milano, mi resi conto che volevo uscirne. Mi chiesi: cosa farei se fossi totalmente libera di decidere che vita vivere?

Mi trovavo in una camera d’albergo e sul letto di fianco a me c’era “Così parlò Zarathustra” di Nietzsche. Ogni volta che mi allontano dalla mia città (Brescia) porto sempre un libro di filosofia con me.

La risposta che cercavo era lì sul letto, nell’amore di tutta una vita. In quel momento pensai a Socrate, che preferì farsi uccidere piuttosto che rinunciare alla filosofia.
Neanche io volevo rinunciarvi.

Tornai a Brescia e affrontai il mio capo, dicendogli che avrei lasciato quel lavoro e sarei tornata a studiare, mi sarei iscritta a filosofia.

Lui rispose alle mie dimissioni con queste esatte parole:

“Benedetta, dove pensi di andare? Tornerai strisciando”.

Molti pensarono che mi sarei trovata sotto a un ponte, e iniziai a temerlo anche io.

Andai a lavorare come cassiera: 10 ore in piedi a servire i clienti.

Facevo anche 190 scontrini al giorno e il mio incubo era incontrare gli ex colleghi o i vecchi compagni di università e leggere l’espressione sul loro volto.

Ovviamente successe: un giorno arrivò un ex collega, che mi guardò in faccia e disse: “che tristezza ridursi così”.

Quello stesso giorno il mio superiore aveva detto a tutto lo staff: “Mi raccomando, sorridete e proponete la borsina a 1 euro e 50”.
E quindi la mia unica risposta fu (tentando di sorridere): “vuoi la borsina?”

Ricordo che la sera rimasi da sola qualche minuto nel parcheggio del centro commerciale, tentando di scrollarmi di dosso l’identità da studentessa di filosofia (con già una laurea, un master e un tirocinio in tasca), che passava le giornate a lavorare come cassiera.

Per fortuna la filosofia mi ha sempre nutrito. Non è qualcosa che ti dà risultati immediati, ma che ti fa fiorire giorno dopo giorno.

E ora? Ora sono entrata nel meraviglioso mondo dell’insegnamento precario, in cui mi dicono anno per anno cosa insegnare. Quest’anno ho fatto educazione fisica e alternativa a religione, quindi in pratica ho insegnato filosofia alle elementari, anche ai bambini con problemi.

Se vi aspettavate quindi un viaggio dell’eroe, rimarrete delusi.

Non è una storia che parte dal basso e arriva in alto.

La vita è fatta di alti e bassi, di montagne russe che non finiscono mai. Non arrivi alla vittoria finale, semplicemente procedi verso la tua direzione.

Sì, ho ottenuto risultati impensabili, e li devo soprattutto a Marketers. Avevo già studiato Copymastery e Instadvanced. Ma sedermi in prima fila al Marketers World è stato il vero spartiacque.

Mi sono detta: “Benny, ti sei giocata le vacanze per essere qui, ora devi combinare qualcosa”.

E a distanza di mesi posso dire che qualcosa l’ho combinata.

Parlo di filosofia sui social, davanti a decine di migliaia di persone (non l’avrei mai creduto possibile), e ho avuto anche qualche grande soddisfazione (tra cui una richiesta di collaborazione da parte di Mondadori).

Ma ciò che conta davvero sono le relazioni.

Sono le persone che seguivo e che ora vogliono collaborare con me. I ragazzi che mi dicono che stanno amando la filosofia per la prima volta in vita loro, che si confidano in dm, che mi mandano storie bellissime.

Mi toglie il respiro pensare che ero la ragazzina che passava i pomeriggi chiusa in casa sulla “Fenomenologia dello spirito” di Hegel, convinta che nessuno avrebbe mai capito quanto fosse meravigliosa.

Credo che ognuno di noi abbia un filo rosso da individuare e da seguire.

Io da piccola giocavo con un libro di filosofia, non sapevo ancora leggere ma mi piaceva da impazzire la copertina. Ai miei occhi era una sorta di libro magico.

Quest’estate l’ho ritrovato, l’ho aperto e ne ho letto il titolo:

“Storia della filosofia occidentale”, di Bertrand Russell.

Tutta la mia vita successiva era già in quel libro che sfogliavo da bambina, senza che sapessi ancora leggere.

Il prossimo video di Filosofia e Caffeina (il mio profilo Tik Tok)? Lo farò su Leopardi.

Leopardi passò la vita a Recanati, finché non organizzò una fuga in gran segreto, che molti studiosi oggi ritengono “patetica”.

Ebbene, voglio invitare le persone a essere patetiche. Perché patetico deriva da pathos, ossia passione. E una vita senza passione non merita di essere vissuta.

Leopardi morì mangiando un gelato, che non poteva mangiare per le proprie fragili condizioni di salute.

Dopo anni di privazioni, fece ciò che gli andava di fare, prendendosene anche i rischi.

C’è tanta bellezza da comunicare nelle vite e nelle parole di chi ha vissuto migliaia di anni fa. Mettere tutto ciò in un video di un minuto sui social è una sfida, ma credo che ne valga la pena.

Mi torna in mente il mio prof di greco che si metteva a piangere leggendo testi di 2000 anni fa. Il fatto che 2000 anni dopo quelle parole facciano ancora piangere le persone è meraviglioso.

Dimostra la connessione eterna tra esseri umani. Che parte da Socrate e arriva (perché no?) fino a un video su Tik Tok.

L'Altra Riabilitazione

Leggi la storia di Marcello

Volevo uscire da quelle 4 mura.

Ho sempre fatto il fisioterapista classico: aprivo lo studio alle 8 di mattina e lo chiudevo alle 8 di sera.

Era la mia vita? No.

Come ne sarei uscito? Bella domanda.

Sentivo l’inquietudine crescere, ma non ambivo a stravolgere tutto.

Non sognavo auto di lusso o una vita dall’altra parte del mondo. Volevo semplicemente uscire dai limiti fisici del mio paesino e arrivare ovunque, anche solo con le parole.

Ho iniziato agendo, senza un vero e proprio piano in mano.

All’inizio aprii un sito web in cui parlavo di riabilitazione. Facevo un migliaio di visitatori al giorno, ma non avevo idea di come monetizzare il traffico.

Poi mi imbattei in Dario e Andrea Giuliodori (che considero i miei mentori), e cambiò tutto.

Articoli, ebook, videocorsi: capii che il digitale mi permetteva di comunicare ciò che sapevo fare non più solo davanti a un singolo paziente, ma a decine di migliaia di persone alla volta.

A distanza di qualche anno, oggi il mio canale Youtube ha 200.000 iscritti e il sito genera circa 20.000 visitatori al giorno.

Ma soprattutto, l’anno scorso ho raggiunto i 100.000 euro di fatturato online, superando le entrate che facevo (e che continuo a fare) col mio studio.

Quando anni fa leggevo questi casi studio sul blog di Dario mi sembravano irrealizzabili, mentre ora sono la normalità.

Come ho fatto? Se dovessi trovare una formula direi:

Arrivare prima + comunicare bene + avere costanza.

Sono stato il primo a fare il fisioterapista online e il primo a metterci la faccia. E questo ha reso fondamentale saper comunicare ciò che amavo e sapevo fare.

Qui Copymastery è stata la fulminazione sulla via di Damasco. Il copy mi ha insegnato come arrivare al cuore e alla mente delle persone, online e offline.

Tutto questo però senza la costanza non sarebbe bastato. Io nel digitale ho visto la vita: arrivavo in studio alle 8 del mattino con già un paio di ore di lavoro sul mio sito alle spalle.

Non mi pesava affatto, mi svegliavo entusiasta.

Ci sono stati momenti difficili, certo. Forse è sempre un momento difficile se hai il coraggio di metterti in discussione.

Quando non stai seguendo una via tracciata, ma ti stai inventando la tua professione giorno per giorno, è normale avere paura.

Io poi vengo da una famiglia di imprenditori e fin da piccolo ho assistito a riunioni di famiglia in cui si parlava solo di problemi e di banche.

Involontariamente associavo l’attività imprenditoriale a tutto quello.

Ho scoperto però che online le barriere sono diverse. Un tempo ci volevano generazioni per scalare un’azienda, oggi può andare tutto molto velocemente. E dipende da te farlo durare nel tempo.

Sembra strano, ma ci vuole coraggio per ammettere che puoi creare un business dirompente in pochissimo tempo. L’assenza di limiti a volte è disorientante.

Soprattutto quando non sei circondato da persone che fanno già quella vita, come nel mio caso.

Ho iniziato a lavorare online a 33 anni, con già un figlio e vivendo in un paesino in provincia di Piacenza.

Intorno a me nessuno capiva cosa stavo facendo e perché.

Oltre ai Meetup e al Marketers World (da cui ho tratto un grande beneficio), ricordo quindi molto bene quando ho incontrato Dario e la Marketers Family a Barcellona.

Quel giorno ho finalmente realizzato di essere circondato da persone che non solo mi capivano, ma che erano ancora più avanti di me.

Poi sono sincero: per me oggi la libertà dell’online non ha prezzo.

Se avessi avuto solo il mio studio avrei passato il lockdown con le mani tra i capelli. Invece ho potuto godermi lunghi momenti di relax nel giardino di casa, ho avuto la libertà di riflettere sulla mia vita serenamente.

Senza l’ansia di capire come andare avanti e anzi, vedendo il mio fatturato aumentare invece che diminuire.

Progetti per il futuro?

Sognare ciò che verrà dopo non è sempre facile.

5 anni fa avrei pensato che questo fosse il massimo pensabile. Poi ci sono arrivato e ho capito di non essere alla fine, ma all’inizio.

Ora sto per pubblicare un libro con una grande casa editrice, e questa cosa mi riempie di soddisfazione. Sto anche cercando il coraggio di reinventarmi di nuovo. Di andare di nuovo dove gli altri non si sono ancora avventurati.

A questo proposito ricordo Dario sul palco del Marketers World 2018, quando parlando di Musical.ly (allora non era ancora diventato Tik Tok), disse: “se pensi che sia una cosa da bambini, significa che stai già diventando vecchio”.

Ecco, mi auguro metaforicamente di non diventare mai vecchio. Se non dal punto di vista biologico, almeno dal punto di vista imprenditoriale.

Malìa Vibes

Leggi la storia di Marta e Giulia

Siamo un po’ lo yin e lo yang.
Giulia – romana, advertiser in Marketers Company – timida e introversa, Marta – da Milano, media content specialist in Shift – un vulcano di parole e risate. In pochi mesi le nostre vite si sono mescolate in maniera del tutto imprevista e imprevedibile.

Tutto è nato durante l’ultimo Team Party con la Family. Amiamo quei momenti, siamo un’azienda totalmente da remoto e perciò il condividere momenti si trasforma in una gioia pura.

È come ritrovarsi con amici che non vedi da tanto tempo.

L’ultima volta, prima della pandemia, abbiamo affittato un intero agriturismo nelle campagne toscane. È stato proprio lì che, per la prima volta, ci siamo incontrate offline.

“Marta mi raccontò di aver programmato un bel tour del Sud Italia. Io ascolto, prendo e porto a casa. Allora eravamo due semplici colleghe, poi durante la quarantena abbiamo iniziato a sentirci spesso.

In pieno lockdown le ho girato una proposta: mi avevano invitato a passare qualche mese a Palermo in estate. Neanche 24 ore dopo abbiamo prenotato una casa per 35 notti, da quasi sconosciute”.

“In Sicilia abbiamo scoperto che io e Giulia siamo opposte ma complementari. Io amo stare al centro dell’attenzione, lei cerca di evitarlo; lei che programma e pianifica, io che vivo nel mio caos”.

Dopo le prime settimane di Vucciria, Taverna Azzurra e serate “ritmo e atmosfera” abbiamo deciso di iniziare a raccontare la nostra avventura su Instagram.

Abbiamo notato che ci scriveva in privato tanta gente, magari persone che non sentivamo da anni o a cui pensavamo non interessasse. Invece si ricordavano cose che avevamo detto o fatto settimane prima.

Così abbiamo aperto un profilo dedicato dove stiamo continuando questo racconto. Già, perché intanto abbiamo preso una decisione… di cuore.

Man mano che si avvicinava il giorno della partenza sentivamo il “mal di Sicilia”. Non volevamo andarcene.

Abbiamo incontrato la persona giusta al momento giusto: una ragazza, durante una serata, ci racconta che cercava casa e inquiline. Noi, che ci eravamo già ripromesse di tornare a Palermo, non ce lo siamo fatte ripetere due volte e siamo andate a vedere degli appartamenti con lei.

Il finale? Abbiamo affittato un appartamento per i prossimi 12 mesi.

Molti potrebbero chiedersi il motivo di questa scelta improvvisa. Beh, un vero motivo non c’è. Lo abbiamo detto, è stata una decisione dettata dal cuore e dalle emozioni.

Abbiamo la fortuna di lavorare in realtà aziendali che abbracciano il remote working. Ecosistemi dove ciascuno ti spinge, anche inconsapevolmente, a vivere davvero la vita che si desidera.

Non è scontato. Molto spesso ci raccontiamo storielle per evitare di prendere scelte coraggiose e, perché no, un po’ pazze. Sono quelle però che ti fanno imboccare la strada di un’esistenza piena.

Ecco, il bello del lavoro che facciamo è che ci dà continue opportunità per dimostrare – in primis a noi stesse – di essere libere, autonome e indipendenti nel fare ciò che ci piace quando ci piace farlo.

Per noi il lavoro da remoto è questo. Non lavorare in pigiama tutto il giorno (a volte anche quello), ma lasciare ogni zavorra alle spalle e liberarsi da ogni sciocco vincolo che ci creiamo.

A volte basta lanciarsi e godersi il viaggio…

Quando guardiamo fuori dalla finestra della nostra ormai nuova casa ringraziamo di averlo fatto. E lo rifaremmo ancora.

P.S.: Ah, e abbiamo un terrazzo super-figo. Se passate di qui, scriveteci, da noi non manca mai ospitalità e un bicchiere di rosso.

Un abbraccio dalla Sicilia,
Marta e Giulia (Malia)

Giorgia Colavita

Leggi la storia di Giorgia

Mi prendo la responsabilità di ciò che sto per dire.

Sarà impopolare e molti mi odieranno. Ma sarà anche profondamente vero.

Credo che il marketing digitale non dovrebbe essere di tutti.

Prima di inca***rvi, pensateci:

Abbiamo trattato l’ecosistema online come l’ambiente più democratico della storia.

Il luogo dove ognuno può farcela e dar vita al proprio sogno. Vendere qualsiasi cosa e vivere una vita meravigliosa.

Qual è il risultato?

Da un lato ci sono tantissime persone creative che si sono inventate vite e lavori, e ciò è fantastico.

Dall’altro, l’online si è riempito di gente che scimmiotta strategie altrui per promuovere roba scadente.

Gente che vede un ad e la copia. Vede un funnel e lo copia. Questo perché per replicare un prodotto servono anni di lavoro, per replicare una strategia di marketing le barriere sono inesistenti.

Per questo credo che sia il momento di stringere la tenaglia. Il momento di non fare entrare in questo mondo chi non ha un codice etico. Chi usa in modo improprio ciò che viene insegnato in ambienti come Marketers, e che ha un valore così elevato.

Parlando di valore, credo non esista nessun percorso in Italia che ne ha così tanto come Business Genetics.

Ma lasciatemi fare un passo indietro.

Lavoro nel mondo del marketing da una decina d’anni, gestendo diversi team in diverse aziende.

Parliamoci chiaro, non mi sono mai sentita una dipendente. Quando i progetti nascono da te, diventi una sorta di imprenditore dentro l’azienda.

E io sono sempre stata una persona ambiziosa. Ho sempre creduto che il desiderio di eccellere fosse un’inquietudine positiva, una “fame di vita” necessaria.

Ma per quanto me la raccontassi, quella che facevo anni fa non era una vita sana. I ritmi folli mi assorbivano e dormivo due ore a notte.

Finché un giorno non mi hanno ricoverata. Avevo 190 battiti a riposo, i medici temevano che avessi un aneurisma e rimasi in ospedale per 10 giorni.

Quella fame mi stavano uccidendo.

Uscita dall’ospedale mi licenziai.

Decisi di cambiare vita e iniziai a lavorare in una copisteria di Reggio Emilia. Un’azienda ferma agli anni ’80.

Una tela bianca dove potevo sbizzarrirmi e ripartire da zero.

Creai il sito, la veste grafica, il marketing. All’epoca avevo già fatto Instadvanced, Copymastery e Facebook Advanced.

E dopo?

Il (buon) lavoro paga sempre.

La copisteria inizia quindi a crescere e tutto va alla grande. Ma quando arrivo all’obiettivo che mi sono posta, capisco che ho bisogno di nutrirmi di altro.

Un giorno mi contatta un noto brand. Sono una S.p.a., io la ragazza della copisteria di Reggio Emilia. Facciamo un paio di incontri, in cui mi dicono che stanno cercando una nuova agenzia di marketing.

Mi fanno una proposta da 10k al mese. I miei capi si spaventano. Troppo fatturato, troppe tasse. Troppa crescita troppo velocemente.

Realizzo che ho trasformato quella piccola copisteria in un’agenzia di marketing capace di riscuotere l’interesse di brand enormi.

Io e la mia collega Antonella ci guardiamo in faccia: non possiamo dire di no a un contratto del genere. Che fare?

La prima cosa che faccio è comprare Business Genetics. La seconda è licenziarmi (insieme alla mia collega e ora mia socia). La terza è partire in viaggio per San Francisco.

2 settimane dopo, al mio ritorno in Italia, la mia fame aveva divorato il corso da cima a fondo.

Prima avevo un’idea di business, che mi avrebbe portato a fare molti errori. Errori che Business Genetics mi ha impedito di commettere.

Non so come avrei iniziato da zero. Sarei stata una dipendente con molte qualità, non un’imprenditrice.

Quello che è successo è che un giorno dopo essermi licenziata sono passata da 30k l’anno come dipendente a un giro d’affari di 140k.

E la cosa divertente è che ho anche detto di no a quel grosso cliente.

L’ho fatto per salvaguardare la mia salute. Non volevo rimanere incastrata nelle dinamiche da agenzia. Avrei finito per lavorare solo per loro e non sarei stata libera.

Ho aperto un’agenzia (Arketing Studio), perché è ciò che so fare bene. Ma so anche che non è ciò che vorrò fare per sempre.

È il mio 20/80 capace di darmi la vita e le soddisfazioni che voglio, per poter lavorare su ciò che già mi ronza in testa.

Oggi in Arketing non siamo più in 2, ma in 7. È ormai una realtà solida, strutturata e in crescita.

E questo dopo neanche 12 mesi.

Licenziandomi ho fatto all in, ho messo tutto sul piatto. E ora mi trovo spesso a pensare:

“perché non l’ho fatto 10 anni prima?”

La qualità della mia vita è esplosa, oltre ogni immaginazione. Posso dire sì e no quando voglio. E dico molti più no che sì.

E ora?

Sto cercando di creare un prodotto che abbia dei forti valori etici al centro.

Non voglio far parte della schiera di persone che si lamentano, ma essere tra quelle che fanno qualcosa per migliorare il nostro pianeta.

Voglio unire business, etica e scalabilità in un progetto che continui ad emozionarmi e che sia in costante crescita.

Pur continuando a prendermi cura della realtà che ho creato e di cui sono estremamente fiera.

Realtà che è come un bambino, che ho accudito e che ora è quasi pronto a camminare con le proprie gambe.

La verità è che ho voglia di dedicarmi a qualcosa che non tocchi solo me.

Ho l’esigenza di restituire qualcosa indietro, perché sento di aver avuto tanto dalla vita. Ho fatto tante esperienze, e anche ciò che mi è successo di negativo è stato un grande regalo.

Ora se non restituisco tutto ciò esplodo. Sento questa gratitudine immensa che se ci penso mi fa commuovere.

Ho fame, da sempre. Ma questa fame finalmente ha smesso di logorarmi, e ha iniziato a nutrirmi.

Francesco Delle Femmine

Leggi la storia di Francesco

BREVE DIARIO DI UN MARKETER NICHILISTA

Sarebbe stata una traversata da 11 ore e 40 minuti.

Salendo sul Flixbus per Milano Lampugnano non sapevo cosa aspettarmi. Avrei passato la notte lì, seduto al mio posto pagato 1€, per arrivare a destinazione alle 8 della mattina dopo.

E poi? Tutto questo per un aperitivo? In quanti mi avrebbero capito?

Era il 2015, trascinavo la mia vita tra l’università e la prospettiva di una carriera che mi soffocava al solo pensiero.

Sono un nichilista convinto, ma da un po’ avevo scoperto un gruppo di ragazzi che sognavano e mi facevano sognare in grande.

Quando sentii parlare di un aperitivo a Milano, dove per la prima volta si sarebbero ritrovati tutti i Marketers, decisi di andarci. A ogni costo.

Il problema?

Abitavo (e abito) in provincia di Caserta, a circa 748km da Milano. E all’epoca avevo poche decine di euro da parte…

Dopo essermi formato online, anche grazie al blog di Dario, avevo trovato il mio spazio per sperimentare.

Un amico aveva un’agenzia di marketing offline e, con lui, iniziammo a proporre i primi servizi digitali.

I budget erano risicatissimi, ma è stata una palestra formidabile. Me ne dovevo inventare di ogni per raggiungere gli obiettivi…

Ricordo che, nel periodo di quel primo aperitivo Marketers, Instagram aveva introdotto la localizzazione dei post.

Io ci avevo costruito una strategia per un piccolo ristorante (segno del destino?).

Oggi aggiungere la localizzazione è la cosa più naturale del mondo, allora ci portò una copertura pazzesca e altri buoni risultati.

Quel piccolo successo mi aveva fatto capire che c’era un futuro per quello che facevo…

Mi serviva però sentirmelo dire da persone simili. Allora, giù da me, non avevo l’approvazione di nessuno.

Quell’1€ speso per il Flixbus (l’unico mezzo di trasporto che mi potevo permettere) fu il miglior investimento che potessi fare.

Arrivato a Milano, mi fiondai nella stanza che avevo preso. Diciamo che non era per niente di lusso.

Anche il mio budget personale era risicatissimo.

Passai la serata chiacchierando con Dario, Luca, Vittorio e tutti gli altri. Mi aprirono la testa con le loro storie e i loro consigli.

Appena ci salutammo, mi precipitai di nuovo a Lampugnano. Nuovo bus, nuova traversata, ma dentro di me era scattato qualcosa.

A casa mi aspettavano la vita di sempre e l’università. 5 anni fa non era così “mainstream” lasciarla.

Non potevo rimandare più: Dovevo prendere la mia vita in mano. In fondo lo sapevo già:

Avrai abbandonato l’università per sempre. Volevo dedicarmi al digital marketing.

Quando mi decisi definitivamente i miei non la presero benissimo, ma ormai non si poteva tornare indietro.

A Milano tutti mi avevano dato un consiglio, riassumibile così:

“Trovati un co-working dove esprimere le tue potenzialità e conoscere gente”.

Quando tornai a Caserta fu la prima cosa che feci con i pochi spicci che mi rimanevano…

Fu la scelta migliore che potessi fare, dopo quell’investimento di 1€ per il Flixbus per Milano.

In quel co-working sono cresciuto, ho conosciuto persone pazzesche e trovato clienti incredibili. Proprio lì nacque Alfonsino, un progetto di food delivery focalizzato su piccole città.

Erano passati anni da quell’aperitivo, ma mi imbarcai in questo viaggio con lo stesso spirito. Dove mi avrebbe portato?

Ve la faccio breve.

Dopo 3 anni dalla fondazione, Alfonsino è in oltre 400 centri in Italia e stiamo progettando una nuova espansione.

Per 2 anni mi sono occupato del customer service. Poi mi sono spostato sempre più sul marketing e tutt’ora me ne occupo per Alfonsino e altri clienti (di cui magari vi racconterò in futuro).

Marketers è stato un compagno di percorso immancabile. Ho comprato e divorato praticamente ogni corso.

Al di là delle singole strategie, ciò che mi è rimasto è una mentalità che applico ogni giorno nel mio lavoro.

Proprio qualche settimana fa, insieme a tutto il team di Alfonsino, abbiamo chiuso un crowdfunding da 350,000€.

Era il secondo per noi (il primo era da 150,000€).

Eravamo indecisi se provarci o no. Alla fine ci siamo lanciati, applicando il puro Metodo Marketers:

Abbiamo aperto una community, l’abbiamo popolata di potenziali investitori e dato valore a ciascuno di loro (in base alle diverse esigenze).

In pochissimo tempo siamo arrivati al goal. Così, ora è ufficiale, nei prossimi 24 mesi apriremo in 24 nuove città.

Questo è stato uno dei miei traguardi personali, che mi ha insegnato tanto in questo anno così complesso.

Un anno che, nonostante io rimanga un nichilista convinto, mi ha insegnato una cosa:

Non importa quanto duro e lungo sembri il viaggio, il cammino spesso ti porterà dove non ti aspetti e ti lascerà più ricco di esperienza e conoscenza.

A presto. Un abbraccio,
Francesco

Luca Santoro

Leggi la storia di Luca

Ero in Cina e quella ormai era la mia routine notturna.

Di giorno vedevo condizioni igieniche e sociali che credevo impossibili nel mondo reale.

Di notte stavo steso su un vecchio letto di legno con 30 felpe addosso per riscaldarmi.

In quelle notti gelide e solitarie, mi facevano compagnia i video di Marketers.

Allora Notjustwine era una piccola pagina Instagram e stavo ancora cercando di capire come farla crescere.

In Italia? Mi aspettava una strada già spianata e pronta a essere percorsa.

Dopo la laurea il nonno mi avrebbe lasciato il ristorante di famiglia. Negli anni era riuscito a conquistare la tanto sognata chiocciola Slow Food e il Bib Gourmand Michelin.

Mi bastava entrare come socio insieme a mia mamma e il gioco era fatto. Sembrava una scelta ovvia, scontata.

Ma ora, steso su un letto di legno dall’altra parte del mondo, pensavo:

“Voglio davvero rinunciare a tutto questo e passare il resto della mia vita rinchiuso in un locale in provincia di Genova?”

Sapevo che esisteva un altro modo di vivere. Marketers me l’aveva mostrato.

Ma lasciare il ristorante sembrava ancora più impensabile che prenderlo in gestione.

Se avessi accettato, da lì a poco mi sarei potuto comprare una bella macchina, andare in discoteca nei weekend a sbocciare champagne, e andare due volte all’anno in vacanza in posti esotici e tropicali.

Dopo tutto, qual era l’alternativa?

Notjustwine era nata al secondo anno di Università, da un’idea mia e di Matteo, un mio compagno di corso.

In un anno e mezzo, grazie alle esperienze dei tirocini e alle lezioni di Instadvanced e Instaonfire, eravamo riusciti a farla crescere parecchio.

Le persone amavano ascoltare ciò che imparavamo negli stage universitari. Io raccontavo le mie avventure in Cina, India e Georgia. Matteo le sue in Colombia, Francia e Croazia.

Pian piano avevamo raggiunto 30.000 followers e chiuso le prime collaborazioni come influencers.

Un risultato incredibile per noi. Un bel passatempo (destinato a rimanere tale) per le nostre famiglie.

Arrivato al terzo anno di Università, nel 2018, la domanda “cosa farai dopo la laurea?” iniziava a pesare.

Finiti gli esami, a settembre decisi di andare a vivere a Milano e costruire una rete di contatti (poi fondamentale per aprire Notjustwine dal punto di vista fiscale).

Nel mentre il nonno mi aspettava.

Matteo invece aveva ricevuto l’opportunità di una vita: iniziare a lavorare per Eataly, direttamente a New York.

Il dilemma era questo: sicurezza o libertà?

Sapevo che l’unico modo per essere liberi era quello di costruirsi la propria strada.

Ma costruire la propria strada è tutt’altro che semplice.

Nei mesi precedenti alla laurea io e Matteo abbiamo iniziato a spingere a cannone: io mi formavo sul marketing digitale grazie ai corsi di Marketers, lui seguiva corsi da sommelier e di specializzazione nel mondo Food & Wine.

C’era anche un piccolo (enorme) problema da risolvere: Matteo non era sicuro di continuare la nostra impresa.

Eataly è una delle multinazionali più importanti del mondo enogastronomico. Notjustwine era una piccola pagina Instagram con qualche migliaio di followers.

Eppure il progetto continuava a crescere, i risultati iniziavano ad arrivare…

Dopo i primi lavori, eravamo certi di una cosa: il mondo del vino aveva enormi problemi di comunicazione.

E (cosa più importante) sapevamo che, con le nostre competenze, potevamo davvero riuscire a colmare questo gap.

Nel 2019 arriva la laurea e decidiamo di fare il grande salto: lanciamo ufficialmente il brand Notjustwine.

Registriamo il marchio, apriamo partita iva…

Ci proponiamo prima come consulenti di comunicazione, poi come consulenti di marketing.

Conquistiamo i primi clienti, e nel mentre costruiamo una community di appassionati del mondo del vino.

In un attimo, arriva la fine dell’anno.

“Ok, è il momento.”

Dopo mesi di riflessione e incertezza, trovo finalmente il coraggio di vendere il ristorante del nonno (sotto gli occhi terrorizzati della mia famiglia). Matteo rinuncia ad Eataly e a New York.

E da allora… Non siamo più tornati indietro.

Adesso?

Notjustwine è un brand avviato, con 6 collaboratori sparsi per l’Italia (l’età media è di 24 anni), più di 20 clienti e una delle community di Food & Wine più grandi d’Italia.

Sono riuscito a comprare quell’auto tanto voluta, ho preso casa, e ho costruito una famiglia, con la mia compagna e mio figlio.

Ora quando mi guardo indietro sorrido.

A volte abbiamo così paura dell’incertezza che la strada tradizionale ci sembra l’unica da poter percorrere.

Ma se abbiamo il coraggio di prendere la via più incerta, quella minata e in salita, beh…

Ci accorgiamo che molte delle nostre paure sono solo illusioni infondate.

Abbiate sempre il coraggio di rischiare.

Al prossimo calice di vino,

Luca

Ida Dalicante

Leggi la storia di Ida

LA TRAPPOLA DELLA NORMALITA’

C’è sempre stata una domanda a cui non sapevo rispondere:

Cosa vorresti fare da grande?

Può sembrare sciocco ora, ma non avere una risposta mi faceva pensare che ci fosse qualcosa di sbagliato in me.

Mi ero ormai rassegnata a portare termine ciò che avevo iniziato (la laurea in Economia) e poi chissà…

Sin da piccola, per i miei parenti e conoscenti, ero sempre stata “quella che sa cantare”.

Nel 2009 avevo anche iniziato a pubblicare su YouTube le mie cover di canzoni famose. Fecero qualche migliaia di views, non poche per l’epoca.

Però quella definizione mi stava stretta.

Ero “quella che sa cantare”, ma le mie ambizioni mi portavano altrove.

Avete presente quei programmi televisivi sugli imprenditori americani?

Ecco, non so bene perché, ma avevano fatto nascere in me il fascino dell’imprenditoria.

L’idea di organizzare un gruppo di persone intorno a un’idea per trasformarla in realtà mi attraeva.

Anche per questo motivo, nel 2012, mi ero iscritta a Economia.

Presto mi resi conto che volevo fare, non solo riempirmi il cervello di teoria. Continuavo a non capire cosa cavolo volessi combinare nella vita…

L’esame di marketing mi illuminò o, almeno, così mi sembrava allora. A me piaceva (e piace) il business della moda. La mia mente pensò:

“Perché non aprire un blog dove parlare di marketing e moda?”

Ecco come nacque “Pistacchio e Liquirizia”.

La storia di questo nome? Beh, dietro c’è stata una lunga ricerca di mercato, brainstorming infiniti…

In gelateria. Sì, in realtà l’ho pensato in gelateria, mentre ero in preda all’indecisione tra un cono pistacchio e cocco o pistacchio e liquirizia.

Potete immaginare, con questi presupposti, che fine abbia fatto il mio primo blog.

Al di là di questo però, quell’esperienza mi fece conoscere – virtualmente – prima Dario e poi Luca.

A dirla tutta, testarda come sono, ho letto le guide di Dario e poi ho deciso di fare di testa mia. Diciamo che non è andata benissimo.

Luca, invece, all’epoca aveva un podcast. Era circa il 2015.

Loro due comunque mi fecero buttare l’occhio su un nuovo mondo.

Era un mondo diverso da quello – teorico e astratto – dove mi ero rassegnata a rimanere. Un mondo fatto di cose concrete, progetti entusiasmanti…

E poi? Beh, di motivi ce ne sarebbero tanti, ma dopo quella scoperta caddi in un blocco totale.

Nonostante tutto mi rintanai in quella che mi sembrava la normalità.

Dal 2015 al 2018 mi sono trascinata dietro una vita che non mi soddisfaceva, andando verso un futuro che non mi entusiasmava.

Questo fino al 6 febbraio 2018.

Probabilmente stavo cazzeggiando su Facebook, in una “pausa” dallo studio per l’esame di Diritto privato.

Ero iscritta a WE ARE MARKETERS da tempo. Scorrendo il feed, lessi un post dove si annunciava la ricerca di nuovi Jedi.

Ora, voglio essere onesta: non sapevo neanche che cosa fossero i Jedi.

Tuttavia quella mi sembrò l’occasione per dare una sterzata alle cose. Mi dissi “ma sì, proviamoci”…

Per la vostra gioia, ho recuperato la mia candidatura. L’avevo chiusa così:

“Male che vada, mi candido come donna delle pulizie visto che siete dei casinisti fenomenali. Posso anche cucinare”.

Sì, mi sono candidata come donna delle pulizie di un’azienda senza uffici. Un vero genio, eh?

Al di là di questo, rileggere quella candidatura mi ha fatta sorridere e riflettere. Queste parole in particolare le sento ancora mie, a distanza di anni:

“La normalità, la monotonia non fa per me. Voi siete un concentrato di ciò che vorrei vivere. E poi, ho tanta voglia di mettere in pratica ciò che ho imparato, così come ho voglia di continuare a imparare e darvi fastidio”.

Non so perché, ma la mia candidatura fu accettata.

Dopo 2 anni sono ancora qui a dare fastidio e ho raggiunto un traguardo di cui sono fiera…

Oggi sono Community Manager in Marketers e dirigo la squadra dei miei fantastici, pazzi Jedi.

Finalmente posso rispondere:

Cosa voglio fare da grande?

Prima di tutto, non voglio smettere di sorprendermi e scoprire nuovi mondi.

E sì, voglio continuare ad aiutare i miei Jedi, ragazze e ragazzi da tutta Italia che moderano i gruppi Marketers, a trovare la propria strada. Magari lontana da quella che per gli altri è la “normalità”.

Perché, se c’è una cosa che ho imparato negli ultimi anni, è proprio questa:

La vita è troppo breve per lasciarsi dire cosa farne da una persona diversa da sé.

Un abbraccio,
Ida

Francesco Grisoni

Francesco Grisoni

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La mia storia inizia più di un quarto di secolo fa in una gelida mattinata di marzo a quanto dicono i miei genitori.

Ma a volte penso che la vera avventura sia iniziata consapevolmente e con una sua precisa direzione solo nel mio 24esimo anno di età.

Al tempo ero terribilmente frustrato.

Mi guardavo intorno e sentivo di non appartenere alla realtà che mi ricordava.

Mi resi conto che avevo inserito il pilota automatico, imboccando una strada universitaria tra le tante senza convinzione e vocazione solo per seguire l’esempio di amici e famigliari.

Accadde che la frustrazione raggiunse un livello tale che il dolore fu troppo grande e decisi di voler cambiare. Decisi di iniziare dalle basi dell’appagamento: la crescita personale.

Mi scaraventati fuori dalla mia comfort zone iniziando a prendere lezioni di canto. Fu proprio la terapia adatta di cui la mia anima inespressa aveva bisogno.

Non sapevo che da lì a poco salire su un palco di teatro di fronte a più di cento di persone per cantare mi avrebbe sconvolto l’esistenza.

Ma così fu.

Oggi guardandomi allo specchio vedo una persona completamente diversa a tratti irriconoscibile.

Da quel momento la mia vita ha iniziato a prendere la piega giusta. Anche la fortuna ebbe il suo ruolo.

Più o meno a inizio 2018 fui incuriosito da un’inserzione su Instagram che avevo installato da poco.

All’ora non potevo sapere che il 2018 sarebbe stato l’anno della rinascita della fenice dalle proprie ceneri: la mia rinascita.

Benedetto/a chi gestiva le ads di Dario a quel tempo. Mi si aprì un mondo nuovo.

Marketing, digital entrepreneurs, visioni di vita alternative.

Iniziai a studiare, ritrovai l’interesse per la lettura (leaders are readers :) ) e riscoprii la passione per la psicologia che avevo accantonato con l’inizio di Ingegneria.

Man mano mi isolai nella mia bolla di crescita per dedicare tutta la mia concentrazione a capire cosa fossero i funnel e il copy, le tecniche e gli strumenti del marketing tradizionale e odierno grazie ai contenuti infiniti che la community proponeva.

Ma la presa di coscienza arrivò dall’offline.

Fu il Marketers World a definire il mio avvenire.

L’evento fu una cosa pazzesca. Memorabile come Woodstock, un piccolo grande passo per me.

Non dimenticherò mai le emozioni e le sensazioni che mi accompagnarono al Palariccione quei giorni di settembre.

Soprattutto all’aperitivo quando vidi in carne ed ossa Vitto, Dario e tutti gli altri membri della Family e potei interagire con loro finalmente come persone reali senza filtri da schermo blu.

Ero partito da solo, ma ero tornato a casa con un sacco di amicizie preziose e di nuove conoscenze.

Ma soprattutto con più consapevolezza di chi volevo essere e dove volevo andare.

Tornato a casa la carica dell’evento mi permise di buttare giù alcune credenze limitanti nella mia mente e iniziare ad agire nel mondo esterno.

Oltre che investire tempo nella mia formazione con corsi marketers e offline, iniziai anche a investire soldi che avevo risparmiato grazie al mio lavoretto universitario da portapizze.

Non c’era tempo da perdere mi cercai anche i primi lavori per mettere finalmente in pratica ciò che sapevo e per sperimentare ciò che conoscevo solo teoricamente in modo da crearmi il mio bagaglio di competenze T-shaped.

Sono proprio queste competenze che mi hanno condotto dove sono oggi.

Ingenuamente quando scelsi la carriera ingegneristica (che sto pianificando di portare a termine – never give up!) fui condizionato nella scelta dai discorsi sulla sicurezza economica della mia famiglia.

Però io pensavo più in grande. E penso in grande tutt’ora.

Non so se hai mai letto “Padre ricco, padre povero”, ma ho imparato che non mi farò più guidare dalla mentalità “lavoro per i soldi”.

Con Marketers ho compreso che rincorrendo i propri obiettivi si diventa qualcosa di più grande di quello che si aveva immaginato e che il coraggio e i legami speciali con altre persone arricchiscono veramente la vita.

Il mio desiderio è fare parte di qualcosa che si regga in piedi su queste fondamenta.

Qualcosa che si elevi al di sopra di un’azienda e diventi un movimento di appartenenza proprio come ha fatto e sta facendo Marketers.

Questa è una vittoria senza tempo.

Una vittoria che avrà sempre valore perché impatta positivamente la vita di chiunque entri nell’ecosistema virtuoso di Marketers.

Credo che sono proprio questo genere di vittorie che ci fanno sentire meno in balia del caos e soprattutto, anche se solo per un momento, ci fanno sentire immortali.

Elo Usai

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“È così facile che anche mia nonna potrebbe farlo”.

Sulla carta era tutto perfetto. Ero il marketing manager di un’azienda internazionale. Una casa editrice oltretutto (seppure a tema medico), con quella parvenza di lavoro creativo.

Quando però il primo giorno entrai in ufficio con la borsa della palestra in spalla, la capa mi accolse così:

“Si vede che sei all’inizio, vedrai tra qualche mese come ti passerà la voglia”.

Non aveva torto. Capii presto che scrivere newsletter per aziende dentali e medicali non faceva per me. E più crebbe questa consapevolezza, più mi allontanai fisicamente ed emotivamente dall’ufficio.

Iniziai (come tanti) chiedendo di lavorare da casa.

Vivevo e vivo con mia nonna, come molti ora sanno. Ho perso mia madre quando ero piccolo, mio nonno allora era gravemente malato e mi sentivo di dover fare di più per loro.

In quei giorni sentivo nonna in cucina che si annoiava, mentre io stavo al computer a fare cose che non mi rendevano felice.

Eravamo vicini ma distanti. Qualcosa con cui oggi molti di noi possono relazionarsi.

Successe poi un giorno che mi trovai impegnato nel “sensazionale” compito di dover promuovere tubi ricondizionati per colonscopie, e lì sentii il campanello suonare: non potevo continuare a perdere tempo con quelle cose.

Iniziò quasi per gioco. Seguivo i podcast di Dario, avevo già divorato Copymastery e iniziai a studiare anche Instadvanced. Un mese dopo l’acquisto del corso aprii un profilo Instagram.

Ora, la cosa buffa è che non lo aprii per me, ma per mia nonna Licia, di quasi 90 anni.

Lo feci per distrarla dalla depressione in cui era caduta. Parliamoci chiaro, chi l’avrebbe seguita?

E invece (contro ogni previsione) ora mia nonna è un’influencer, con quasi 100.000 follower.

Il profilo è cresciuto velocemente e sono arrivate le prime proposte di collaborazione. Poi da quando è stata chiamata come modella per un brand di gioielli polacco, è finita su tutti i giornali e in tv a Le Iene.

36 mila follower in 4 ore.

Il segreto? Nessuno pensava che si potesse fare. Che una donna novantenne potesse crearsi un seguito sui social. Questo unito a un rapporto incredibilmente forte con la nostra audience, che abbiamo costruito col tempo.

Per quanto possa sembrare folle, un giorno decidemmo infatti non solo di rispondere a tutti i dm, ma di creare un video di risposta per ogni singolo messaggio che nonna riceveva.

Immaginate di scrivere a una persona che seguite sui social, e di ricevere una risposta attraverso un video apposta per voi, in cui vi ringrazia personalmente.

Il confronto con Renato Gioia in tutto questo è stato fondamentale, è stato il mio mentore a tutti gli effetti. E lo stesso vale per Marketers, sia a livello di strategie, che di community, di aiuto e confronto continuo. Al Marketers World poi ho conosciuto persone stupende con cui sono ancora in contatto e che è stato meraviglioso incontrare anche “nella vita offline”.

La cosa curiosa è che inseguendo un sogno sono arrivato a risultati professionali che non avrei mai raggiunto se fossi rimasto nell’ambiente standard in cui mi trovavo prima.

Ora vengo citato in articoli ovunque come esperto di digital marketing, sono docente allo IED e al Gambero Rosso, sia io che nonna veniamo contattati per iniziative stupende e sto realizzando tanti altri sogni che avevo da tutta la vita nel cassetto (alcuni ancora top secret). Se prima ero io a dover cercare arrancando le opportunità, ora sono loro a bussare alla porta.

Può sembrare un cliché, ma credo che la strada incerta sia quella che può dare più gratificazioni.

Se penso al senso di sofferenza che provavo allora e alla solitudine di mia nonna, che aveva perso il marito dopo una brutta malattia, capisco che questa storia ha cambiato due vite, non una. E anzi, forse molte di più.

E ora? Il passo successivo è creare un blog di invecchiamento positivo, rivolto agli over 70 e a chi ha il compito di prendersi cura di loro. Un progetto che spero avrà un impatto positivo sulla vita di tante altre persone.

Si parlerà di temi spesso trascurati, come alimentazione per anziani, sicurezza domestica e domotica, così come di argomenti più leggeri, quali moda e viaggi per over 70.

I feedback che già mi danno più soddisfazione sono quelli di persone giovani che, ispirate da noi, ci scrivono che hanno compreso l’importanza di passare più tempo con i propri nonni. A questo proposito abbiamo anche partecipato da poco a un’iniziativa chiamata “adotta un nonno”, con l’obiettivo di connettere maggiormente anziani e nipoti.

La scoperta più straordinaria è poi che, facendo un’analisi dei nostri follower, abbiamo scoperto che ci sono tante persone anziane, che molto raramente sono su Instagram.

E questo non ci fa mai mancare il divertimento.

Ci sono settantenni che scrivono alla nonna per consigli sui rossetti. Nonna recentemente è stata anche invitata da Barbara D’Urso su Canale 5 e presentata come “la regina di Tik Tok” (piattaforma dove abbiamo video che superano il milione di views).

Credo che, al di là dei singoli risultati che abbiamo ottenuto, dare vita a un progetto insieme a una persona cara sia meraviglioso.

E la cosa più importante è sempre iniziare. Ho postato la prima foto di nonna su Instagram un mese dopo l’acquisto di Instadvanced. E le cose sono andate molto più velocemente di quanto potessi pensare.

Se posso dare un messaggio positivo per concludere questa storia, è quello di non limitarvi alla “strada sicura”.

Se posso darne un secondo: ricordatevi dei nostri nonni, non lasciateli da soli.

Ma soprattutto: se li andate a trovare, cercate di non limitarvi a scattarvi un selfie con loro, per poi passare il tempo davanti al telefono. Ascoltateli, trascorrete davvero momenti di qualità insieme alle persone a voi care.

Vi stupirete di quanta saggezza e vitalità possono darvi, anche alla tenera età di 90 anni.

Spero che questa storia possa ispirarvi. Non c’è tempo per essere tristi.

Elo

Irene Bosi

Leggi la storia di Irene

Carriera vs Vita.

Perché dovremmo scegliere?

Già dall’università di economia ti insegnano a competere con gli altri.

La curva gaussiana dei voti dice che se aiuterai il tuo vicino di banco sarai tu a rimetterci.

Il mondo del lavoro tradizionale poi è spesso il proseguimento di tutto ciò, soprattutto in Italia.

È un mondo in cui se vuoi avere successo devi dedicare al lavoro il 110% della tua vita.

Stare in ufficio fino alle 9 anche se non hai niente da fare.

Avere un atteggiamento freddo e formale con colleghi e superiori.

Rendere il tuo capo felice prima ancora di pensare a come portare risultati.

Io da un lato ho sempre amato moltissimo il mio lavoro.

Ma dall’altro queste dinamiche mi hanno sempre fatto sentire inquieta dietro a una scrivania.

Per tanto tempo ho vissuto in una città che non faceva per me.

Ho avuto poco tempo per tutte le mie passioni.

Ho timbrato cartellini su cartellini.

Chiedendomi perché dobbiamo rinunciare alla libertà di viaggiare quando vogliamo, ai nostri interessi e alla nostra personalità per poter fare carriera.

Un giorno ho deciso di cambiare vita.

Mi seguivo su Instagram con Luca Cresi Ferrari.

Lui mi vedeva uscire dall’ufficio in skate, io lo vedevo condividere contenuti di business, lavorare dalla barca, mentre era a sciare o in viaggio.

Mi sono detta: vuoi vedere che questa vita esiste davvero?

Gli ho scritto facendogli una semplice domanda:

“Come fai?”

Qualche giorno dopo ci siamo sentiti al telefono. Ricordo che mentre mi parlava di Marketers e Yoga Academy mi brillavano gli occhi.

All’epoca ero brand manager in una multinazionale e stavo per cambiare lavoro: una posizione importante e una bella carriera davanti.

Quel giorno ho deciso di pancia. Sapevo poco di Marketers, ma ho rinunciato a una scelta sicura per abbracciare l’ambiente e le persone giuste.

Oggi ciò che non mi manca del mondo corporate è che nel momento in cui entri in ufficio smetti di essere una persona.

Cambi modo di parlare, di agire, di pensare.

Per questo non potrei essere più felice della scelta di diventare brand manager di Yoga Academy.

Oggi posso viaggiare, fare sport e allo stesso tempo lavorare ottenendo risultati e gestendo progetti complessi.

Posso spingere sempre più in su l’asticella della carriera, senza rinunciare alla mia vita, ma anzi: godendomela a pieno.

Progetti per il futuro?

Continuare a far crescere Yoga Academy e parallelamente dedicarmi a ciò che ho dovuto trascurare negli ultimi anni.

Da 5 anni ogni estate mi ritaglio a fatica un po’ di tempo per andare in Sud America e fare volontariato, applicando il marketing in contesti completamente diversi dal nostro.

Sono attività che mi aiutano a diventare una persona migliore e più creativa: mi mettono alla prova come essere umano.

Concludere questa storia è difficile, perché sento che è ancora tutta da scrivere. Ma voglio invitare tutti voi a rimanere persone anche nel contesto lavorativo.

Il mondo è cambiato molto nel 2020.

Con il covid tante persone hanno messo in dubbio il modo in cui gestivano la propria vita, rendendosi conto che è bello avere tempo per se stessi.

Mentre altre si sono annoiate ad avere più tempo libero. E probabilmente torneranno a lavorare in ufficio fino alle 10, inseguendo la chimera della carriera.

Penso che sia bello ritagliarsi spazio e tempo per vivere a pieno la propria vita, secondo le proprie regole.

Per questo spero che sempre più persone decidano di farlo.

Una cosa è certa: è di queste persone che amo circondarmi.

Paolo Nenci

Leggi la storia di Paolo

“L’ombra del noce è come quella del padrone: non è buona per nulla”.

Nonno Franco lo ripete da quando sono bambino. Per anni non ho capito davvero cosa volesse dire.

Nel dopoguerra nonno aveva fondato la sua piccola azienda agricola.

Lo presero per pazzo, perché per farlo rifiutò 3 bei lavori. Non per spirito imprenditoriale o altro:

Nonno voleva vivere la vita a modo suo, con le sue galline, le sue uova, i suoi conigli…

Io sono cresciuto guardandolo come esempio e appena diplomato in agricoltura mi sono fiondato a lavorare con lui.

Era il 2010 e prestissimo ho scoperto alcune cose:

La prima? Vivere di sola agricoltura è un bel sogno, ma oggi è impossibile.

Sì, hai sempre da mangiare, però rimangono bollette da pagare e spese da sostenere.

L’altra era che in azienda non avrei potuto innovare come volevo.

Mio nonno era giustamente affezionato a quello che aveva costruito con le sue mani.

Ancora però non sapevo tutta la verità…

In ogni caso, dopo un po’, decisi di andare a lavorare da dipendente per altre aziende agricole, arrivando a guadagnare un buono stipendio.

Nonostante ciò nel 2017 ho preso una decisione inaspettata.

Mio babbo e mia mamma lavorano in altri settori, mai avrebbero potuto portare avanti l’attività di famiglia.

Così lasciai stipendio assicurato, ferie e zero responsabilità per affiancare di nuovo nonno Franco.

Ero folle?

No, adesso capivo cosa aveva sempre voluto dirmi:

Così come sotto l’ombra del noce è impossibile coltivare qualcosa, “sotto il padrone” è complicato liberare la propria natura e costruire i propri sogni…

Io sognavo in grande, ma la vita si mise di traverso.

Prima di tutto scoprii che l’azienda era in rosso.

Ogni anno nonno ci rimetteva migliaia di euro dalla sua pensione. Non potevo immaginarlo.

Vi lascio pensare come ci rimasi.

Oltre a questo, proprio a inizio 2017, venni a sapere che la mia ragazza di allora mi tradiva.

Stavamo insieme da 8 anni e convivevamo da 5.

Per mesi non uscii di casa e persi 10 chili. Non dimenticherò mai cosa mi disse suo padre:

“Paolo, devi capirla. State insieme da quando avete finito le superiori e ancora non si sa cosa vuoi fare da grande.

Vuoi fare il contadino? Ma che futuro le può dare un contadino?”.

Questa fu la scossa interiore che mi serviva ad affrontare paure e dubbi.

Soldi non ce n’erano, quindi mi rimboccai le maniche.

Con passione, dedizione e tanta umiltà andavo a curare i terreni di altri per investire qualcosina nell’ormai mia azienda agricola.

Intanto ebbi un’illuminazione…

Nei mesi passati chiuso in casa avevo scoperto diversi lifecoach italiani e, forse con una sponsorizzata, anche un ragazzotto della mia età.

Vedevo le cose che faceva questo Dario Vignali e pensavo: “Che bello!”.

All’epoca non potevo certo comprare corsi o altro.

Allora divorai letteralmente ogni suo contenuto gratuito: articoli del blog, post sui social, gruppi Facebook, video…

A una certa mi si accese una lampadina:

Ogni volta che su Facebook pubblicavo una mia foto ottenevo pochi like. Quando invece parlavo del mio lavoro in campagna c’era tanto più interesse.

Feci una piccola ricerca di mercato.

Mi resi conto che nessuno raccontava il lavoro dietro i prodotti che ogni giorno arrivano sulla nostra tavola.

Pensai quindi un format molto semplice: delle dirette Facebook mentre potavo, facevo la vendemmia e quant’altro.

Chi veniva in live mi teneva compagnia mentre scopriva qualcosa di nuovo.

Le cose iniziarono a girare.

Quei piccoli risultati mi diedero la benzina per mettermi davvero sotto nel 2018.

Feci il grande passo, comprando Instadvanced.

La notte studiavo, la mattina lavoravo in campagna e applicavo ciò che imparavo.

Per un intero anno ho fatto almeno 1 live e 1 post al giorno su Instagram.

In 12 mesi arrivai a 15,000 follower.

Certo, all’epoca si potevano ancora applicare strategie per crescere più fretta. Ma quelle strategie da sole non bastavano per costruirsi un vero seguito.

Invece io notavo che le persone si stavano affezionando a me e a quello che facevo.

Dopo poco cominciai anche a ricevere tante richieste per acquistare i miei prodotti.

Continuando a studiare e applicare, costruii il mio primo, artigianale e-commerce.

Gli altri imprenditori mi prendevano anche un po’ in giro.

In home non c’era la classica foto della campagna toscana, ma un mio primo piano e qualche riga dove raccontavo chi sono.

Era quanto di più diverso dai classici e-commerce di vini e prodotti agricoli.

La verità?

Grazie a Marketers ero riuscito a vedere dove loro ancora non guardavano.

Pur commettendo tanti errori, com’è normale che sia, ho tagliato traguardi impensabili per me:

Nel 2018, in soli 3 mesi, sono riuscito a vendere le stesse bottiglie di vino che prima vendevamo in più di un anno. Non solo: nel 2019 Gambero Rosso mi ha nominato “il primo contadino digitale italiano”.

Sono riuscito a ottenere più di quanto mai mi sarei aspettato, più di quanto avessi mai ottenuto.

Stringendo i denti, lontano dall’ombra del noce, ma a modo mio. Con la soddisfazione di star costruendo il mio sogno.

Fiero di essere un umile contadino,
Paolo.

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Riccardo Zefelippo

Leggi la storia di Riccardo

Ho una tribù di Gorilla e non potrei esserne più fiero.

Fermi tutti: non vivo in Congo e non lavoro in uno zoo.

Per capire esattamente di cosa sto parlando, meglio riavvolgere il nastro a qualche anno fa:

Dopo la maturità partii per l’Inghilterra, affamato di esperienze e di indipendenza.

Sognavo di imparare diverse lingue, fare volontariato, salvare tartarughe o costruire scuole in Africa.

La vita pensò bene di darmi subito uno schiaffo in faccia, il più brutto della mia vita:

A poco tempo dalla pensione e dal suo sogno di passarla in barca, papà ci lasciò, per sempre.

Da ragazzino pieno di sogni a uomo di casa. Tutto in ventiquattr’ore.

Tornai in Italia e accettai il primo lavoro che mi capitò. Mi ritrovai in un ufficio senza finestre, davanti a una scrivania, con qualcuno che mi diceva esattamente come vestirmi e come comportarmi. Ogni singolo giorno.

Diventò presto il mio incubo peggiore.

In una delle tante notti insonni di quel periodo, a inizio 2014, qualcosa catturò la mia attenzione: il blog di Dario Vignali.

Mentre leggevo le parole di Dario, oltre a imparare strategie di marketing, vedevo una via di fuga dallo stile di vita in cui ero intrappolato.

Da lì iniziarono le vere e proprie montagne russe…

Provai a lanciare un business per mia sorella, fallendo.

Diedi le dimissioni e iniziai a saltare da un lavoro all’altro, senza meta.

Iniziai a uscire di meno con gli amici, a lanciare progetti online, a investire tutti i miei soldi e il mio tempo libero nella formazione:

Facebook Ads
Funnel
Copywriting
Social Media Management…

Dopo qualche anno le cose iniziarono a funzionare alla grande e mi ritrovai a gestire lanci da centinaia di migliaia di euro.

“Sto andando nella direzione giusta”, pensavo.

Eppure poco dopo…

Avete presente quella brutta sensazione di vuoto, ansia e demotivazione?

Sì, quella che ti colpisce dal nulla, che ti fa capire che stai sbagliando traiettoria. Di nuovo.

Scavai in profondità e iniziai a capire due cose:

Non mi piaceva avere un capo o lavorare alle idee degli altri (così accolsi il mio animo da imprenditore).

Non volevo collaborare con aziende che non condividevano i miei valori (così ritrovai il mio animo da attivista hippie).

Sono vegano, ho sempre amato gli animali e lotto ogni giorno per la sostenibilità ambientale (in ogni sua forma). Volevo ritrovare le stesse idee nei miei clienti.

Fast forward: Marketers Meetup di Roma. Siamo nel 2019.

C’è la maggior parte della Family. Il locale è stracolmo.

Evito accuratamente la folla e incontro altri due introversi: Giulia e Valerio.

Come me, sono studenti di Marketers. Tra una chiacchiera e l’altra, la serata vola via e ci salutiamo. Nessuna epifania (per ora).

I mesi corrono veloci e arriva il Marketers World di Rimini.

“Dai, venite anche voi stasera!”

Una ragazza conosciuta al World invita me e la mia ragazza a cenare al Flower Burger, insieme ad altri ragazzi (che ancora non conoscevamo). Esitiamo un po’, ma alla fine ci andiamo.

A tavola, mentre cerco di associare tutti i nuovi nomi a un volto, ne riconosco due: Giulia e Valerio.

Scopriamo di essere tutti e tre vegani, di voler essere imprenditori e di sognare di salpare con Sea Shepherd per salvare le balene dalle navi giapponesi.

Ora, tutti a questo punto avrebbero iniziato a intravedere delle chiare coincidenze.

A noi serviva ancora un segnale per decidere che era il momento di iniziare a collaborare insieme.

Il segnale in questione era il mio post di presentazione sul gruppo studenti di Business Genetics, scritto qualche mese dopo il World.

Tra i vari commenti (stavolta il destino voleva essere esplicito) c’era anche quello di Valerio.

Da quel giorno io, Valerio e Giulia abbiamo iniziato a conoscerci meglio, a fare lunghe chiamate notturne e a coltivare un nuovo progetto che è germogliato ad aprile dell’anno scorso:

Gorilla Tribe.

Un’agenzia di marketing (odiamo ancora chiamarla così) con un unico scopo: aiutare aziende e personal brand che hanno un impatto positivo sul Pianeta.

Le nostre parole d’ordine sono etica e sostenibilità.

In poco tempo lanciamo il sito e iniziamo a fare delle cold call ai primi clienti.

Boom.

La risposta è incredibile, con un magnitudo più grande di quanto ci aspettassimo:

Tanti imprenditori vogliono lavorare con noi perché si rispecchiano perfettamente nei nostri valori.

Diamo così vita a un nuovo approccio al marketing, che chiamiamo “per gli Eroi del Pianeta”.

Ah, se un’azienda ci contatta per “seguire il trend del momento”, rifiutiamo categoricamente.

È difficile farlo, specialmente all’inizio, ma sappiamo che la nostra vision è troppo importante per essere compromessa.

Perché “Gorilla Tribe”?

La risposta è semplice:

I gorilla sono animali forti, pacifici, si raggruppano in grandi tribù e vivono in armonia con madre natura.

Noi gli assomigliamo (e non potremmo esserne più fieri).

Finalmente ritrovo me stesso in quello che faccio, al 100%.

Ho avuto tanti momenti difficili nella vita, ma la cosa più importante è che non ho mai smesso di credere che esistesse una via migliore.

Ora ho la mia amata tribù di Gorilla, e non potrei esserne più fiero. E in più…

So che tutto questo è solo l’inizio.

Da un insolito imprenditore attivista hippie è tutto,

Riccardo

Federica Mutti

Leggi la storia di Federica

Al primo giorno in ufficio ho avuto un pugno nello stomaco.
Chi me l’ha dato?

Tutto quello che non avevo mai avuto il coraggio di ammettere, nemmeno a me stessa.

Dal giorno in cui sono venuta al mondo fino a pochi mesi fa la mia strada sembrava delineata:

Studia, laureati, trovati un buon lavoro, restaci finché puoi. Possibilmente a tempo indeterminato.

I miei genitori, entrambi impiegati nell’industria assicurativa, me l’avranno ripetuto migliaia di volte.


Ho finito per crederci.


Così quel giorno di circa 4 anni fa, quando ho preso la metro per andare all’ufficio di quella grossa agenzia di comunicazione per il mio stage, mi sembrava di star compiendo un percorso.
Asettico.


Quell’ufficio però mi sembrò asettico, appena ci misi piede.


Ricordo ancora le pareti tutte bianche, le grosse scrivanie e le persone chine sui loro computer a lavorare come se il mondo fuori non esistesse.


Ora, vi anticipo che nella mia storia non c’è nessun momento magico e nessun colpo di scena.


All’epoca pensai che semplicemente quell’azienda non facesse per me.


Non poteva che essere così, no?


Così mi misi alla ricerca e cominciai a lavorare per alcune startup.


Nel frattempo però mi si era riaccesa una vecchia scintilla.


Dovete sapere che, sin da quando avevo circa 13 anni, mi ero innamorata di Internet.

Passavo il tempo a costruire pagine in HTML e poi piccole community su Facebook.


Il digitale non era pop come oggi, la mia famiglia – molto “tradizionale” quando si parlava di lavoro – non poteva capire perché lo facessi.


Quelle ore al computer, per tutti, erano un gioco e poco più.


La voglia di fare e costruire cose mie è rimasta intrappolata in un cassetto.


Poi un giorno mi si presentò un’occasione.


Duranti gli anni del liceo mi ero immersa nel mondo digitale. Erano gli anni in cui Chiara Ferragni aveva appena aperto il suo blog…


Io intanto avevo scoperto anche quelli di Dario Vignali e di Andrea Giuliodori.


Erano ogni volta una scoperta.
Mi davano una carica incredibile e passavo da un progetto all’altro. Ovviamente senza portare mai granché a termine.


Tra le tante cose, nel 2018 – il mio ultimo anno di studi – finalmente aprii un canale YouTube…


L’estate dopo la mia laurea capitò che trovai un annuncio su Facebook: Marketers cercava Jedi.


Ora, da una parte ero incuriosita e dall’altra volevo dare qualcosa indietro a Dario e tutta la community che mi aveva ispirato così tanto.


Marketers mi aveva finalmente fatto sentire meno sola.


Per anni avevo pensato fossi quella strana, perché nessuno intorno a me era così entusiasta del digitale.


Dentro questo movimento, invece, avevo trovato tanti simili e anche tanto coraggio.
Beh, ve la faccio breve.


Quello era un periodo un po’ incasinato della mia vita, ma l’esperienza da Jedi fu indimenticabile. Soprattutto per due motivi…


Il primo, quello più evidente, è stata la possibilità di sbirciare nel dietro le quinte di Marketers.


Vedere con i miei occhi come nascevano progetti, venivano curati e portati a termine.


L’altro, che non mi aspettavo minimamente, fu il Marketers World.


Quell’anno – era il 2018 – ci sarebbe stata la prima edizione. Io fui invitata, come Jedi.


Avevo un po’ paura, paura di uscire dalla mia zona di comfort. Alla fine però ci andai.
Non trovo ancora le parole per descriverlo. Fu illuminante:
Nei mesi avevo accantonato il mio canale YouTube. Ero impegnata tanto in startup e pensavo che quello fosse un semplice passatempo.


Non era mai stata un’opzione che diventasse una cosa seria e tantomeno un lavoro.


Al World vidi persone in carne e ossa, invece, che ci avevano creduto e ora si svegliavano la mattina potendo costruire qualcosa di completamente proprio.


Quello che, cominciai timidamente ad ammettere, volevo fare anch’io.
Se andate a vedere gli analytics del mio canale, dopo quell’evento c’è un chiaro picco.


Un anno dopo ero di nuovo lì, ma completamente cambiata.
Al World 2019 avevo un canale YouTube ben avviato e probabilmente lì ho trovato una spinta inconscia a fare ciò che sarebbe successo qualche mese dopo.


Ho iniziato il 2020 scrivendo i miei obiettivi in agenda. Il primo?


Lavorare di più e meglio nella startup.


In fondo non mi ci trovavo male, anche se avevo sempre quell’idea rumorosa in testa.

Sotto sotto sapevo che un giorno avrei fatto il grande passo e sarei diventata freelance. Volevo farlo.
Aspettavo il momento giusto…
Non potevo sapere che il momento giusto sarebbe arrivato dopo una riunione con un collega, una mattina di febbraio.


Sì, proprio prima del lockdown.


Uscii da quella stanza con la consapevolezza che il momento era arrivato.


Diedi finalmente un senso a quel pugno nello stomaco del primo giorno in ufficio.


Era una spinta a saltare, lanciarmi verso ciò che mi faceva paura e che, come tutte le cose che fanno paura, nascondeva la meraviglia.


La meraviglia, ora posso dirlo, di fare il lavoro che davvero sognavo.


Il mio viaggio è appena iniziato. Non in ritardo, al mio tempo.


Quella di Federica Mutti è la nuova meravigliosa storia di Humans Of Marketers.