Imangy, il blog nato da un dilemma: meglio una mamma ipocrita o d’esempio per i suoi figli?

I sogni nel cassetto possono diventare pesanti rimorsi.

Chi ne ha mai avuto uno che non è riuscito a realizzare, lo sa bene.

Per un genitore questa regola vale doppio, come ci ha raccontato Angela Berton, mamma, Human Of Marketers e food blogger dietro il blog imangy.

“Come avrei potuto insegnare ai miei figli a inseguire i loro sogni, se io stessa fossi stata la prima a non farlo?”

Questo dilemma è stata una delle scintille che l’hanno portata a cambiare vita, a inseguire il proprio sogno tramite l’online e fare quello che lei definisce un “salto nel burrone”.

Lasciamo la parola ad Angela, che ti racconterà come ce l’ha fatta.

La mia (ma forse anche tua) gabbia di incomprensione e inadeguatezza

Questa è la storia di un salto dal ciglio di un burrone.

Forse qualche segnale che la mia vita avrebbe avuto una direzione non convenzionale avrei già dovuto riconoscerlo ai tempi dell’università…

Non sono mai stata una gran studentessa, ma me la sono sempre cavata con un po’ di

intraprendenza. Come diciamo in veneto, ho sempre avuto quel “pel de mona in scarsèa”: non ero una sprovveduta, ecco.

Studiavo poco tra i banchi, ma lo facevo per coltivare tutte le mie passioni: teatro, canto, pianoforte, pasticceria, cucina in generale.

Nonostante ciò, dopo una serie di cadute rovinose, riesco a portarmi a casa anche una laurea alla Bocconi in “Gestione dell’innovazione e della tecnologia”.

Mi è servita? Credo di sì, del resto sembrava che la richiesta di titoli tra le agenzie di consulenze a Milano fosse in crescita nel 2009, dopo il fallimento della banca Lehman Brothers e la crisi globale che questa aveva innescato.

Io, in ogni caso, il lavoro lo trovai. Venni ben accolta, con un percorso di crescita lineare davanti e un campo libero per innescare tutto il mio potenziale. Mi sentivo una Porsche senza freni.

Qualcuno direbbe “legge dell’attrazione” a questo punto, perché durante i primi mesi, mentre i mercati cercavano di risalire a galla, io trovai anche l’amore della mia vita: Marco.

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Lui studia ingegneria ma decide di intraprendere un lavoro nella ristorazione. Avevamo la stessa passione per la cucina, così il nostro hobby diventa cucinare (e mangiare) insieme.

Dopo un paio d’anni a Milano sentivo ufficialmente di aver trovato il mio posto, eppure lo abbandonai. Marco aveva trovato lavoro a Treviso e io decisi di seguirlo.

Ero felice di quella scelta, non avrei mai voluto che ci separassimo. Ma va detto, io un pezzo di cuore lo lasciai a Milano insieme al mio potenziale professionale.

Così, dietro consiglio, entro come commerciale e project manager in un’azienda metalmeccanica che produce moduli guida per macchine movimento terra e neve (gatti delle nevi, gru, escavatori, etc).

Per me, che avevo fame di cambiamento, quel posto si trasformò in un acquario sicuro ma dove nuotavo con fatica, sentendomi spesso inadeguata e boccheggiante.

Nutrii per troppo tempo la speranza di una svolta che non arrivò mai, fino a quando, a un certo punto, mi addattai, gli sforzi di rivolta diminuirono e passarono 11 anni.

La verità sull’inseguire un sogno con due bambini in casa

Un giorno qualcuno mi rivolse una frase. Era semplice, eppure fu il principio di un cambiamento:

“Ma perché non apri un blog? Sei brava in cucina.”

Chiunque oggi abbia una passione per la cucina potrebbe aver sentito qualcuno rivolgergli questa stessa frase.

Nel mio caso, però, servì a riportare a galla un flashback potente: il mio sogno di aprire una pasticceria, di fare corsi di cucina, di raccontare l’amore per il mangiare bene.

Allora nel 2015 lo aprii davvero il blog, imangy. Fu il primo passo verso il burrone, solo che ancora non l’avevo capito…

All’inizio, infatti, pensavo potesse servirmi anche solo per sfogarmi dalle giornate piatte a lavoro.

Il problema era che non sapevo cosa fosse la costanza, mi perdevo pezzi di tecnologia per strada e forse il mio stile di scrittura era fin troppo serio (io che ho fatto pure un provino per Zelig).

In generale scrivevo poco, non riuscivo a ritagliarmi molto tempo… o forse non sapevo come farlo.

Nel frattempo io e Marco ci sposiamo, cuciniamo, mangiamo e sforniamo due bignè: Luigi nel 2017 e Matilde nel 2019.

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Arriviamo all’anno seguente, alla pandemia.

A marzo 2020 mia madre viene ricoverata alla prima ondata.

Io e mia sorella le salviamo letteralmente la vita insistendo per un ricovero. Sono grata di essere nata determinata.

Mamma ne esce viva ad aprile, io ne esco cambiata.

“Lavori tutta la vita, a testa bassa e sottomessa, poi arriva una pandemia e manda in mona

tutto. Ha senso vivere così? Ha senso dire ai propri figli ‘seguite i vostri sogni’ e poi sono io la prima a mettere la testa sotto la sabbia?”

Ormai il burrone era lì, lo vedevo e mi stavo incamminando verso di esso, con le gambe tremolanti ma sempre più consapevole.

“Dovresti fare la food blogger” mi disse una nuova amica.

A questo punto, mi dico io, è meglio provarci, poi, se va male, si cambia strada.

Sforzi razionali tra dubbi scomodi: è così che ce l’ho fatta

Scrivevo, fotografavo, studiavo.

Vado avanti così per circa 2 anni, alzandomi prima la mattina e andando tardi a letto la sera.

L’obiettivo consisteva nel creare contenuti, seguire corsi, sperimentare ricette e incastrare il lavoro con la gestione di casa e dei bambini.

Volevo costruirmi un personal brand che mi permettesse di guadagnarmi da vivere con la mia passione per la cucina.

L’impegno c’era, arrivai sul ciglio del burrone e, guardando giù, mi fece paura: “E se saltassi giù e poi mi schiantassi?”.

Iniziarono i dubbi minatori miei e le domande scomode di amici e parenti:

“Ma di content creation e blogging si può vivere? Hai 800€ di mutuo al mese e 500€ di asilo da pagare. Sei fuori?”

Onestamente la terra mi tremò un po’ sotto i piedi. Ogni muscolo mi diceva di tornare indietro, io, però, razionalizzai la situazione.

Dovevo proseguire perché lo volevo, ma dovevo anche preservare la mia situazione economica nel mentre.

Mi creai una fonte di entrate parallela che potesse farmi da paracadute: aprii un’impresa alimentare domestica che produceva torte su ordinazione.

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Arriva luglio 2021. Lavoro n°1, bambini, lavoro °2, casa, contenuti, studio: la routine si stabilisce così.

Inizio a propormi per qualche collaborazione, inizio a essere contattata per qualche catering e inizio a vendere le mie foto.

Lo stupore era palese a quel punto. Mi sembrava incredibile che qualcuno mi stesse pagando per fare una cosa che avrei fatto senza sosta.

Poi, l’ennesima frase buttata lì che mi ha cambiato la prospettiva sul futuro…

Un vicino di casa, che mi ha visto crescere e sosteneva il mio nuovo percorso, mi fa: “Conosci Dario Vignali?”.

Il “salto del coraggioso” e come Marketers mi ha aiutata a compierlo

Seguii Dario, quindi scoprì Marketers, tutto l’ecosistema che c’è dietro e il modo di lavorare che perseguono e insegnano.

Comprai CopyMastery, mi iscrissi a Marketers Pro e iniziai a unire puntini del sentiero che avrei dovuto battere per tagliare il traguardo che mi ero prefissata.

Finalmente mi sentivo maturata, le gambe erano salde, lo sguardo fiero e incosciente. Allora presi l’ultimo slancio e saltai: dissi all’azienda di volermi licenziare.

Dopo tutti quegli anni, però, non volevano che me ne andassi.

Concordammo una riduzione progressiva della mia presenza in azienda diluita in circa 9 mesi, periodo durante il quale le richieste e le proposte di rimanere non mancarono.

Ma nonostante tutto io ero determinata a proseguire sulla mia strada e così fu.

Quando varcai per l’ultima volta il cancello di quell’azienda, provai una sensazione strana: la mia testa era un misto tra un party caraibico e l’idea di sostenere l’ultimo esame all’università.

Stavo ufficialmente volando giù dal burrone ora, senza alcun paracadute ma con la consapevolezza di avere due ali con cui avrei fatto il possibile per non toccare più terra.

Cominciò l’avventura. Studiai di nuovo CopyMastery e mi feci coraggio ascoltando i podcast di Dario.

Lavoravo, mi buttavo, provavo, sbagliavo, ripetevo.

La libertà di avere tutto nelle mie mani, senza limiti, mi fece sentire viva dopo tanti anni. Stava emergendo una nuova me, o forse era quella che era rimasta seppellita dal passato.

Quell’estate mi portai in vacanza il manuale del Metodo Marketers. Lo lessi tutto in 4 giorni e la testa mi esplose (di nuovo) per le opportunità che rivelava. Lo feci leggere anche a Marco, esplose la testa anche a lui e Marketers e Dario ottennero un nuovo follower.

Arrivò fine settembre. “Quanto mi piacerebbe andare al Marketers World!” confessai.

Ma tre giorni senza mamma mi sembravano troppi. Come l’avrebbero presa? Erano troppo piccoli e serviva aiuto in casa.

La verità è che, per quanto io mi sentissi una donna emancipata, avvertivo ancora la chiamata interiore al “dover esserci sempre”.

Marco è stata la mia fortuna più grande: “Tu non devi neanche pensarci: vacci e basta. Qui noi ci arrangiamo, ci penso io.”

Grazie a lui ho potuto respirare 3 giorni di pura adrenalina al Marketers World 2022.

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Finii quasi per soffocare di lacrime durante lo speech di Erica Tramontini, CEO of Happiness di Marketers.

Non ci conoscevamo, eppure raccontò la mia storia: una figlia del fenomeno delle “Grandi Dimissioni”, intrappolata per troppo tempo da un lavoro che non desiderava, che puntava sulla mia inerzia.

Quando scese dal palco corsi ad abbracciarla forte e piansi persino sulla sua spalla. In quel momento raggiunsi la consapevolezza che ce l’avevo fatta sul serio a superare quel burrone che tanto mi spaventava.

Sono tornata a casa tanto galvanizzata da comprare subito i biglietti per il Marketers World 2023. Questa volta per due, perché voglio che venga anche Marco.

Lui, infatti, nel frattempo si è licenziato e da dicembre lavoriamo insieme tra dolci, ricette e contenuti per il blog.

Abbiamo anche aperto “èProntoo”, il servizio di pasti pronti per gente indaffarata. La risposta del mercato è stata buona, ora non ci resta che migliorare l’offerta.

Io continuo, in parallelo, a costruire la mia strada da content creator nel mondo food.

Oggi mi sembra di vivere in una bolla di felicità: la famiglia è in armonia, ci viviamo molto di più i bambini, le richieste di lavoro non mancano, la mia creatività è sempre più attiva, siamo stanchi ma contenti.

Ormai guardo il mondo esterno con maggior senso critico rispetto alle vite che crediamo ci vengano imposte.

Vedo tanta gente infelice che elenca scuse più o meno plausibili per giustificare il suo stato: di fatto, spesso, sta scegliendo di essere infelice.

Riguardandomi indietro, infatti, direi che non è questione di scrivere la propria parabola dell’eroe. Io lo definirei, invece, “il salto del coraggioso”.

Ogni sogno merita quel salto.

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