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Come cambierà l’industria del cibo e il nostro modo di mangiare?

Lewis Hamilton, Arnold Scwarzenegger, Chris Paul, Pumbaa, Vertical Farm, Netflix.

Cosa c’entra tutto questo con il cibo?

Domanda tanto lecita quanto scontata. Di primo acchito poco o niente, se non per il riferimento alle coltivazioni “in verticale” sulle quali avremo modo di soffermarci più avanti.

Un pilota di Formula 1, un attore e politico, un cestista NBA, un’azienda (sì, Pumba non è solo il famoso facocero de “Il Re Leone”), l’agricoltura del futuro e il sito di streaming più famoso del globo.

Eppure, in un senso o nell’altro, tutte le parti citate si sono impegnate, più o meno attivamente, nel lanciare un segnale sul modo in cui tutti noi ci nutriamo utilizzando il potere dettato dalla loro influenza popolare.

La stressante giornata di lavoro è terminata, prepari la cena (o la ordini: stasera non hai proprio voglia di metterti anche a cucinare) e decidi di consumarla, magari sul divano, davanti alla più classica serata dedicata a un film o a una serie tv.

Apri Netflix sulla tua Smart TV, un po’ di ricerca e ti imbatti in questo film-documentario “The Game Changers”. E leggi: “Racconto della vita di atleti professionisti che hanno scelto di adottare una dieta a base vegetale ottenendo grandi risultati”.

Ti fai convincere, magari proprio mentre mangi il classico hamburger doppio. Da lì ti si apre un mondo da approfondire: il futuro della carne animale, proteine vegetali, gas serra, allevamenti intensivi e sostenibilità ambientale.

Da Netflix a quello che ingeriamo quotidianamente: un passo che sembra tutt’altro che breve, ma che in realtà si connette in pochi attimi.

The Game Changers segue la storia del campione di Ultimate Fighting James Wilks, ma non mancano altri confronti: da Lewis Hamilton, che oltre a seguire una dieta vegana ha aperto una catena di fast food a base vegetale (il Neat Burger di Londra), fino al tennista Novak Djokovic, arrivando a una delle stelle del basket mondiale Chris Paul.

Influenza culturale, si è detto.

È impressionante, a questo proposito, il caso di La regina degli scacchi, recente serie Netflix di enorme successo.

I 62 milioni di spettatori sparsi in giro per il mondo si sono trasformati tanto in un aumento degli accessi ai portali di scacchi quanto a un boom di vendite di scacchiere e pezzi (+210%).

È il caso, allora, di fermarsi a ragionare su alcuni degli spunti che The Game Changers e altri prodotti editoriali lanciano.

Il nostro modo di mangiare sta cambiando? E se sì, come stravolgerà tutto il business che gira intorno al cibo? In questo Marketers Insight cerchiamo le risposte a queste due domande. Mettetevi comodi, si parte.

La rotta fin qui

“Historia magistra vitae”, diceva Cicerone.

Tutto si evolve, tutto si trasforma seguendo contesti sociali e bisogni che le persone devono soddisfare nel corso della loro vita. E il cibo, nel corso degli anni, è tra i settori maggiormente sottoposti a cambiamenti a seconda di cambiamenti e nuove scoperte.

L’uomo, raccontano diversi studi scientifici, è da sempre onnivoro: come tutti i primati è capace di ingerire più o meno qualsiasi tipo di alimento.

Ai tempi della preistoria l’uomo era principalmente raccoglitore, ossia si cibava di quanto offriva la terra (frutta e verdura) e quel che restava delle carcasse degli animali cacciati dai grandi predatori. Col passare degli anni, anche con l’ausilio del fuoco, ha iniziato a divenire anch’esso predatore.

Nell’Antica Grecia l’alimentazione si basava principalmente su zuppe di cereali e di pane, accompagnate da olio d’oliva, ortaggi, vino e formaggio di pecora o capra, ma anche pesce per le popolazioni a ridosso dei corsi d’acqua. La carne solo durante pasti più sontuosi o festività, ma comunque in quantità limitate: non più di uno o due chili a testa all’anno.

Nell’Antica Roma spazio a pane, legumi, frutta, vino, ma anche pesce e carne, quest’ultima, inizialmente, consumata dai ceti più abbienti. Principalmente carne suina poiché la macellazione dei bovini fu proibita a lungo per non sottrarli al lavoro dei campi.

Tra Alto e Basso Medioevo, invece, la dieta europea diventò più equilibrata: tanto vegetale quanto animale. Mentre in città si consumava pane bianco e carni fresche, nelle campagne aumentò il consumo di pane nero e carni di maiale salate.

Sarà poi durante l’età moderna e, ovviamente, l’età contemporanea che il progresso tecnologico e lo sviluppo del commercio mondiale hanno consentito diete più variegate, ricche anche di prodotti una volta esotici.

Come detto, l’uomo da sempre ha avuto una connotazione onnivora capace – almeno sembra – di giocare un ruolo importante nell’evoluzione della specie. L’impossibilità di consumare carne cruda, secondo uno studio di Harvard pubblicato da Nature, avrebbe determinato un rimpicciolimento dell’apparato masticatorio e digestivo.

Tutto è iniziato circa 2 milioni di anni fa. Esattamente quando altri cambiamenti, come l’aumento delle dimensioni del corpo e del cervello, hanno aumentato il fabbisogno energetico.

I risultati della ricerca hanno dimostrato che la dieta perfetta era formata per un terzo di carne e due terzi di vegetali. Con un se: solo se processati con l’utilizzo di strumenti.

La carne non processata è risultata impossibile da consumare. Piccoli pezzi di carne sottili, ingoiati interi e assieme a tuberi e radici pestate, permettono di masticare il 17% in meno e con una forza inferiore del 26%, confrontate con tutte le altre possibili combinazioni dei tempi testate.

Via al consumo di carne per dedicare meno tempo alla raccolta e al pasto stesso. Per farlo hanno così sviluppato strategie che hanno dato il via a modifiche morfologiche dando i natali a linguaggio e evoluzione delle capacità intellettive.

La paleontologa di Harvard Katherine Zink ha così riassunto:

“Se utilizzi meno forza e mastichi di meno, trascorri una parte minore della giornata a mangiare. E se non hai più bisogno di mantenere denti e mascelle potenti, la selezione naturale è libera di migliorare altri tipi di performance per la sopravvivenza”.

La bussola del mercato

Il futuro della carne

Secondo le stime della FAO (Food and Agriculture Organization), nel 2050 gli abitanti della Terra sfioreranno i 10 miliardi di persone e l’obiettivo dovrà essere quello di garantire a tutti la possibilità di sfamarsi senza distruggere il pianeta.

Passare ad un regime alimentare vegano permetterebbe di ridurre le emissioni di anidride carbonica. Ma è possibile ottenere risultati positivi anche solo diminuendo il consumo di carne bovina in quanto la produzione di 1 chilo di carne implica il rilascio di 27 chili di CO² nell’atmosfera.

Nuove alternative (alcune delle quali sono già una realtà in qualche area del mondo) per diminuire l’impronta ecologica degli alimenti potrebbero essere insetti, carne in laboratorio, colture idroponiche, tecnologie di stampa in 3D in grado di replicare la consistenza e i sapori dei cibi tradizionali.

Un versante in rapida evoluzione è proprio quello della produzione di pesce e carne in laboratorio, partendo da cellule estratte dagli animali: alcuni scienziati dell’Università di Bath stanno iniziando a coltivare pancetta su fili d’erba mentre in California sono stati prodotti i primi bocconcini di pollo in un bioreattore senza uccidere alcun animale.

Bruce Friedrich, membro del GFI (Good Food Institute), sostiene che entro il 2050 mangeremo tutti carne coltivata e non esisteranno quasi più macelli e fattorie.

Per quanto riguarda gli insetti, il regolamento europeo sul novel food aveva introdotto una prima autorizzazione generale alla commercializzazione degli stessi a fini alimentari, ma essa è consentita solo in un “regime di tolleranza” da parte degli Stati membri interessati.

Anche l’agricoltura dovrà fare la sua parte, affidandosi a tutte le tecnologie che permettono di ridurre gli input chimici e idrici tra cui satelliti per il monitoraggio dei sistemi agricoli.

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