Cosa si intende per burnout? Definizione e impatto della sindrome da burnout
Il termine burnout, che tradotto letteralmente dall’inglese significa bruciarsi, suggerisce l’immagine emblematica del fuoco che un tempo avvampava e di cui, ora, non resta che cenere.
Nel gergo ingegneristico il termine burnout fa riferimento allo stress ripetitivo imposto sul componente di un dispositivo che, a lungo andare, ne compromette il buon funzionamento. In modo analogo, lo stress cronico sul lavoro, se non gestito in modo adeguato, genera una sorta di blackout che impedisce di portare avanti normalmente le proprie attività professionali e di vita.
Il concetto di burnout è stato associato per la prima volta al mondo del lavoro nel 1974 dallo psicologo americano Herbert Freudenberger in riferimento alle professioni di assistenza alla persona (medici, infermieri, assistenti sociali, ecc.) in cui il coinvolgimento emotivo è senza dubbio molto intenso e, se non gestito, può portare all’esaurimento.
Gli studi sul burnout e sulla sua rapida diffusione in ogni ambito professionale sono poi culminati, nel 2019, nella decisione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità di includerlo tra i fenomeni professionali rilevanti, nell’ambito della classificazione generale delle malattie e dei disturbi (International Classification of Diseases).
“Il burn-out è una sindrome concettualizzata come risultante da stress cronico sul posto di lavoro che non è stato gestito con successo.
È caratterizzata da tre dimensioni:
- sensazione di mancanza di energia o esaurimento;
- aumento della distanza mentale dal proprio lavoro, o sentimenti di negatività o cinismo legati al proprio lavoro;
- ridotta efficacia professionale.
Il burn-out si riferisce specificamente a fenomeni nel contesto occupazionale e non dovrebbe essere applicato per descrivere esperienze in altri ambiti della vita.”
Come riconoscere, dunque, quando lo stress da lavoro sfocia nel burnout?
Che cosa lo genera?
Quali interventi è possibile mettere in atto per prevenirlo e quali rimedi contribuiscono a ripristinare la serenità?
Scopriamolo insieme.
Quali sono le principali cause e i fattori di rischio?
Quando si parla di burnout, il primo pensiero tende a posarsi sul carico di lavoro e dunque sulla mole di attività e il tempo che pare sfuggire di mano a fronte di scadenze sempre più stringenti.
La situazione, però, è più complessa di così e riguarda una molteplicità di cause e situazioni che, se coesistenti per tempo prolungato, danno origine alla sindrome da burnout.
Conoscere le cause è senza dubbio il primo passo per arginare il rischio e mettere in atto gli opportuni interventi, ma, come in ogni circostanza, è auspicabile agire in modo preventivo, ben prima di scorgere all’orizzonte il livello di allarme.
Quali sono, dunque, i presupposti che costituiscono il terreno fertile in cui il burnout affonda le proprie radici?
Partiamo da una considerazione tutt’altro che scontata: lo stress connesso al lavoro ha origine sia da fattori esterni che da fattori interni all’individuo.
Approfondiamoli subito!
Fattori organizzativi che contribuiscono al burnout
I primi fattori riguardano il contesto e, per mitigarli, è necessario l’intervento di chi tale contesto lo gestisce e organizza. Nelle strutture aziendali si farà affidamento a figure preposte e modalità strutturate, ma non possiamo trascurare anche i liberi professionisti che, sebbene non siano soggetti alle dinamiche organizzative, risentono dei ritmi e delle modalità che impongono loro i clienti e il mercato.
Negli ambienti di lavoro ostili, i professionisti tendono a percepirsi come ingranaggi di una macchina.
Rispondono a dinamiche che non sono tenuti a conoscere, ma che devono rispettare alla lettera mentre vedono le proprie peculiarità ed esigenze trascurate, se non addirittura represse.
Ecco i fattori organizzativi che possono portare al burnout descritti nel dettaglio.
Carico di lavoro eccessivo
Proveniamo da una cultura che tende a premiare lo spirito di abnegazione al lavoro.
La quantità di ore trascorse in ufficio e il numero di task smarcati hanno a lungo determinato la differenza tra un buon professionista e un fannullone.
Se a questo si aggiunge la rinuncia al proprio tempo libero, il riconoscimento è dietro l’angolo e, con esso, anche il rischio di burnout.
Il carico di lavoro, però, non riguarda solo la mole di ore e attività, ma anche il coinvolgimento emotivo.
Ecco perché il termine burnout è stato associato per la prima volta alle professioni di assistenza alla persona ed è letteralmente esploso a livello di diffusione durante la pandemia da Covid-19, quando gli operatori sanitari sono stati investiti di un anomalo carico di lavoro in termini sia di ore lavorate che di coinvolgimento emotivo.
Mancanza di controllo
L’abilità di gestire in autonomia i propri compiti e raggiungere gli obiettivi assegnati è una delle principali fonti di soddisfazioni di ciascun professionista.
Nei contesti organizzativi in cui i vertici esercitano l’autorità imponendo modalità e ritmi di lavoro, questa necessaria gratificazione lascia il passo all’ansia di svolgere i propri compiti in linea con le direttive intimate dall’alto.
A questo si aggiunge, poi, la mancanza di autonomia nella gestione degli orari di lavoro.
Questo non significa necessariamente scegliere quando cominciare e terminare la propria giornata, ma disporre di una flessibilità oculata che consenta di organizzare la propria vita privata in modo non affannoso, seppure nel rispetto delle necessità aziendali.
Mancanza di riconoscimento
È diffusa l’idea che la sola ricompensa del proprio lavoro sia di natura economica.
Senza dubbio la rilevanza del compenso è fuori discussione perché non soddisfa solo un’esigenza finanziaria, ma un bisogno di conferma della propria efficacia. Ecco perché premi e promozioni andrebbero sempre pianificati con cura e regolarità.
Eppure la ricompensa economica non rappresenta la sola fonte di soddisfazione di cui ogni professionista ha bisogno.
I feedback positivi sono uno stimolo indiscutibile in grado di ripagare l’impegno costante o eccezionale del professionista che risulterà poi disponibile nel tempo ad affinare le proprie abilità per raggiungere obiettivi via via più ambiziosi.
Tuttavia ancora oggi resta diffusamente radicata la convinzione che rimproveri e sanzioni rappresentino lo stimolo più efficace a performare al meglio, mentre per lo più generano frustrazione e delusione, ottime alleate della sindrome da burnout.
Mancanza di supporto sociale
Ogni organizzazione è una comunità, dunque si fonda sulla collaborazione volta al raggiungimento di un obiettivo comune.
Se questa consapevolezza fosse radicata nei contesti aziendali, nessuno si sognerebbe di alimentare la competizione tra colleghi al fine di stimolare la motivazione.
Il lavoro di squadra, invece, è un requisito indispensabile per il successo aziendale, proprio perché è fonte di benessere e collaborazione tra i professionisti. Mettere in campo le proprie abilità sapendo di poter fare affidamento sulle competenze e il supporto dei colleghi stimola il confronto e il sostegno reciproco e consente di ottenere risultati migliori.
Un altro aspetto determinante quando si parla di supporto sociale è l’equità: un’organizzazione che favorisce le disuguaglianze, premia e supporta alcuni lasciando indietro altri, non può che stimolare la rivalità e l’insofferenza e mettere a repentaglio il senso di appartenenza, un incentivo determinante perché porta con sé l’intento di contribuire al bene comune.
Di contro, il burnout che colpisce il singolo inficia la qualità della vita di tutto il gruppo generando un processo di insoddisfazione e disagio collettivi.
Infine è importante considerare che le relazioni sono uno degli elementi imprescindibili per una vita felice: trascorriamo al lavoro gran parte della nostra esistenza ed è proprio qui che si possono coltivare legami solidi e duraturi, indispensabili per il nostro benessere.
Vedere negata questa opportunità e dover vivere ogni giorno in un ambiente avverso non può che essere fonte di stress e frustrazione.
Fattori individuali che aumentano il rischio di burnout
Abbiamo visto quali sono gli aspetti organizzativi che mettono a repentaglio la nostra serenità. Si tratta di circostanze diffuse e certamente nocive, che tuttavia non hanno gli stessi effetti su ogni individuo.
Ciascuno, infatti, vive e interpreta ogni situazione in modo differente a seconda del proprio vissuto e delle proprie predisposizioni. Vediamo quindi quali sono i fattori individuali che possono far evolvere una condizione scomoda in una sindrome da burnout.
Perfezionismo ed elevate aspettative personali
Il termine perfezionismo fa riferimento alla tendenza a esigere prestazioni superiori rispetto a quelle necessarie e a valutare sé stessi e gli altri in base agli standard elevati che ci si impone.
Questa attitudine genera un costante stato d’ansia per il desiderio di fare sempre meglio, per l’elevato timore delle critiche e per l’attenzione eccessiva agli errori.
Sebbene il perfezionismo porti con sé anche aspetti positivi, come l'efficienza e l’affidabilità, se esasperato e calato in un contesto lavorativo che ne alimenta gli eccessi, può generare profondo malessere, stress intenso e, infine, sfociare nel burnout.
Spesso, poi, il perfezionismo è connesso a elevate aspettative personali: porsi obiettivi ambiziosi è certo uno stimolo a performare al meglio e a ottenere risultati gratificanti, ma non sempre è semplice determinare il limite oltre il quale l’aspettativa eccede rispetto alle proprie possibilità.
E il mancato raggiungimento del risultato rischia di tramutarsi in una condanna alla frustrazione, all’insoddisfazione e, infine, al burnout.
Difficoltà a dire “no” e stress costante
Alzi la mano chi non si è mai trovato nella condizione di non riuscire a rifiutare un compito o una richiesta malgrado il sovraccarico di lavoro.
La difficoltà a dire “no” è spesso dettata da ridotte abilità di negoziazione, insicurezza ed elevato senso di responsabilità, ma in alcuni contesti organizzativi può essere alimentato da competizione, timore di ritorsioni e incertezza del proprio ruolo.
Accogliere sempre di buon grado ogni richiesta, anche quando il tempo a disposizione e le proprie energie suggerirebbero di fare il contrario, può innescare meccanismi pericolosi che generano uno stress elevato e costante.
Per non deludere le aspettative sarà sempre più difficile, se non impossibile, sottrarsi alla prossima richiesta e, alla lunga, il rischio di burnout è un epilogo inevitabile.
Ora che conosciamo cos’è il burnout e quali fattori rischiano di alimentarlo, concentriamo l’attenzione sulle professioni digitali che da una parte offrono opportunità in termini di evoluzione di carriera e qualità della vita, ma dall’altra possono determinare condizioni che mettono a repentaglio il benessere mentale.
Quanto è forte l’impatto del burnout nelle professioni digitali? I risultati della nostra indagine
Le considerazioni sul legame tra burnout e professioni digitali sono da sempre un argomento ampiamente dibattuto, ma dal periodo della pandemia da Covid-19 in poi la questione ha assunto una rilevanza via via crescente.
Il rischio di isolamento e l’iper-connessione rappresentano i due principali fattori che possono compromettere il benessere mentale dei professionisti digitali, ma i numeri suggeriscono considerazioni più ampie.

Nel mese di maggio 2024 abbiamo diffuso un questionario, rigorosamente anonimo, sul sito wearemarketers.net, all’interno della nostra community premium Marketers PRO e attraverso i nostri canali social, con l’intento di osservare la reale diffusione della sindrome da burnout tra i professionisti che seguono i nostri canali.
Abbiamo poi scelto di non vincolare l’osservazione al contesto del digitale consentendo di condividere il questionario anche altrove.
Questo ci ha permesso di raccogliere in pochi giorni 1449 questionari compilati da persone di diverse età, sesso e abitudini e impegnati in molteplici settori professionali.
I dati raccolti mostrano una considerevole diffusione della sindrome da burnout: per questo è molto importante conoscere i sintomi con i quali si presenta, le precauzioni per arginare il rischio e i rimedi per correre ai ripari qualora i livelli di stress si facessero allarmanti.
Ecco quali criteri abbiamo impiegato per analizzare i punteggi complessivi raccolti con il nostro questionario:
- Punteggio da 19 a 25: nessun rischio burnout
- Punteggio da 26 a 44: rischio basso
- Punteggio da 45 a 66: rischio medio
- Punteggio da 67 a 79: rischio significativo
- Punteggio da 80 a 100: rischio alto
A fronte di questi criteri, i risultati mostrano questa classifica
- Nessun rischio burnout: 0.48%
- Alto rischio: 7.16%
- Basso rischio: 11.91%
- Significativo rischio: 30.44%
- Medio rischio: 50.00%
Le persone che non corrono alcun rischio e quelle che invece si trovano di fronte a un elevato rischio burnout presentano le percentuali più basse tra coloro che hanno compilato il questionario, ma con un ampio divario tra loro.
I professionisti che hanno ottenuto punteggi che segnalano un rischio medio e significativo costituiscono l’80,44% di tutti i partecipanti a conferma dell’elevata diffusione del rischio burnout.
Dunque, sebbene l’indagine non abbia valenza scientifica, ma esclusivamente esplorativa, offre un’interessante panoramica sulla situazione attuale.
Vediamo in modo più approfondito che cosa abbiamo scoperto e, successivamente, di quali strumenti possiamo avvalerci per vivere il lavoro con maggior serenità.
Tipologia e modalità di lavoro: quali aumentano il rischio di burnout?
Il primo aspetto che abbiamo esplorato riguarda le tipologie e le modalità di lavoro: ogni professione porta con sé abitudini, consuetudini e necessità di gestione che necessariamente influiscono sui livelli di stress.
Su una scala da 0 a 100, dove 0 è assenza di rischio e 100 è il rischio burnout più elevato, queste sono le risposte che abbiamo ottenuto in relazione alle tipologie professionali e le nostre riflessioni in merito alle ipotetiche cause del risultato:
- Operaio: 71,9
A determinare l’elevato livello di stress tra gli operai possono concorrere fattori quali le condizioni fisiche di lavoro, le ore prolungate di attività, i turni e la mancanza di autonomia. - Dipendente 63,8
Rispetto agli operai, i dipendenti che svolgono altri generi di attività segnalano un rischio di stress più contenuto: sebbene il carico di lavoro, la mancanza di controllo e di riconoscimento siano fattori determinanti, probabilmente la maggior sicurezza, le condizioni fisiche più agevoli e i ritmi di lavoro definiti rappresentano condizioni migliori che riducono il rischio di burnout. - Freelance: 59,6
I freelance, a differenza di dipendenti e operai, godono senza dubbio di maggior autonomia e flessibilità nella gestione del tempo e delle modalità di lavoro, ma il punteggio elevato suggerisce che questi benefici siano ampiamente compensati da altri fattori, quali l’incertezza finanziaria e la mancanza di supporto strutturato. - Imprenditore: 57,8
Anche nel caso dell’imprenditore i fattori di rischio non sono da imputare ad autonomia, controllo e riconoscimento, ma piuttosto all’elevato grado di responsabilità associato alla pressione che la gestione complessiva di un’impresa porta con sé. - Artigiano: 56,8
La professione dell’artigiano risulta essere quella che con meno frequenza soffre della sindrome da burnout. A mitigare il rischio potrebbero contribuire fattori di creatività e autonomia nella gestione del tempo e delle modalità di lavoro.
A queste considerazioni, poi, abbiamo aggiunto una sezione dedicata al rapporto che intercorre tra burnout e le seguenti modalità di lavoro: smart working, full remote o lavoro tradizionale in presenza.
Si è ampiamente diffusa l’idea che svolgere la propria professione tra le mura domestiche o altrove rispetto al classico luogo di lavoro esponga le persone a un elevato rischio di stress perché compromette i classici confini con la vita privata.
Eppure i risultati del nostro questionario suggeriscono la considerazione opposta, anche se con differenze molto contenute: con un punteggio di 63 su 100, il lavoro tradizionale si aggiudica il primo posto tra le modalità che espongono gli individui a un maggior rischio di stress rispetto allo smart working (60 su 100) e al full remote (58 su 100).
Dalle risposte raccolte, infatti, emerge che il lavoro tradizionale è correlato a:
- pensieri negativi e angoscia
- difficoltà di concentrazione
- problemi di sonno
- bisogno di tenere l’ansia sotto controllo
- calo di energia fisica o emotiva
Dati demografici: chi è più a rischio burnout in base a sesso e fascia d’età?
Mantenendo invariata la scala di misurazione (0 = assenza di rischio / 100 = rischio massimo), abbiamo osservato che sesso ed età non sono variabili determinanti quando si tratta di sindrome da burnout.
Nonostante le differenze contenute, però, i numeri suggeriscono che le donne e i professionisti di età compresa tra i 39 e i 50 anni sono gli individui più esposti al burnout.
Queste due informazioni suggeriscono che le crescenti responsabilità in ambito familiare e i ritmi serrati spesso imposti dalla vita privata possono pregiudicare la serenità lavorativa.
L’arrivo dei figli, la gestione dei loro bisogni e, poi, l’assistenza necessaria per genitori anziani sono impellenze che incidono negativamente sul tempo per il riposo, gli hobby, l’attività fisica e la cura di sé, alleati preziosi contro lo stress e il burnout.
Sport e tempo libero: qual è la correlazione con la sindrome da burnout?
Sport e tempo libero non solo offrono un sollievo immediato dallo stress, ma contribuiscono anche a costruire una base solida per una vita equilibrata e serena.
L’Harvard Study of Adult Development, accompagnando oltre 700 individui lungo l’intero arco della loro vita, ha dimostrato quanto attività fisica, buone relazioni sociali e tempo dedicato a interessi personali contribuiscano in modo determinante a una migliore salute mentale e qualità della vita.
I risultati del nostro questionario, d’altronde, confermano che i professionisti che non praticano attività fisica almeno 2 volte alla settimana hanno maggiori probabilità di incorrere nei sintomi tipici del burnout, inoltre, sono proprio coloro che faticano a trovare tempo da dedicare ai propri affetti.
Inoltre chi dichiara di provare sentimenti negativi riguardo al proprio lavoro afferma anche che il rientro dalle ferie è fonte di ansia e angoscia: questo può inficiare anche gli effetti benefici che dovrebbe portare con sé una vacanza.
Se però l’attesa del rientro stimola lo stress dal quale la pausa dovrebbe sollevarci, le ferie possono innescare un pericoloso effetto boomerang e la consapevolezza di non avere speranze di recuperare il proprio benessere.
Quali sono i sintomi tipici del burnout? E come si manifesta?
Come abbiamo visto, i rischi di incorrere nella sindrome da burnout sono numerosi e le condizioni che la stimolano molto frequenti.
Il primo passo per affrontare il problema e correre ai ripari è senza dubbio conoscere gli effetti e i sintomi che lo stress da lavoro genera.
Christina Maslach, psicologa americana tra i principali esperti al mondo di burnout, elenca i seguenti campanelli d’allarme, segnali che non bisogna trascurare per riconoscere quando lo stress supera i livelli di guardia:
- esaurimento: si manifesta con espressioni somatiche e mentali quali la percezione di essere sopraffatti, prosciugati dal lavoro, sensazione di non poter ricaricare le energie, senso di spossatezza e affaticamento anomali;
- cinismo: crescente distacco dall’attività lavorativa, reazioni negative rispetto alla professione e ai colleghi, irritabilità e perdita di senso di appartenenza;
- inefficacia: senso di impotenza e ridotta produttività, scarsa percezione di efficienza;
- peggioramento della salute fisica: il malessere fisico è una conseguenza dei tre segnali sopra elencati e si manifesta con stanchezza cronica, disturbi del sonno, dolori muscoloscheletrici e problemi cardiovascolari.
È importante tenere in considerazione che alcuni o tutti questi sintomi possono manifestarsi occasionalmente, in relazione a circostanze temporanee maggiormente gravose che possono riguardare la sfera privata o quella lavorativa.
Il burnout però non è un fenomeno occasionale, ma una condizione cronica e le avvisaglie assumono un’accezione allarmante quando coesistono e perdurano nel tempo.
Come viene stabilita la diagnosi da burnout?
Sebbene il burnout non sia una condizione medica e dunque diagnosticabile quale disturbo psicologico, rappresenta una condizione di stress correlato al lavoro che è opportuno individuare tempestivamente.
Per evitare che sfoci in condizioni gravi, come i disturbi depressivi, è opportuno pianificare interventi mirati e ripristinare il normale benessere fisico e mentale.
Per stimare la gravità della situazione è possibile avvalersi di diversi strumenti:
- Importanza della valutazione professionale: in Italia l’art. 28 del Decreto Legislativo n. 81/08 impone alle organizzazioni di valutare tutti i rischi ai quali possono essere esposti i dipendenti e tra questi sono inclusi anche quelli dovuti allo stress lavoro correlato.
Per sondare la situazione, il datore di lavoro, con il supporto di un professionista, sottopone questionari mirati ai lavoratori, stima il livello di rischio, pianifica e mette in atto i dovuti interventi. - Maslach Burnout Inventory (MBI): il Maslach Burnout Inventory è uno strumento di misurazione introdotto dalla psicologa Christina Maslach di cui porta il nome e che abbiamo citato poco sopra.
Gli ambiti che il test esplora corrispondono ai segnali che la studiosa ha identificato come sintomi tipici della sindrome da burnout, dunque esaurimento, cinismo e inefficacia. - L'OLBI e altri test psicologici: l’OLBI, o Oldenburg Burnout Inventory, è stato elaborato per misurare il burnout sia nei contesti lavorativi che in quelli accademici. Gli ambiti che esplora sono i medesimi dell’MBI ad esclusione della dimensione della realizzazione personale.
Il test, introdotto nel 1998, è stato validato da moltissimi studi ed è impiegato, oggi, da numerose realtà professionali come Serenis, la piattaforma di psicoterapia online di cui parleremo meglio più avanti.
Sono disponibili poi altri test psicologici che (è importante sottolinearlo) non rappresentano in alcun modo una diagnosi, ma offrono indicazioni utili per esplorare e gestire un disagio che, se trascurato, potrebbe evolvere in un disturbo psicologico. - Differenze tra burnout, depressione e altre condizioni: il burnout, lo ripetiamo, è uno stato di esaurimento fisico, emotivo e mentale legato al contesto lavorativo o accademico, ma non è classificato come disturbo psicologico diagnosticabile. La depressione, invece, è un vero e proprio disturbo dell’umore che può richiedere l’intervento del supporto psicologico e, talvolta, psichiatrico.
Lo stesso vale per i disturbi da stress, quelli da ansia, della personalità, alimentari e molti altri.
Però, nonostante il burnout non sia considerato una condizione medica o psicologica, se mal gestito potrebbe contribuire allo sviluppo di una di queste. Ecco perché il supporto di un professionista rappresenta un alleato prezioso da coinvolgere prima che sia troppo tardi.
Come uscire dal burnout? Trattamento e principali rimedi
Il primo indispensabile passo per uscire dalla sindrome da burnout è riconoscere di esserne affetti.
Si tratta di una considerazione tutt’altro che ovvia: è alta, infatti, la probabilità di trascurare il malessere, sottovalutarne la gravità e dunque non intervenire nei modi e nei tempi opportuni.
Anche il rischio opposto però è da tenere a bada: ricordiamo che una condizione passeggera di stress non rappresenta necessariamente il preludio al burnout, che diventa tale solo quando il malessere perdura nel tempo.
Se poi abbiamo la reale contezza di vivere la condizione di burnout, è opportuno condividere il disagio con le figure professionali interne più idonee: il proprio referente, l’HR o, se presente, il Chief Happiness Officer sono coloro che possono avviare i necessari interventi all’interno dell’organizzazione per migliorare la condizione lavorativa.
Inoltre la condivisione consente di fare luce su una situazione che richiede una riflessione ampia e duratura per sanare l’ambiente di lavoro e arginare il rischio che il disagio si diffonda e affligga un numero crescente di persone.
Le manovre che sarà necessario avviare riguarderanno tutti i fattori organizzativi che abbiamo elencato più su, dunque il carico di lavoro, il riconoscimento, l’autonomia e il supporto sociale.
Per quanto riguarda invece i fattori interni individuali, è auspicabile individuare la soluzione più idonea a seconda delle proprie predisposizioni e della gravità della situazione.
Le tecniche di gestione dello stress e di rilassamento, infatti, sono alleati molto preziosi per il benessere mentale e andrebbero incluse nella propria routine quotidiana, ma quando il disagio è profondo e duraturo, potrebbero non essere sufficienti.
Ecco perché il rimedio più appropriato si rivela essere la terapia psicologica: con l’aiuto di un professionista è possibile scandagliare le cause che hanno contribuito ad ampliare l’impatto dello stress al punto da dare origine alla sindrome da burnout.
E, come vedremo più avanti, è anche il migliore strumento per la prevenzione!
Continua a leggere per capire come prevenire la sindrome da burnout.
Come possiamo fare a prevenire il burnout? Capiamo come difenderci
Concludiamo il nostro viaggio alla scoperta della sindrome da burnout con una riflessione indispensabile: il proprio benessere va curato giorno dopo giorno.
Il rischio di imbattersi in situazioni di disagio è un’eventualità di cui essere consapevoli, ma che possiamo arginare mantenendo uno stile di vita sano ed equilibrato.

Per farlo disponiamo di diversi strumenti che è opportuno integrare armoniosamente nella propria quotidianità.
- Tecniche di gestione dello stress: l’attività fisica e il rilassamento muscolare, gli esercizi di respirazione, l'immersione della natura, la cura di passioni e hobby, l’alimentazione equilibrata sono attività che contribuiscono in modo efficace a mitigare l’effetto degli ormoni dello stress che, se rilasciati con continuità, sortiscono effetti negativi sulla nostra salute fisica e mentale.
- Mindfulness e rilassamento: le tecniche di meditazione e rilassamento consentono di focalizzare la mente sul momento presente e rappresentano, per questo, eccellenti alleati contro lo stress. Lo stress è, infatti, la nostra risposta fisiologica e psicologica di fronte a situazioni percepite come minacciose e dovrebbe emergere solo in reali circostanze di pericolo. Quando, però, lo stress accompagna in modo duraturo le nostre giornate, il malessere si fa allarmante. La meditazione riporta il focus sulla reale situazione presente e riduce lo stato di allerta per ciò che potrebbe accadere, ma che non sta effettivamente succedendo.
- Bilanciamento tra lavoro e vita privata: una buona qualità di vita non esclude l’attività lavorativa, che dovrebbe anzi essere fonte di gratificazione e soddisfazione, ma la include armoniosamente nella propria normalità. L’equilibrio tra vita privata e lavoro dovrebbe essere nutrito da un ritmo misurato di ciascuna attività, dalla possibilità di gestire il proprio tempo a seconda delle necessità e di integrare ogni esigenza senza affanno. I momenti intensi e le sfide impegnative fanno parte del gioco e riguardano sia la sfera lavorativa che quella privata, ma si tratta di situazioni occasionali che hanno un inizio e una fine.
- Stabilire limiti chiari tra lavoro e tempo personale: quando parliamo di equilibrio tra vita privata e lavoro facciamo riferimento a questioni sia temporali che emotive (come, ad esempio, la pressione prevalente dell’una sull’altro). La questione connessa al tempo però è un’esigenza sempre più vivida e riguarda soprattutto le professioni che non hanno una collocazione spaziale ben definita.
Quando il lavoro si trasferisce tra le mura domestiche, ad esempio, per demarcare nettamente il confine che lo separa dalla vita privata è necessario acquisire nuove abitudini e integrare strumenti appropriati. Il supporto dell’organizzazione è in questo caso indispensabile per migliorare le condizioni di vita e arginare il rischio che le interferenze alimentino il senso di ingiustizia e l’affanno dettato dall’impossibilità di focalizzarsi appieno sulle diverse attività. - Importanza del supporto sociale: le relazioni, come abbiamo visto, rappresentano un ingrediente essenziale per il benessere di ogni individuo. Le amicizie, i legami familiari e il rapporto che si instaura con i colleghi arricchiscono la qualità della vita e rappresentano un sostegno prezioso di cui avvalersi in caso di difficoltà. Non a caso le regioni del mondo dove le persone vivono significativamente più a lungo e in salute sono quelle caratterizzate da forti connessioni sociali e diffuso senso di comunità (Dan Buettner Blue Zones, The: Lessons for Living Longer From the People Who've Lived the Longest).
I risultati del nostro questionario offrono un’ulteriore conferma del ruolo determinante delle relazioni anche in caso di malessere.
Infatti la maggior parte delle persone che hanno ottenuto un punteggio di elevato rischio di burnout dichiara che a volte (29,1%), spesso (26,7%) o molto spesso (21,4%) ha la sensazione di non avere nessuno con cui parlare.
La minoranza, invece, afferma che questo accade raramente (16,1%) o non accade affatto (6.6%). Il panorama che offrono queste risposte è l’emblema dell’importanza che ha il sostegno offerto dal dialogo e dal confronto tra persone e di quanto il supporto sociale copra un ruolo determinante quando si tratta di benessere mentale e sollievo in caso di stress.
Terapia e prevenzione: qual è il ruolo del supporto psicologico nella prevenzione da burnout?
Abbiamo visto l’impatto determinante che ha il contesto sullo stato di benessere dell’individuo e illustrato l’importanza di porre la cura delle persone in cima alle priorità aziendali.
Assodato questo principio, non possiamo però trascurare la connessione profonda che i fattori interni hanno con il rischio di incorrere nel burnout.
È proprio su questi ultimi che possiamo lavorare individualmente: accostare al lavoro individuale sul proprio benessere il supporto di un professionista ci consente non solo di cercare una soluzione a una conclamata situazione di stress, ma anche e soprattutto di prevenirne gli effetti.
Nonostante gli evidenti benefici, l’inizio di un percorso psicologico può trovare resistenze anche tra chi ne riconosce l’efficacia.
Gli ostacoli, infatti, sono spesso di carattere organizzativo e tra questi contiamo la scarsità di tempo e la distanza: per chi abita in piccoli comuni o per chi viaggia spesso la scelta del professionista più affine si fa complessa e, una volta scelto, per raggiungerlo potrebbe essere necessario prevedere spostamenti notevoli.
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Il benessere psicologico è un aspetto che teniamo in seria considerazione e, nonostante gli interventi che mettiamo in atto quotidianamente per garantire un ambiente sano ed equilibrato, i disagi possono farsi spazio in qualsiasi momento.
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Conclusione
Siamo arrivati alla fine di questo articolo sul burnout!
Abbiamo visto che imbattersi nella sindrome da burnout è un rischio ampiamente diffuso che, sebbene sia confinato al rapporto con il lavoro, può avere ripercussioni determinanti su ogni ambito della nostra vita.
Conoscerne cause, sintomi ed eventuali rimedi è indispensabile per circoscrivere il pericolo.
Parte della responsabilità del burnout è nelle mani delle organizzazioni, ma ciascuno di noi può prevenire il rischio adottando uno stile di vita sano, nutrendo le relazioni, praticando la meditazione e prendendosi cura di hobby e passioni.
Intraprendere percorsi di cura del proprio benessere poi non dovrebbe essere un rimedio di cui avvalersi solo in situazioni di allarme, ma una buona pratica da prevedere anche in condizioni di normale equilibrio.
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