Ogni Marketer ha una storia.
Lasciati ispirare e raccontaci la tua.

Humans of Marketers è il format Marketers con le storie al centro. L’unica cosa che ci accomuna è il desiderio di essere diversi: per questo su questa pagina non troverai mai due storie uguali tra loro.

Esseri umani prima di tutto

Grandi successi economici e piccole rivoluzioni personali. Storie di vita vere, dalla prima all’ultima. 

C’è chi fattura centinaia di migliaia di euro al mese e chi semplicemente ha aperto il blog dove sognava di condividere ciò che lo appassiona, raggiungendo in pochi mesi risultati inimmaginabili. Abbiamo raccolto tutte le storie più belle su questa pagina: prenditi qualche minuto per lasciarti ispirare. 

Marketers Awards

Il premio esclusivo per chi ha raggiunto la vetta, producendo risultati straordinari.

Le storie di Humans Of Marketers

Ecco cosa succederà se diventerai Human of Marketers:

Come puoi candidarti?

Lascia che ti faccia qualche domanda. Ci metteremo 2 minuti.

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Alex Birle

Leggi la storia di Alex

Non ci trovavo senso. Un’estate fa il lavoro andava a gonfie vele, ma sentivo il continuo peso dell’insoddisfazione. L’agenzia era aperta da pochi mesi, gestivamo i social di 15 clienti. Eppure mi pareva di metterci nulla di mio. Era come se fossi una macchina. Davanti a me avevo un bivio: fermarmi o crescere.

Avevo intuito potessi fare più di qualche post su Facebook e Instagram. Non sapevo bene come, ma volevo provarci. D’altra parte, però, significava rischiare ciò che avevo costruito fin lì. A fine estate ho lasciato qualche cliente e iniziato un nuovo percorso verso una meta ancora sconosciuta. Mi sentivo solo, in fondo mi ero lasciato ogni certezza alle spalle. Vero, mettere tutto in dubbio è la sola strada per l’eccellenza. Ma quanto è dura?

Più o meno allora ho iniziato un corso sull’advertising a Milano. Lì ho conosciuto Francesco Agostinis , che mi ha aperto un nuovo mondo – neanche immaginavo esistesse. Era dicembre e Fra mi manda un messaggio: “Alex, questa settimana c’è un evento interessante a Milano. Vieni, ti pago da bere”.

Quando mi sono messo in macchina da casa mia a Piacenza non sapevo bene cosa aspettarmi. Appena arrivato ero un bambino al primo giorno di scuola. A dirla tutta conoscevo poco Marketers. Beh, quel Meetup fu un (primo) incontro del terzo tipo. È stata la spinta definitiva: già forse dopo 10 minuti sentivo di essere finalmente nel posto giusto. Uscito da lì, la prima cosa che ho fatto è stato cercare le community di Marketers su Facebook. Mi sono iscritto praticamente a tutte.

Ci ho riflettuto mentre scrivevo queste parole, quella sera è scattato qualcosa. Ho conosciuto persone con cui condividere obiettivi, strategie e anche qualche gin tonic. Scherzi a parte, da allora mi sono messo nella scia di quelli che mi sembravano andassero più forte di tutti. Al me stesso di ormai un anno fa di lanciarsi e trovare il prima possibile persone simili con cui crescere.

È stato un incredibile acceleratore, come lo è stato la Marketers House, che ho scoperto poco dopo. Poter rivedere gli eventi passati mi ha trasmesso un mindset che ha cambiato il mio approccio al marketing.

Non me lo sarei aspettato, oggi abbiamo tagliato traguardi che nemmeno mi ero posto, abbiamo fatturato oltre 600.000€ vendendo carne online e siamo diventati Shopify Expert.
Ora so bene che questo è solo l’inizio.

Perché?

Da soli si arriva dove puoi, insieme voli dove vuoi.

Mario Affatato

Leggi la storia di Mario

Quel giorno di febbraio ero in camera mia, poco più grande di un bagno. Bologna era ancora nuova per me, la prima sessione di esami a Medicina era andata bene.
 
L’università non mi sembrava l’inferno di cui mi avevano parlato. Me l’avevano così dipinta talmente tante volte che stavo finendo per crederci.
Seduto alla scrivania, pensavo a come impegnarmi in qualcosa di diverso.
 
Avevo ancora fresche le nozioni dei test. Ero rimasto in alcuni gruppi di preparazione su Facebook. Intanto erano diventati mercatini di corsi di dubbia qualità a prezzi assurdi.
 
Perché non aiutare chi coltivava il mio stesso sogno?
 
Quattro anni fa chi voleva provare a studiare Medicina aveva poche scelte. Tra queste, uno di quei corsi da diverse migliaia di euro, che spesso insegnano poco e niente.
 
Quasi per caso aprii una pagina, la chiamai Pro-Med. Spiegavo ciò che sapevo come a un compagno di corso.
 
In qualche tempo raccolsi più o meno 1,000 likes. Mi sembrava fantastico.
 
Ad aprile si unirono a me alcuni amici. Fomentati dal successo inaspettato, volevamo lanciarci in un’iniziativa che sembrava più grande di noi: un corso in aula.
 
Arrivò luglio, non avevamo un euro, ma riuscimmo a organizzare l’evento. Il lavoro di notti intere fu ripagato quando vedemmo 40 persone da tutta Italia venire a Bologna per noi.
 
Eravamo entrati in un mercato di aziende che chiedevano 10,000€ a corso, senza budget e con una scatola di scarpe, dove chi voleva poteva lasciarci una mancia.
 
Vi risparmio tutti gli inconvenienti tecnici, il corso andò una bomba. I feedback furono entusiasti e noi felicissimi.
 
Ancora non avevamo idea di dove stessimo andando. Fino a quel momento avevamo fatto qualche interrogazione di latino e un paio di esami universitari.
 
Il primo anno di Pro-Med fu dannatamente intenso. Da una semplice pagina Facebook a un corso in aula in pochi mesi: eravamo diventati grandi.
 
La voglia genuina di dare una mano ci aveva dato la sfrontatezza di lanciarci in quello che sarebbe diventato un viaggio imprenditoriale.
 
L’unica competenza di cui si ha davvero bisogno, in fondo, è proprio il coraggio di partire.
Il resto verrà strada facendo.
Un po’ come è capitato a me. Nel 2018 ho scoperto Marketers, da lì mi si è aperto un nuovo mondo.
 
Al di là di tutto ciò che ho imparato dai corsi, al World, nella House e ancora prima nelle community, sono diventato un essere umano migliore di ieri.
 
Ho incontrato persone straordinarie, che mai avrei pensato di conoscere. Senza di loro molto di quello che è successo in questi anni non sarebbe stato possibile.
 
Diverse sessioni invernali sono passate, ho dato un bel po’ di esami, l’ultimo qualche settimana fa. Intanto Pro-Med è diventata un’azienda con 50 dipendenti e 10 sedi in Italia.
 
Oggi teniamo corsi dal vivo da Nord a Sud e offriamo formazione online per migliaia di ragazzi che vogliono prepararsi ai test di Medicina e Professioni Sanitarie.
 
Non sono Superman e tantomeno un maniaco dell’organizzazione. Semplicemente faccio ciò che mi appassiona, trovare il tempo per tutto non è un peso.
 
Quando l’anno scorso Facebook ci ha premiati come una delle migliori community d’Europa e Forbes ci ha inseriti tra le 10 migliori community online d’Italia ho ripensato a quella scatola di scarpe.
 
Tutto è partito da lì, una scatola di scarpe e un centinaio di euro in mance.
 
Non sapevamo niente di business o marketing, abbiamo imparato studiando e sporcandoci le mani. Sapevamo solo dove volevamo arrivare.
 
Eravamo e siamo convinti di voler aiutare i ragazzi italiani a raggiungere i loro traguardi personali.
 
Basta questo? Ovviamente no, ma quando sei mosso da un sogno gli ostacoli diventano sfide, le sfide diventano obiettivi e gli obiettivi diventano realtà.

Antonio Biancardi

Leggi la storia di Antonio

“Storie di successo partite dal basso. Storie di riscatto, storie di ribellione e di passione.”

Dario Vignali descrive con queste parole il nuovo progetto di Human of Marketers, e nel farlo, riassume perfettamente la mia storia ed uno dei principali messaggi a cui voglio dare voce.

Una credenza popolare che sento spesso è che nella vita ce la fanno solo quelli che hanno la fortuna di nascere in contesti sicuri e già di successo.

Io credo sempre più che questa tipologia di convinzioni popolari ai tempi di oggi sia solo una grande menzogna.

Infatti disponiamo di formazione e strumenti digitali che ci permettono di poter trasformare e cambiare la nostra vita, se lo vogliamo veramente.

Ecco, forse in queste ultime due parole si racchiude forse quello che conta realmente di più per avere successo.

E quando parlo di successo, mi riferisco a guardarci allo specchio ed essere davvero fieri di noi stessi. Sapere di dare il meglio di noi, cercando di alzare sempre di più l’asticella per dimostrarci che se vogliamo, la vita la possiamo cambiare veramente. E anche partendo da zero.

Anzi, credo che una delle mie fortune sia proprio quella di essere nato in una famiglia molto umile che ha saputo trasmettermi il rispetto per le persone e il sacrificio che c’è dietro ogni azione.

Quindi il resto, sono davvero solo scuse.

Armiamoci di grandi obiettivi, di fidati compagni di viaggio e della voglia di fare la differenza per noi stessi (poi per gli altri).

Oggi è stata raccontata in breve la mia storia. Ma alla fine se mi guardo attorno, conosco molti colleghi Marketers che hanno storie davvero simili e che meritano ugualmente di essere raccontate.

Io ho l’ambizione di migliorare me stesso, la vita delle persone e la sostenibilità del pianeta impegnandomi in progetti imprenditoriali che valorizzano l’essere umano.

E tu?

Federica Mutti

Leggi la storia di Federica

Al primo giorno in ufficio ho avuto un pugno nello stomaco.
Chi me l’ha dato?

Tutto quello che non avevo mai avuto il coraggio di ammettere, nemmeno a me stessa.

Dal giorno in cui sono venuta al mondo fino a pochi mesi fa la mia strada sembrava delineata:

Studia, laureati, trovati un buon lavoro, restaci finché puoi. Possibilmente a tempo indeterminato.

I miei genitori, entrambi impiegati nell’industria assicurativa, me l’avranno ripetuto migliaia di volte.


Ho finito per crederci.


Così quel giorno di circa 4 anni fa, quando ho preso la metro per andare all’ufficio di quella grossa agenzia di comunicazione per il mio stage, mi sembrava di star compiendo un percorso.
Asettico.


Quell’ufficio però mi sembrò asettico, appena ci misi piede.


Ricordo ancora le pareti tutte bianche, le grosse scrivanie e le persone chine sui loro computer a lavorare come se il mondo fuori non esistesse.


Ora, vi anticipo che nella mia storia non c’è nessun momento magico e nessun colpo di scena.


All’epoca pensai che semplicemente quell’azienda non facesse per me.


Non poteva che essere così, no?


Così mi misi alla ricerca e cominciai a lavorare per alcune startup.


Nel frattempo però mi si era riaccesa una vecchia scintilla.


Dovete sapere che, sin da quando avevo circa 13 anni, mi ero innamorata di Internet.

Passavo il tempo a costruire pagine in HTML e poi piccole community su Facebook.


Il digitale non era pop come oggi, la mia famiglia – molto “tradizionale” quando si parlava di lavoro – non poteva capire perché lo facessi.


Quelle ore al computer, per tutti, erano un gioco e poco più.


La voglia di fare e costruire cose mie è rimasta intrappolata in un cassetto.


Poi un giorno mi si presentò un’occasione.


Duranti gli anni del liceo mi ero immersa nel mondo digitale. Erano gli anni in cui Chiara Ferragni aveva appena aperto il suo blog…


Io intanto avevo scoperto anche quelli di Dario Vignali e di Andrea Giuliodori.


Erano ogni volta una scoperta.
Mi davano una carica incredibile e passavo da un progetto all’altro. Ovviamente senza portare mai granché a termine.


Tra le tante cose, nel 2018 – il mio ultimo anno di studi – finalmente aprii un canale YouTube…


L’estate dopo la mia laurea capitò che trovai un annuncio su Facebook: Marketers cercava Jedi.


Ora, da una parte ero incuriosita e dall’altra volevo dare qualcosa indietro a Dario e tutta la community che mi aveva ispirato così tanto.


Marketers mi aveva finalmente fatto sentire meno sola.


Per anni avevo pensato fossi quella strana, perché nessuno intorno a me era così entusiasta del digitale.


Dentro questo movimento, invece, avevo trovato tanti simili e anche tanto coraggio.
Beh, ve la faccio breve.


Quello era un periodo un po’ incasinato della mia vita, ma l’esperienza da Jedi fu indimenticabile. Soprattutto per due motivi…


Il primo, quello più evidente, è stata la possibilità di sbirciare nel dietro le quinte di Marketers.


Vedere con i miei occhi come nascevano progetti, venivano curati e portati a termine.


L’altro, che non mi aspettavo minimamente, fu il Marketers World.


Quell’anno – era il 2018 – ci sarebbe stata la prima edizione. Io fui invitata, come Jedi.


Avevo un po’ paura, paura di uscire dalla mia zona di comfort. Alla fine però ci andai.
Non trovo ancora le parole per descriverlo. Fu illuminante:
Nei mesi avevo accantonato il mio canale YouTube. Ero impegnata tanto in startup e pensavo che quello fosse un semplice passatempo.


Non era mai stata un’opzione che diventasse una cosa seria e tantomeno un lavoro.


Al World vidi persone in carne e ossa, invece, che ci avevano creduto e ora si svegliavano la mattina potendo costruire qualcosa di completamente proprio.


Quello che, cominciai timidamente ad ammettere, volevo fare anch’io.
Se andate a vedere gli analytics del mio canale, dopo quell’evento c’è un chiaro picco.


Un anno dopo ero di nuovo lì, ma completamente cambiata.
Al World 2019 avevo un canale YouTube ben avviato e probabilmente lì ho trovato una spinta inconscia a fare ciò che sarebbe successo qualche mese dopo.


Ho iniziato il 2020 scrivendo i miei obiettivi in agenda. Il primo?


Lavorare di più e meglio nella startup.


In fondo non mi ci trovavo male, anche se avevo sempre quell’idea rumorosa in testa.

Sotto sotto sapevo che un giorno avrei fatto il grande passo e sarei diventata freelance. Volevo farlo.
Aspettavo il momento giusto…
Non potevo sapere che il momento giusto sarebbe arrivato dopo una riunione con un collega, una mattina di febbraio.


Sì, proprio prima del lockdown.


Uscii da quella stanza con la consapevolezza che il momento era arrivato.


Diedi finalmente un senso a quel pugno nello stomaco del primo giorno in ufficio.


Era una spinta a saltare, lanciarmi verso ciò che mi faceva paura e che, come tutte le cose che fanno paura, nascondeva la meraviglia.


La meraviglia, ora posso dirlo, di fare il lavoro che davvero sognavo.


Il mio viaggio è appena iniziato. Non in ritardo, al mio tempo.


Quella di Federica Mutti è la nuova meravigliosa storia di Humans Of Marketers.

Nonna Licia

Leggi la storia di Licia

Questo sarà un post diverso dagli altri.

Diverso perché la protagonista della storia è una giovane donna di 90 anni.

Diverso perché, fino a due anni fa, questa donna non aveva profili social di alcun tipo, e ora è un’influencer con quasi 100.000 follower.

Quella di Nonna Licia è una storia tanto incredibile quanto vera. Abbiamo avuto il privilegio di fare una chiacchierata con lei nei giorni scorsi, e pensiamo che le sue parole possano essere di profonda ispirazione per tutti.

Soprattutto per chi pensa che ormai il meglio sia alle nostre spalle, come il momento giusto per iniziare un progetto, per dare vita a un sogno, per riprendere in mano la nostra vita e darle quel tocco di colore in più.

Oggi riportiamo testualmente ciò che ci ha detto Licia (anche perché non c’è una virgola che cambieremmo).

——

“È una cosa molto interessante. Prima ero una persona tranquilla, che pensava esclusivamente alla famiglia e al marito malato da tanti anni.

Poi la situazione si è rovesciata.

Ho ripreso in mano la mia vita, come quando ero giovane (certo, con qualche piccola differenza) e non mi sono mai arresa. Sono sempre in movimento, pronta a qualsiasi cosa che arriverà.

Mi ha fatto tanto piacere tutto ciò che è successo durante questa avventura online.

Prima ero più scorbutica, non capivo che senso potesse avere mostrare la mia vita agli altri.

Ora vedo il progresso, l’importanza di proseguire. Mi rendo conto che è bello andare sempre avanti, in qualsiasi momento e qualsiasi cosa ci capiti.

Sfidarsi sempre e non disperare mai, anche quando ci tocca stringere i denti.

Questo progetto per me ha cambiato tutto. Mi ha fatto ritrovare la vita, che dalla depressione dopo la morte di mio marito stentavo a riprendermi.

Ho capito che la vita è bella, che non bisogna mai abbattersi e che c’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire. È importante non fermarsi mai.

Certo, soltanto adesso sono un “pochetto ferma” a causa del coronavirus, ma passerà anche questa. Ne ho passate tante altre.

Così come è venuto, se ne andrà.

A chi vuole fare il mio mestiere di influencer direi di essere prima di tutto spontanei, di dire la verità e non prendere in giro nessuno.

Non siate ipocriti, perché la gente oggi capisce chi è sincero e chi no. Basta guardare le persone in faccia, si capisce.

Andate avanti, sfidatevi. Mettetevi in discussione e siate sempre sinceri. Sempre voi stessi.

Pronti per la prossima meravigliosa avventura”.

Licia

Enrico Florentino

Leggi la storia di Enrico

Ho 50 anni e mi sento lo zio di Marketers.

Ho vissuto una vita intensa, mossa dalla curiosità.

Sono nato in banca, almeno dal punto di vista professionale.

Dopo 7 anni ho cambiato lavoro e ho imparato il mestiere del consulente finanziario.

Dopo altri 7 anni (un numero che ricorre spesso nella mia vita) sono diventato manager di altri consulenti.

Li aiutavo a raggiungere i loro obiettivi aziendali, guadagnavo bene e mi ero iscritto a un master in business administration.

Bella vita, bello stipendio.

Ma una mattina è cambiato tutto.

Mi sveglio, mi guardo allo specchio e mi dico:

“Enrico, sei felice?”

Ogni giorno tutto si faceva più pesante e difficile.

La risposta:

Se non lo faccio ora (a 45 anni) non lo farò più.

Nonostante avessi un lavoro sicuro, quel giorno ho deciso di cambiare vita. Rinunciando ai tanti agi conquistati, per puntare unicamente su me stesso.

Volevo creare una mia academy, una scuola che potesse formare migliaia di consulenti finanziari e cambiare la loro vita. Volevo farlo a modo mio.

Come al solito (quando mi metto nei casini da solo) mi sono detto:

“Flore, e mo’ so’ ca**i tuoi”.

Ora ho imparato che quando ti bruci le navi dietro, puoi solo andare avanti.

Subentra l’istinto di sopravvivenza. E non dormi la notte finché non ci riesci.

Allora però non lo sapevo, è una consapevolezza che va allenata col tempo.

Sapevo solo che rimanere dov’ero mi avrebbe portato a raccontarmi solamente delle grandi balle, a credere di non potercela fare.

La doccia fredda ti sveglia.

Tornando a noi, all’inizio (per andare avanti senza bruciarmi i risparmi) ho iniziato a tenere giornate di formazione a rappresentanti di… materassi.

Parallelamente bussavo alle porte dei miei possibili clienti, con la classica overconfidence dell’imprenditore veneto stampata in faccia.

Faccia che riceveva porte sbattute, una dopo l’altra.

Mi presentavo come un outsider, uno con idee innovative da realizzare, uno che desiderava fare la differenza per i consulenti finanziari.

Peccato che, come per tutti gli outsider, di spazio ce ne fosse poco.

Tutto veniva affidato alle solite noiose, ma affidabili, società di formazione già presenti sul mercato.

Io ero meglio, avevo di più da offrire, eppure… niente.

Mi sono detto: “vuoi vedere che è la prima volta che fai una scelta così importante (con la tua famiglia da mantenere) e hai fatto fiasco?”

Dovevo aumentare la mia autorevolezza. Ma come?

Decisi di scrivere un libro.

Invece però che iniziare scrivendolo, andai sul sito di 3 case editrici importanti e proposi a tutte e 3 di pubblicare un libro che non avevo ancora scritto (omettendo saggiamente l’ultima parte).

Mi presentai quindi davanti agli editori con una cartellina contenente tutta la strategia di promozione del libro (in quello ero bravo), ma arrivò finalmente il momento della fatidica domanda:

“Ma il libro è pronto, vero?”

E la mia risposta: “certo, è QUASI pronto”.

Ho venduto il libro allo scoperto (come si dice nell’ambiente della Borsa). Ossia prima ancora di averlo scritto.

E firmando il contratto arrivai a ripetermi di nuovo:

“Flore, e mo’ so’ ca**i tuoi”.

Un’altra doccia fredda.

Iniziai a svegliarmi alle 5 ogni mattina per scrivere il libro. Ogni singolo giorno, dalle 5 alle 7, scrivevo.

In 3 mesi era pronto, e una volta pubblicato divenne un caso editoriale nel mondo dei consulenti finanziari.

Ci sono 30.000 consulenti finanziari in Italia, e “L’Imprendipromotore” ha venduto 3.500 copie.

Che poi (sono un amante della musica classica) la mossa di vendere allo scoperto la faceva anche Rossini.

Si faceva dare un grande anticipo per le sue opere senza averle ancora scritte. Poi univa nuove creazioni a materiale vecchio e remixava il tutto.

2 secoli prima dei dj.

Comunque, ricordo quando ho aperto per la prima volta le vendite della mia academy. Era mezzanotte, e a mezzanotte e 3 minuti arrivò il primo iscritto.

Una gioia indescrivibile.

Dai 30 partecipanti di quella edizione siamo arrivati ora a 240 consulenti nell’ultimo anno.

Io voglio cambiare questo mondo. Voglio aiutare i consulenti finanziari ad essere consapevoli di rappresentare l’anello più importante della catena del valore nel settore finanziario.

Oggi tutti i miei collaboratori hanno 20-30 anni in meno di me e circondarmi di ragazzi giovani è incredibile.

Quanti anni posso avere davanti, professionalmente? 15? 20? Un ragazzo ha ancora 3 vite da vivere, con degli strumenti in mano che non si sono mai visti nella storia.

Business Genetics in tutto questo è stata una ventata di aria fresca. Ho imparato tantissime cose nuove, nonostante le mie 50 primavere alle spalle.

La lezione sulla mappa del potere e quella sulla decostruzione dell’impero mi hanno aperto la mente.

Ho compreso il valore dell’impatto che un imprenditore è in grado di generare nella società e nel mondo.

Ossia ciò che, più di tutto, ogni giorno mi sprona ad alzarmi dal letto e fare del mio meglio.

Dovete sapere che ho una moneta sempre in tasca, con scritto “memento mori”, ossia “ricordati che devi morire”.

Può sembrare triste, ma abbiamo una vita sola, ognuno di noi.

E questa moneta mi ricorda di fare ogni sera un bilancio e chiedermi se ho fatto qualcosa per rendere il nuovo giorno migliore di quello precedente.

Per concludere questa storia, voglio dirvi che non esistono le linee rette.

Non vai mai dal punto A al punto B.

La vita è fatta di tanti segmenti e l’importante è proseguire, sempre.

Come diceva Paolo Conte: “era un mondo adulto e si sbagliava da professionisti”.

O come dico io: “Flore, e mo’ so’ cazzi tuoi”.

Tony Balbi

Leggi la storia di Tony

“Tony, le estetiste sono ignoranti! Si fanno vendere di tutto”.

Ho passato l’infanzia al Sud, in una casa con quattro donne, tra cui una parrucchiera e un’estetista.

Immaginate la mia rabbia quando anni dopo il mio capo continuava a sminuire quei lavori.

Ogni volta mi prudevano le mani.

Cosa mi tratteneva in quella preistorica agenzia di comunicazione? Me lo chiedevo spesso, ma l’affitto a Roma non si paga da solo e buttavo giù bocconi amari.

Ero destinato a esplodere. Puntualmente avvenne, dopo l’ennesima richiesta assurda. Me ne andai sbattendo la porta.

Non ve lo nascondo, avevo paura.

Avrei trovato lavoro? Come sarei andato avanti? E se fossi dovuto tornare a casa mia?

Ero disoccupato in una delle città più care d’Italia.

Un giorno feci ciò che dovevo, da tempo. Chiamai le vecchie clienti dell’agenzia, raccontai loro cosa fosse successo.

Molte mi confessarono di sentirsi limoni da spremere in mano al mio ex capo.

Ve la faccio breve, diverse estetiste apprezzarono la mia sincerità e mi invitarono a curare il loro marketing. Così ricominciai.

Non potevo immaginare che quello sarebbe stato l’inizio di un percorso che mi ha portato a realizzare fatturati a sei zeri per decine di centri estetici.

All’epoca sapevo solo di aver fatto la scelta giusta.

Conoscere Marketers mi aveva aperto un nuovo mondo, dove ho incontrato persone simili a me, alla ricerca di una strada più etica per fare marketing e business.

Senza bisogno di raggirare i clienti in ogni modo.

Negli anni ho studiato, assorbito e fatto mio il Metodo Marketers. La svolta arrivò nel 2018, quando a un evento in cui ero stato speaker mi fermò una delle estetiste che mi aveva ascoltato.

Allora era la proprietaria di un grosso centro di bellezza, oggi è una delle imprenditrici estetiche più famose in Italia.

Mi chiese se con l’agenzia che intanto avevo aperto avessimo potuto seguirla. Beh, il traguardo che tagliammo insieme mi aprì gli occhi.

Si poteva fare. In appena 12 mesi abbiamo portato il fatturato del suo centro da 500k a 1 milione, trasformandola in una star per il suo pubblico.

Avevamo declinato il Metodo nel mercato dell’estetica e ben presto è diventato il marchio di fabbrica di Up, la mia agenzia.

In poco più di 2 anni siamo diventati un punto di riferimento nel settore, aiutando decine di imprenditrici a moltiplicare i loro fatturati e migliorare le proprie vite.

Proprio grazie a questi successi, nel 2019, sono salito sul palco del World per essere premiato con il Marketers Award.

Sarò sempre grato a Dario, oggi mio amico e mentore, e alla Family per avermi aperto una strada quando vedevo solo ostacoli.
Viceversa non sarei qui, fiero e felice di aiutare migliaia di estetiste-imprenditrici – oggi membri di UMA, la nostra community, dove condividiamo strategie, consigli e tips di marketing.

Voglio chiudere con una riflessione per chi è ancora indeciso e non sa che strada prendere.

Sporcatevi le mani, non temete di andare nella direzione che sentite vostra. L’etica, coniugata alla competenza e all’esecuzione, è l’antidoto più potente alla paura.

Gli occhi saranno spesso stanchi, ma il sorriso sarà sempre leggero.

Daje!

Tony

Filosofia e Caffeina

Leggi la storia di Benedetta

Questa storia sarà piena di digressioni, non avrà un inizio né una fine.

Ad essere sincera non volevo neanche raccontarla, perché a pensarci non sono arrivata da nessuna parte.

Non sono famosa (anche se mia madre lo pensa) e non sono ricca. Forse però sono un po’ più felice e realizzata. Quindi, visto che insistete, eccola qua.

Lavoravo come cassiera in un centro commerciale. Ma prima ancora facevo la psicologa coi ragazzi in difficoltà. Guadagnavo una miseria, avevo un capo che mi trattava come una pezza e che mi rendeva impossibile lavorare.

Un giorno, durante una notte insonne a Milano, mi resi conto che volevo uscirne. Mi chiesi: cosa farei se fossi totalmente libera di decidere che vita vivere?

Mi trovavo in una camera d’albergo e sul letto di fianco a me c’era “Così parlò Zarathustra” di Nietzsche. Ogni volta che mi allontano dalla mia città (Brescia) porto sempre un libro di filosofia con me.

La risposta che cercavo era lì sul letto, nell’amore di tutta una vita. In quel momento pensai a Socrate, che preferì farsi uccidere piuttosto che rinunciare alla filosofia.
Neanche io volevo rinunciarvi.

Tornai a Brescia e affrontai il mio capo, dicendogli che avrei lasciato quel lavoro e sarei tornata a studiare, mi sarei iscritta a filosofia.

Lui rispose alle mie dimissioni con queste esatte parole:

“Benedetta, dove pensi di andare? Tornerai strisciando”.

Molti pensarono che mi sarei trovata sotto a un ponte, e iniziai a temerlo anche io.

Andai a lavorare come cassiera: 10 ore in piedi a servire i clienti.

Facevo anche 190 scontrini al giorno e il mio incubo era incontrare gli ex colleghi o i vecchi compagni di università e leggere l’espressione sul loro volto.

Ovviamente successe: un giorno arrivò un ex collega, che mi guardò in faccia e disse: “che tristezza ridursi così”.

Quello stesso giorno il mio superiore aveva detto a tutto lo staff: “Mi raccomando, sorridete e proponete la borsina a 1 euro e 50”.
E quindi la mia unica risposta fu (tentando di sorridere): “vuoi la borsina?”

Ricordo che la sera rimasi da sola qualche minuto nel parcheggio del centro commerciale, tentando di scrollarmi di dosso l’identità da studentessa di filosofia (con già una laurea, un master e un tirocinio in tasca), che passava le giornate a lavorare come cassiera.

Per fortuna la filosofia mi ha sempre nutrito. Non è qualcosa che ti dà risultati immediati, ma che ti fa fiorire giorno dopo giorno.

E ora? Ora sono entrata nel meraviglioso mondo dell’insegnamento precario, in cui mi dicono anno per anno cosa insegnare. Quest’anno ho fatto educazione fisica e alternativa a religione, quindi in pratica ho insegnato filosofia alle elementari, anche ai bambini con problemi.

Se vi aspettavate quindi un viaggio dell’eroe, rimarrete delusi.

Non è una storia che parte dal basso e arriva in alto.

La vita è fatta di alti e bassi, di montagne russe che non finiscono mai. Non arrivi alla vittoria finale, semplicemente procedi verso la tua direzione.

Sì, ho ottenuto risultati impensabili, e li devo soprattutto a Marketers. Avevo già studiato Copymastery e Instadvanced. Ma sedermi in prima fila al Marketers World è stato il vero spartiacque.

Mi sono detta: “Benny, ti sei giocata le vacanze per essere qui, ora devi combinare qualcosa”.

E a distanza di mesi posso dire che qualcosa l’ho combinata.

Parlo di filosofia sui social, davanti a decine di migliaia di persone (non l’avrei mai creduto possibile), e ho avuto anche qualche grande soddisfazione (tra cui una richiesta di collaborazione da parte di Mondadori).

Ma ciò che conta davvero sono le relazioni.

Sono le persone che seguivo e che ora vogliono collaborare con me. I ragazzi che mi dicono che stanno amando la filosofia per la prima volta in vita loro, che si confidano in dm, che mi mandano storie bellissime.

Mi toglie il respiro pensare che ero la ragazzina che passava i pomeriggi chiusa in casa sulla “Fenomenologia dello spirito” di Hegel, convinta che nessuno avrebbe mai capito quanto fosse meravigliosa.

Credo che ognuno di noi abbia un filo rosso da individuare e da seguire.

Io da piccola giocavo con un libro di filosofia, non sapevo ancora leggere ma mi piaceva da impazzire la copertina. Ai miei occhi era una sorta di libro magico.

Quest’estate l’ho ritrovato, l’ho aperto e ne ho letto il titolo:

“Storia della filosofia occidentale”, di Bertrand Russell.

Tutta la mia vita successiva era già in quel libro che sfogliavo da bambina, senza che sapessi ancora leggere.

Il prossimo video di Filosofia e Caffeina (il mio profilo Tik Tok)? Lo farò su Leopardi.

Leopardi passò la vita a Recanati, finché non organizzò una fuga in gran segreto, che molti studiosi oggi ritengono “patetica”.

Ebbene, voglio invitare le persone a essere patetiche. Perché patetico deriva da pathos, ossia passione. E una vita senza passione non merita di essere vissuta.

Leopardi morì mangiando un gelato, che non poteva mangiare per le proprie fragili condizioni di salute.

Dopo anni di privazioni, fece ciò che gli andava di fare, prendendosene anche i rischi.

C’è tanta bellezza da comunicare nelle vite e nelle parole di chi ha vissuto migliaia di anni fa. Mettere tutto ciò in un video di un minuto sui social è una sfida, ma credo che ne valga la pena.

Mi torna in mente il mio prof di greco che si metteva a piangere leggendo testi di 2000 anni fa. Il fatto che 2000 anni dopo quelle parole facciano ancora piangere le persone è meraviglioso.

Dimostra la connessione eterna tra esseri umani. Che parte da Socrate e arriva (perché no?) fino a un video su Tik Tok.

L'Altra Riabilitazione

Leggi la storia di Marcello

Volevo uscire da quelle 4 mura.

Ho sempre fatto il fisioterapista classico: aprivo lo studio alle 8 di mattina e lo chiudevo alle 8 di sera.

Era la mia vita? No.

Come ne sarei uscito? Bella domanda.

Sentivo l’inquietudine crescere, ma non ambivo a stravolgere tutto.

Non sognavo auto di lusso o una vita dall’altra parte del mondo. Volevo semplicemente uscire dai limiti fisici del mio paesino e arrivare ovunque, anche solo con le parole.

Ho iniziato agendo, senza un vero e proprio piano in mano.

All’inizio aprii un sito web in cui parlavo di riabilitazione. Facevo un migliaio di visitatori al giorno, ma non avevo idea di come monetizzare il traffico.

Poi mi imbattei in Dario e Andrea Giuliodori (che considero i miei mentori), e cambiò tutto.

Articoli, ebook, videocorsi: capii che il digitale mi permetteva di comunicare ciò che sapevo fare non più solo davanti a un singolo paziente, ma a decine di migliaia di persone alla volta.

A distanza di qualche anno, oggi il mio canale Youtube ha 200.000 iscritti e il sito genera circa 20.000 visitatori al giorno.

Ma soprattutto, l’anno scorso ho raggiunto i 100.000 euro di fatturato online, superando le entrate che facevo (e che continuo a fare) col mio studio.

Quando anni fa leggevo questi casi studio sul blog di Dario mi sembravano irrealizzabili, mentre ora sono la normalità.

Come ho fatto? Se dovessi trovare una formula direi:

Arrivare prima + comunicare bene + avere costanza.

Sono stato il primo a fare il fisioterapista online e il primo a metterci la faccia. E questo ha reso fondamentale saper comunicare ciò che amavo e sapevo fare.

Qui Copymastery è stata la fulminazione sulla via di Damasco. Il copy mi ha insegnato come arrivare al cuore e alla mente delle persone, online e offline.

Tutto questo però senza la costanza non sarebbe bastato. Io nel digitale ho visto la vita: arrivavo in studio alle 8 del mattino con già un paio di ore di lavoro sul mio sito alle spalle.

Non mi pesava affatto, mi svegliavo entusiasta.

Ci sono stati momenti difficili, certo. Forse è sempre un momento difficile se hai il coraggio di metterti in discussione.

Quando non stai seguendo una via tracciata, ma ti stai inventando la tua professione giorno per giorno, è normale avere paura.

Io poi vengo da una famiglia di imprenditori e fin da piccolo ho assistito a riunioni di famiglia in cui si parlava solo di problemi e di banche.

Involontariamente associavo l’attività imprenditoriale a tutto quello.

Ho scoperto però che online le barriere sono diverse. Un tempo ci volevano generazioni per scalare un’azienda, oggi può andare tutto molto velocemente. E dipende da te farlo durare nel tempo.

Sembra strano, ma ci vuole coraggio per ammettere che puoi creare un business dirompente in pochissimo tempo. L’assenza di limiti a volte è disorientante.

Soprattutto quando non sei circondato da persone che fanno già quella vita, come nel mio caso.

Ho iniziato a lavorare online a 33 anni, con già un figlio e vivendo in un paesino in provincia di Piacenza.

Intorno a me nessuno capiva cosa stavo facendo e perché.

Oltre ai Meetup e al Marketers World (da cui ho tratto un grande beneficio), ricordo quindi molto bene quando ho incontrato Dario e la Marketers Family a Barcellona.

Quel giorno ho finalmente realizzato di essere circondato da persone che non solo mi capivano, ma che erano ancora più avanti di me.

Poi sono sincero: per me oggi la libertà dell’online non ha prezzo.

Se avessi avuto solo il mio studio avrei passato il lockdown con le mani tra i capelli. Invece ho potuto godermi lunghi momenti di relax nel giardino di casa, ho avuto la libertà di riflettere sulla mia vita serenamente.

Senza l’ansia di capire come andare avanti e anzi, vedendo il mio fatturato aumentare invece che diminuire.

Progetti per il futuro?

Sognare ciò che verrà dopo non è sempre facile.

5 anni fa avrei pensato che questo fosse il massimo pensabile. Poi ci sono arrivato e ho capito di non essere alla fine, ma all’inizio.

Ora sto per pubblicare un libro con una grande casa editrice, e questa cosa mi riempie di soddisfazione. Sto anche cercando il coraggio di reinventarmi di nuovo. Di andare di nuovo dove gli altri non si sono ancora avventurati.

A questo proposito ricordo Dario sul palco del Marketers World 2018, quando parlando di Musical.ly (allora non era ancora diventato Tik Tok), disse: “se pensi che sia una cosa da bambini, significa che stai già diventando vecchio”.

Ecco, mi auguro metaforicamente di non diventare mai vecchio. Se non dal punto di vista biologico, almeno dal punto di vista imprenditoriale.

Giorgia Colavita

Leggi la storia di Giorgia

Mi prendo la responsabilità di ciò che sto per dire.

Sarà impopolare e molti mi odieranno. Ma sarà anche profondamente vero.

Credo che il marketing digitale non dovrebbe essere di tutti.

Prima di inca***rvi, pensateci:

Abbiamo trattato l’ecosistema online come l’ambiente più democratico della storia.

Il luogo dove ognuno può farcela e dar vita al proprio sogno. Vendere qualsiasi cosa e vivere una vita meravigliosa.

Qual è il risultato?

Da un lato ci sono tantissime persone creative che si sono inventate vite e lavori, e ciò è fantastico.

Dall’altro, l’online si è riempito di gente che scimmiotta strategie altrui per promuovere roba scadente.

Gente che vede un ad e la copia. Vede un funnel e lo copia. Questo perché per replicare un prodotto servono anni di lavoro, per replicare una strategia di marketing le barriere sono inesistenti.

Per questo credo che sia il momento di stringere la tenaglia. Il momento di non fare entrare in questo mondo chi non ha un codice etico. Chi usa in modo improprio ciò che viene insegnato in ambienti come Marketers, e che ha un valore così elevato.

Parlando di valore, credo non esista nessun percorso in Italia che ne ha così tanto come Business Genetics.

Ma lasciatemi fare un passo indietro.

Lavoro nel mondo del marketing da una decina d’anni, gestendo diversi team in diverse aziende.

Parliamoci chiaro, non mi sono mai sentita una dipendente. Quando i progetti nascono da te, diventi una sorta di imprenditore dentro l’azienda.

E io sono sempre stata una persona ambiziosa. Ho sempre creduto che il desiderio di eccellere fosse un’inquietudine positiva, una “fame di vita” necessaria.

Ma per quanto me la raccontassi, quella che facevo anni fa non era una vita sana. I ritmi folli mi assorbivano e dormivo due ore a notte.

Finché un giorno non mi hanno ricoverata. Avevo 190 battiti a riposo, i medici temevano che avessi un aneurisma e rimasi in ospedale per 10 giorni.

Quella fame mi stavano uccidendo.

Uscita dall’ospedale mi licenziai.

Decisi di cambiare vita e iniziai a lavorare in una copisteria di Reggio Emilia. Un’azienda ferma agli anni ’80.

Una tela bianca dove potevo sbizzarrirmi e ripartire da zero.

Creai il sito, la veste grafica, il marketing. All’epoca avevo già fatto Instadvanced, Copymastery e Facebook Advanced.

E dopo?

Il (buon) lavoro paga sempre.

La copisteria inizia quindi a crescere e tutto va alla grande. Ma quando arrivo all’obiettivo che mi sono posta, capisco che ho bisogno di nutrirmi di altro.

Un giorno mi contatta un noto brand. Sono una S.p.a., io la ragazza della copisteria di Reggio Emilia. Facciamo un paio di incontri, in cui mi dicono che stanno cercando una nuova agenzia di marketing.

Mi fanno una proposta da 10k al mese. I miei capi si spaventano. Troppo fatturato, troppe tasse. Troppa crescita troppo velocemente.

Realizzo che ho trasformato quella piccola copisteria in un’agenzia di marketing capace di riscuotere l’interesse di brand enormi.

Io e la mia collega Antonella ci guardiamo in faccia: non possiamo dire di no a un contratto del genere. Che fare?

La prima cosa che faccio è comprare Business Genetics. La seconda è licenziarmi (insieme alla mia collega e ora mia socia). La terza è partire in viaggio per San Francisco.

2 settimane dopo, al mio ritorno in Italia, la mia fame aveva divorato il corso da cima a fondo.

Prima avevo un’idea di business, che mi avrebbe portato a fare molti errori. Errori che Business Genetics mi ha impedito di commettere.

Non so come avrei iniziato da zero. Sarei stata una dipendente con molte qualità, non un’imprenditrice.

Quello che è successo è che un giorno dopo essermi licenziata sono passata da 30k l’anno come dipendente a un giro d’affari di 140k.

E la cosa divertente è che ho anche detto di no a quel grosso cliente.

L’ho fatto per salvaguardare la mia salute. Non volevo rimanere incastrata nelle dinamiche da agenzia. Avrei finito per lavorare solo per loro e non sarei stata libera.

Ho aperto un’agenzia (Arketing Studio), perché è ciò che so fare bene. Ma so anche che non è ciò che vorrò fare per sempre.

È il mio 20/80 capace di darmi la vita e le soddisfazioni che voglio, per poter lavorare su ciò che già mi ronza in testa.

Oggi in Arketing non siamo più in 2, ma in 7. È ormai una realtà solida, strutturata e in crescita.

E questo dopo neanche 12 mesi.

Licenziandomi ho fatto all in, ho messo tutto sul piatto. E ora mi trovo spesso a pensare:

“perché non l’ho fatto 10 anni prima?”

La qualità della mia vita è esplosa, oltre ogni immaginazione. Posso dire sì e no quando voglio. E dico molti più no che sì.

E ora?

Sto cercando di creare un prodotto che abbia dei forti valori etici al centro.

Non voglio far parte della schiera di persone che si lamentano, ma essere tra quelle che fanno qualcosa per migliorare il nostro pianeta.

Voglio unire business, etica e scalabilità in un progetto che continui ad emozionarmi e che sia in costante crescita.

Pur continuando a prendermi cura della realtà che ho creato e di cui sono estremamente fiera.

Realtà che è come un bambino, che ho accudito e che ora è quasi pronto a camminare con le proprie gambe.

La verità è che ho voglia di dedicarmi a qualcosa che non tocchi solo me.

Ho l’esigenza di restituire qualcosa indietro, perché sento di aver avuto tanto dalla vita. Ho fatto tante esperienze, e anche ciò che mi è successo di negativo è stato un grande regalo.

Ora se non restituisco tutto ciò esplodo. Sento questa gratitudine immensa che se ci penso mi fa commuovere.

Ho fame, da sempre. Ma questa fame finalmente ha smesso di logorarmi, e ha iniziato a nutrirmi.

Malìa Vibes

Leggi la storia di Marta e Giulia

Siamo un po’ lo yin e lo yang.
Giulia – romana, advertiser in Marketers Company – timida e introversa, Marta – da Milano, media content specialist in Shift – un vulcano di parole e risate. In pochi mesi le nostre vite si sono mescolate in maniera del tutto imprevista e imprevedibile.

Tutto è nato durante l’ultimo Team Party con la Family. Amiamo quei momenti, siamo un’azienda totalmente da remoto e perciò il condividere momenti si trasforma in una gioia pura.

È come ritrovarsi con amici che non vedi da tanto tempo.

L’ultima volta, prima della pandemia, abbiamo affittato un intero agriturismo nelle campagne toscane. È stato proprio lì che, per la prima volta, ci siamo incontrate offline.

“Marta mi raccontò di aver programmato un bel tour del Sud Italia. Io ascolto, prendo e porto a casa. Allora eravamo due semplici colleghe, poi durante la quarantena abbiamo iniziato a sentirci spesso.

In pieno lockdown le ho girato una proposta: mi avevano invitato a passare qualche mese a Palermo in estate. Neanche 24 ore dopo abbiamo prenotato una casa per 35 notti, da quasi sconosciute”.

“In Sicilia abbiamo scoperto che io e Giulia siamo opposte ma complementari. Io amo stare al centro dell’attenzione, lei cerca di evitarlo; lei che programma e pianifica, io che vivo nel mio caos”.

Dopo le prime settimane di Vucciria, Taverna Azzurra e serate “ritmo e atmosfera” abbiamo deciso di iniziare a raccontare la nostra avventura su Instagram.

Abbiamo notato che ci scriveva in privato tanta gente, magari persone che non sentivamo da anni o a cui pensavamo non interessasse. Invece si ricordavano cose che avevamo detto o fatto settimane prima.

Così abbiamo aperto un profilo dedicato dove stiamo continuando questo racconto. Già, perché intanto abbiamo preso una decisione… di cuore.

Man mano che si avvicinava il giorno della partenza sentivamo il “mal di Sicilia”. Non volevamo andarcene.

Abbiamo incontrato la persona giusta al momento giusto: una ragazza, durante una serata, ci racconta che cercava casa e inquiline. Noi, che ci eravamo già ripromesse di tornare a Palermo, non ce lo siamo fatte ripetere due volte e siamo andate a vedere degli appartamenti con lei.

Il finale? Abbiamo affittato un appartamento per i prossimi 12 mesi.

Molti potrebbero chiedersi il motivo di questa scelta improvvisa. Beh, un vero motivo non c’è. Lo abbiamo detto, è stata una decisione dettata dal cuore e dalle emozioni.

Abbiamo la fortuna di lavorare in realtà aziendali che abbracciano il remote working. Ecosistemi dove ciascuno ti spinge, anche inconsapevolmente, a vivere davvero la vita che si desidera.

Non è scontato. Molto spesso ci raccontiamo storielle per evitare di prendere scelte coraggiose e, perché no, un po’ pazze. Sono quelle però che ti fanno imboccare la strada di un’esistenza piena.

Ecco, il bello del lavoro che facciamo è che ci dà continue opportunità per dimostrare – in primis a noi stesse – di essere libere, autonome e indipendenti nel fare ciò che ci piace quando ci piace farlo.

Per noi il lavoro da remoto è questo. Non lavorare in pigiama tutto il giorno (a volte anche quello), ma lasciare ogni zavorra alle spalle e liberarsi da ogni sciocco vincolo che ci creiamo.

A volte basta lanciarsi e godersi il viaggio…

Quando guardiamo fuori dalla finestra della nostra ormai nuova casa ringraziamo di averlo fatto. E lo rifaremmo ancora.

P.S.: Ah, e abbiamo un terrazzo super-figo. Se passate di qui, scriveteci, da noi non manca mai ospitalità e un bicchiere di rosso.

Un abbraccio dalla Sicilia,
Marta e Giulia (Malia)

Debora Carofiglio

Leggi la storia di Debora

COLPISCI PIÙ FORTE

La grande crisi del 2008 si è portata via l’azienda di famiglia. Un anno prima era venuto a mancare mio padre.

Ho sentito la terra venir meno sotto ai piedi.

In azienda mi ero sempre occupata di organizzazione e logistica. Parallelamente però mi affascinava il mondo di internet.

Allora era tutto così rudimentale. Nel 1998 avevo creato il mio primo sito web, da lì non ho mai smesso di buttare un occhio a quel nuovo mondo.

La passione è rimasta. Così come la voglia di mettermi in gioco…

Quando però la vita ci si mette, sa colpire forte.

Nel 2012 ho affrontato un divorzio. Da lì i soldi hanno iniziato a scarseggiare sul serio.

Intanto avevo trovato un nuovo lavoro, ma lo stipendio mi durava poco più di una settimana: metà se ne andava per l’affitto, in più avevo un figlio di 10 anni da mantenere.

È stata dura.

Potrebbe sembrare esagerato, ma un post mi ha svoltato la vita.

La passione per la rete non se n’era mai andata e mi ha tirato fuori da quell’incubo. In un angolo di me stessa, coltivavo il sogno di avere un mio business digitale.

Non perché volessi guadagnare chissà quanto o avere il macchinone e la villa a Dubai.

Semplicemente volevo poter lavorare senza vincoli di orario e luogo per poter stare quanto più possibile vicina a mio figlio.

Ecco perché quando per la prima volta ho sentito parlare di Business Genetics mi si è accesa una lampadina (il mio istinto aveva ragione).

Prima però c’era qualche altro ostacolo da affrontare a testa alta.

Ho sempre studiato quando potevo, spesso di notte. Leggevo il blog di Dario e seguivo anche Marcello Marchese.

Era ormai il 2016 e la mia vita, per il resto, continuava a essere un mare in tempesta. Proprio un annuncio di Marcello arrivò nel momento giusto, quando ero disoccupata ormai da un po’:

Cercava una persona per il customer service di un suo progetto.

Mandai la mia candidatura, pochi giorni dopo ero già a colloquio. Finalmente da remoto.

Finalmente avevo trovato qualcuno che non mi dicesse che ero “troppo qualificata per il ruolo” (sì, mi è capitato più volte e ogni volta mi veniva sbattuta la porta in faccia).

Anzi, nel giro di una settimana mi trovai a gestire l’e-commerce nonché l’intero customer service.

La faccio breve.

La mia nuova avventura andava a gonfie vele. Dopo tante difficoltà, una boccata d’aria.

Negli anni seguenti mi sono guadagnata sempre più spazio, fino a diventare manager.

Nel 2019 però qualcosa s’è rotto. Mi sono resa conto che i miei ideali non combaciavano più con quelli dell’azienda e sentivo forte la voglia di costruire qualcosa di mio.

Presi una decisione, insieme al mio nuovo compagno, senza immaginare minimamente dove ci avrebbe portati in pochissimo tempo.

Era una sfida, ma nessuna sfida ormai poteva essere più ostica di quelle che avevo combattuto fin lì.

L’idea che mi frullava per la testa era questa: costruire una società di logistica diversa, che desse supporto totale a e-commerce e network di affiliazione.

Non si sarebbe occupata solo di spedizioni, ma anche di assistenza dei clienti, gestione delle giacenze e dei reclami e conferma dell’ordine telefonica.

Da questo sogno è nata Momoka. C’era però un “piccolo” problema.

Vi ho detto che si trattava di una sfida…

Durante la mia precedente esperienza avevo stretto rapporti con tanti proprietari di e-commerce e affiliate marketer.

Appena seppero della mia nuova azienda, vollero lavorare con me.

Bello, no? Sì, senza considerare però che volevano partire subito.

Era marzo 2019 e, in un solo mese, avremmo dovuto costituire legalmente l’azienda, fare un business plan, pensare a un tariffario, stendere i contratti, trovare i collaboratori, un gestionale, un VOIP, un magazzino e i corrieri.

Non vi nascondo che è stato un mese di poche ore dormite, tanta preoccupazione. E una tonnellata di voglia di farcela.

Fatto sta che il 2 maggio 2019 abbiamo fatto le nostre prime 200 spedizioni. Niente rispetto a quello che sarebbe successo esattamente 1 anno dopo…

Durante lo scorso lockdown abbiamo dovuto cambiare magazzino. Era troppo piccolo per gestire il boom di richieste.

Ne abbiamo preso uno da 800 mq.

Per fortuna nel mezzo avevo trovato un alleato. Un alleato blu.

Come ho detto, ho sempre studiato quando potevo. E volevo continuare a farlo. Cercavo però qualcosa di diverso dai soliti infoprodotti che promettono guadagni mirabolanti.

Così, in occasione del suo primo lancio, ho acquistato Business Genetics.

Business Genetics è stata una scoperta. Prima di tutto, di me stessa.

Ha stravolto la mia crescita personale e ancora oggi sto lavorando per mettere in pratica tutto ciò che ho imparato al suo interno.

Era proprio ciò che cercavo.

Oltre all’enorme carica di crescita personale, questo corso mi ha trasmesso il super-potere dell’imprenditore: la delega.

Probabilmente senza non sarei mai riuscita a scalare Momoka nel giro di qualche settimana.

Le 200 spedizioni iniziali sono diventate 40,000 in appena 2 mesi (marzo e aprile).

E di certo senza Business Genetics non riuscirei a sognare il futuro che ora immagino per la mia creatura.

Oggi manteniamo ancora la media di circa 20,000 spedizioni al mese e a fine ottobre siamo arrivati a 1 milione di euro di fatturato (uno dei miei grandi obiettivi quando ho preso BG).

Siamo ancora all’inizio. Sono sicura che ne vedremo delle belle. E ve le racconterò…

Sono una persona abbastanza timida, ma ho deciso di uscire dalla mia comfort zone. Per un motivo molto semplice.

In tutta questa negatività abbiamo bisogno di fermarci, guardare dentro di noi e trovare la forza di fare qualcosa di bello.

Spero che le mie parole possano aiutarvi anche solo un po’ a riuscirci.

Ricordate:

“Quando la vita ci si mette, colpisce forte. Ma tu, beh, colpisci più forte”.

Un bacio,
Debora.

Ida Dalicante

Leggi la storia di Ida

LA TRAPPOLA DELLA NORMALITA’

C’è sempre stata una domanda a cui non sapevo rispondere:

Cosa vorresti fare da grande?

Può sembrare sciocco ora, ma non avere una risposta mi faceva pensare che ci fosse qualcosa di sbagliato in me.

Mi ero ormai rassegnata a portare termine ciò che avevo iniziato (la laurea in Economia) e poi chissà…

Sin da piccola, per i miei parenti e conoscenti, ero sempre stata “quella che sa cantare”.

Nel 2009 avevo anche iniziato a pubblicare su YouTube le mie cover di canzoni famose. Fecero qualche migliaia di views, non poche per l’epoca.

Però quella definizione mi stava stretta.

Ero “quella che sa cantare”, ma le mie ambizioni mi portavano altrove.

Avete presente quei programmi televisivi sugli imprenditori americani?

Ecco, non so bene perché, ma avevano fatto nascere in me il fascino dell’imprenditoria.

L’idea di organizzare un gruppo di persone intorno a un’idea per trasformarla in realtà mi attraeva.

Anche per questo motivo, nel 2012, mi ero iscritta a Economia.

Presto mi resi conto che volevo fare, non solo riempirmi il cervello di teoria. Continuavo a non capire cosa cavolo volessi combinare nella vita…

L’esame di marketing mi illuminò o, almeno, così mi sembrava allora. A me piaceva (e piace) il business della moda. La mia mente pensò:

“Perché non aprire un blog dove parlare di marketing e moda?”

Ecco come nacque “Pistacchio e Liquirizia”.

La storia di questo nome? Beh, dietro c’è stata una lunga ricerca di mercato, brainstorming infiniti…

In gelateria. Sì, in realtà l’ho pensato in gelateria, mentre ero in preda all’indecisione tra un cono pistacchio e cocco o pistacchio e liquirizia.

Potete immaginare, con questi presupposti, che fine abbia fatto il mio primo blog.

Al di là di questo però, quell’esperienza mi fece conoscere – virtualmente – prima Dario e poi Luca.

A dirla tutta, testarda come sono, ho letto le guide di Dario e poi ho deciso di fare di testa mia. Diciamo che non è andata benissimo.

Luca, invece, all’epoca aveva un podcast. Era circa il 2015.

Loro due comunque mi fecero buttare l’occhio su un nuovo mondo.

Era un mondo diverso da quello – teorico e astratto – dove mi ero rassegnata a rimanere. Un mondo fatto di cose concrete, progetti entusiasmanti…

E poi? Beh, di motivi ce ne sarebbero tanti, ma dopo quella scoperta caddi in un blocco totale.

Nonostante tutto mi rintanai in quella che mi sembrava la normalità.

Dal 2015 al 2018 mi sono trascinata dietro una vita che non mi soddisfaceva, andando verso un futuro che non mi entusiasmava.

Questo fino al 6 febbraio 2018.

Probabilmente stavo cazzeggiando su Facebook, in una “pausa” dallo studio per l’esame di Diritto privato.

Ero iscritta a WE ARE MARKETERS da tempo. Scorrendo il feed, lessi un post dove si annunciava la ricerca di nuovi Jedi.

Ora, voglio essere onesta: non sapevo neanche che cosa fossero i Jedi.

Tuttavia quella mi sembrò l’occasione per dare una sterzata alle cose. Mi dissi “ma sì, proviamoci”…

Per la vostra gioia, ho recuperato la mia candidatura. L’avevo chiusa così:

“Male che vada, mi candido come donna delle pulizie visto che siete dei casinisti fenomenali. Posso anche cucinare”.

Sì, mi sono candidata come donna delle pulizie di un’azienda senza uffici. Un vero genio, eh?

Al di là di questo, rileggere quella candidatura mi ha fatta sorridere e riflettere. Queste parole in particolare le sento ancora mie, a distanza di anni:

“La normalità, la monotonia non fa per me. Voi siete un concentrato di ciò che vorrei vivere. E poi, ho tanta voglia di mettere in pratica ciò che ho imparato, così come ho voglia di continuare a imparare e darvi fastidio”.

Non so perché, ma la mia candidatura fu accettata.

Dopo 2 anni sono ancora qui a dare fastidio e ho raggiunto un traguardo di cui sono fiera…

Oggi sono Community Manager in Marketers e dirigo la squadra dei miei fantastici, pazzi Jedi.

Finalmente posso rispondere:

Cosa voglio fare da grande?

Prima di tutto, non voglio smettere di sorprendermi e scoprire nuovi mondi.

E sì, voglio continuare ad aiutare i miei Jedi, ragazze e ragazzi da tutta Italia che moderano i gruppi Marketers, a trovare la propria strada. Magari lontana da quella che per gli altri è la “normalità”.

Perché, se c’è una cosa che ho imparato negli ultimi anni, è proprio questa:

La vita è troppo breve per lasciarsi dire cosa farne da una persona diversa da sé.

Un abbraccio,
Ida

Francesco Delle Femmine

Leggi la storia di Francesco

BREVE DIARIO DI UN MARKETER NICHILISTA

Sarebbe stata una traversata da 11 ore e 40 minuti.

Salendo sul Flixbus per Milano Lampugnano non sapevo cosa aspettarmi. Avrei passato la notte lì, seduto al mio posto pagato 1€, per arrivare a destinazione alle 8 della mattina dopo.

E poi? Tutto questo per un aperitivo? In quanti mi avrebbero capito?

Era il 2015, trascinavo la mia vita tra l’università e la prospettiva di una carriera che mi soffocava al solo pensiero.

Sono un nichilista convinto, ma da un po’ avevo scoperto un gruppo di ragazzi che sognavano e mi facevano sognare in grande.

Quando sentii parlare di un aperitivo a Milano, dove per la prima volta si sarebbero ritrovati tutti i Marketers, decisi di andarci. A ogni costo.

Il problema?

Abitavo (e abito) in provincia di Caserta, a circa 748km da Milano. E all’epoca avevo poche decine di euro da parte…

Dopo essermi formato online, anche grazie al blog di Dario, avevo trovato il mio spazio per sperimentare.

Un amico aveva un’agenzia di marketing offline e, con lui, iniziammo a proporre i primi servizi digitali.

I budget erano risicatissimi, ma è stata una palestra formidabile. Me ne dovevo inventare di ogni per raggiungere gli obiettivi…

Ricordo che, nel periodo di quel primo aperitivo Marketers, Instagram aveva introdotto la localizzazione dei post.

Io ci avevo costruito una strategia per un piccolo ristorante (segno del destino?).

Oggi aggiungere la localizzazione è la cosa più naturale del mondo, allora ci portò una copertura pazzesca e altri buoni risultati.

Quel piccolo successo mi aveva fatto capire che c’era un futuro per quello che facevo…

Mi serviva però sentirmelo dire da persone simili. Allora, giù da me, non avevo l’approvazione di nessuno.

Quell’1€ speso per il Flixbus (l’unico mezzo di trasporto che mi potevo permettere) fu il miglior investimento che potessi fare.

Arrivato a Milano, mi fiondai nella stanza che avevo preso. Diciamo che non era per niente di lusso.

Anche il mio budget personale era risicatissimo.

Passai la serata chiacchierando con Dario, Luca, Vittorio e tutti gli altri. Mi aprirono la testa con le loro storie e i loro consigli.

Appena ci salutammo, mi precipitai di nuovo a Lampugnano. Nuovo bus, nuova traversata, ma dentro di me era scattato qualcosa.

A casa mi aspettavano la vita di sempre e l’università. 5 anni fa non era così “mainstream” lasciarla.

Non potevo rimandare più: Dovevo prendere la mia vita in mano. In fondo lo sapevo già:

Avrai abbandonato l’università per sempre. Volevo dedicarmi al digital marketing.

Quando mi decisi definitivamente i miei non la presero benissimo, ma ormai non si poteva tornare indietro.

A Milano tutti mi avevano dato un consiglio, riassumibile così:

“Trovati un co-working dove esprimere le tue potenzialità e conoscere gente”.

Quando tornai a Caserta fu la prima cosa che feci con i pochi spicci che mi rimanevano…

Fu la scelta migliore che potessi fare, dopo quell’investimento di 1€ per il Flixbus per Milano.

In quel co-working sono cresciuto, ho conosciuto persone pazzesche e trovato clienti incredibili. Proprio lì nacque Alfonsino, un progetto di food delivery focalizzato su piccole città.

Erano passati anni da quell’aperitivo, ma mi imbarcai in questo viaggio con lo stesso spirito. Dove mi avrebbe portato?

Ve la faccio breve.

Dopo 3 anni dalla fondazione, Alfonsino è in oltre 400 centri in Italia e stiamo progettando una nuova espansione.

Per 2 anni mi sono occupato del customer service. Poi mi sono spostato sempre più sul marketing e tutt’ora me ne occupo per Alfonsino e altri clienti (di cui magari vi racconterò in futuro).

Marketers è stato un compagno di percorso immancabile. Ho comprato e divorato praticamente ogni corso.

Al di là delle singole strategie, ciò che mi è rimasto è una mentalità che applico ogni giorno nel mio lavoro.

Proprio qualche settimana fa, insieme a tutto il team di Alfonsino, abbiamo chiuso un crowdfunding da 350,000€.

Era il secondo per noi (il primo era da 150,000€).

Eravamo indecisi se provarci o no. Alla fine ci siamo lanciati, applicando il puro Metodo Marketers:

Abbiamo aperto una community, l’abbiamo popolata di potenziali investitori e dato valore a ciascuno di loro (in base alle diverse esigenze).

In pochissimo tempo siamo arrivati al goal. Così, ora è ufficiale, nei prossimi 24 mesi apriremo in 24 nuove città.

Questo è stato uno dei miei traguardi personali, che mi ha insegnato tanto in questo anno così complesso.

Un anno che, nonostante io rimanga un nichilista convinto, mi ha insegnato una cosa:

Non importa quanto duro e lungo sembri il viaggio, il cammino spesso ti porterà dove non ti aspetti e ti lascerà più ricco di esperienza e conoscenza.

A presto. Un abbraccio,
Francesco

Elo Usai

Leggi la storia di Elo

“È così facile che anche mia nonna potrebbe farlo”.

Sulla carta era tutto perfetto. Ero il marketing manager di un’azienda internazionale. Una casa editrice oltretutto (seppure a tema medico), con quella parvenza di lavoro creativo.

Quando però il primo giorno entrai in ufficio con la borsa della palestra in spalla, la capa mi accolse così:

“Si vede che sei all’inizio, vedrai tra qualche mese come ti passerà la voglia”.

Non aveva torto. Capii presto che scrivere newsletter per aziende dentali e medicali non faceva per me. E più crebbe questa consapevolezza, più mi allontanai fisicamente ed emotivamente dall’ufficio.

Iniziai (come tanti) chiedendo di lavorare da casa.

Vivevo e vivo con mia nonna, come molti ora sanno. Ho perso mia madre quando ero piccolo, mio nonno allora era gravemente malato e mi sentivo di dover fare di più per loro.

In quei giorni sentivo nonna in cucina che si annoiava, mentre io stavo al computer a fare cose che non mi rendevano felice.

Eravamo vicini ma distanti. Qualcosa con cui oggi molti di noi possono relazionarsi.

Successe poi un giorno che mi trovai impegnato nel “sensazionale” compito di dover promuovere tubi ricondizionati per colonscopie, e lì sentii il campanello suonare: non potevo continuare a perdere tempo con quelle cose.

Iniziò quasi per gioco. Seguivo i podcast di Dario, avevo già divorato Copymastery e iniziai a studiare anche Instadvanced. Un mese dopo l’acquisto del corso aprii un profilo Instagram.

Ora, la cosa buffa è che non lo aprii per me, ma per mia nonna Licia, di quasi 90 anni.

Lo feci per distrarla dalla depressione in cui era caduta. Parliamoci chiaro, chi l’avrebbe seguita?

E invece (contro ogni previsione) ora mia nonna è un’influencer, con quasi 100.000 follower.

Il profilo è cresciuto velocemente e sono arrivate le prime proposte di collaborazione. Poi da quando è stata chiamata come modella per un brand di gioielli polacco, è finita su tutti i giornali e in tv a Le Iene.

36 mila follower in 4 ore.

Il segreto? Nessuno pensava che si potesse fare. Che una donna novantenne potesse crearsi un seguito sui social. Questo unito a un rapporto incredibilmente forte con la nostra audience, che abbiamo costruito col tempo.

Per quanto possa sembrare folle, un giorno decidemmo infatti non solo di rispondere a tutti i dm, ma di creare un video di risposta per ogni singolo messaggio che nonna riceveva.

Immaginate di scrivere a una persona che seguite sui social, e di ricevere una risposta attraverso un video apposta per voi, in cui vi ringrazia personalmente.

Il confronto con Renato Gioia in tutto questo è stato fondamentale, è stato il mio mentore a tutti gli effetti. E lo stesso vale per Marketers, sia a livello di strategie, che di community, di aiuto e confronto continuo. Al Marketers World poi ho conosciuto persone stupende con cui sono ancora in contatto e che è stato meraviglioso incontrare anche “nella vita offline”.

La cosa curiosa è che inseguendo un sogno sono arrivato a risultati professionali che non avrei mai raggiunto se fossi rimasto nell’ambiente standard in cui mi trovavo prima.

Ora vengo citato in articoli ovunque come esperto di digital marketing, sono docente allo IED e al Gambero Rosso, sia io che nonna veniamo contattati per iniziative stupende e sto realizzando tanti altri sogni che avevo da tutta la vita nel cassetto (alcuni ancora top secret). Se prima ero io a dover cercare arrancando le opportunità, ora sono loro a bussare alla porta.

Può sembrare un cliché, ma credo che la strada incerta sia quella che può dare più gratificazioni.

Se penso al senso di sofferenza che provavo allora e alla solitudine di mia nonna, che aveva perso il marito dopo una brutta malattia, capisco che questa storia ha cambiato due vite, non una. E anzi, forse molte di più.

E ora? Il passo successivo è creare un blog di invecchiamento positivo, rivolto agli over 70 e a chi ha il compito di prendersi cura di loro. Un progetto che spero avrà un impatto positivo sulla vita di tante altre persone.

Si parlerà di temi spesso trascurati, come alimentazione per anziani, sicurezza domestica e domotica, così come di argomenti più leggeri, quali moda e viaggi per over 70.

I feedback che già mi danno più soddisfazione sono quelli di persone giovani che, ispirate da noi, ci scrivono che hanno compreso l’importanza di passare più tempo con i propri nonni. A questo proposito abbiamo anche partecipato da poco a un’iniziativa chiamata “adotta un nonno”, con l’obiettivo di connettere maggiormente anziani e nipoti.

La scoperta più straordinaria è poi che, facendo un’analisi dei nostri follower, abbiamo scoperto che ci sono tante persone anziane, che molto raramente sono su Instagram.

E questo non ci fa mai mancare il divertimento.

Ci sono settantenni che scrivono alla nonna per consigli sui rossetti. Nonna recentemente è stata anche invitata da Barbara D’Urso su Canale 5 e presentata come “la regina di Tik Tok” (piattaforma dove abbiamo video che superano il milione di views).

Credo che, al di là dei singoli risultati che abbiamo ottenuto, dare vita a un progetto insieme a una persona cara sia meraviglioso.

E la cosa più importante è sempre iniziare. Ho postato la prima foto di nonna su Instagram un mese dopo l’acquisto di Instadvanced. E le cose sono andate molto più velocemente di quanto potessi pensare.

Se posso dare un messaggio positivo per concludere questa storia, è quello di non limitarvi alla “strada sicura”.

Se posso darne un secondo: ricordatevi dei nostri nonni, non lasciateli da soli.

Ma soprattutto: se li andate a trovare, cercate di non limitarvi a scattarvi un selfie con loro, per poi passare il tempo davanti al telefono. Ascoltateli, trascorrete davvero momenti di qualità insieme alle persone a voi care.

Vi stupirete di quanta saggezza e vitalità possono darvi, anche alla tenera età di 90 anni.

Spero che questa storia possa ispirarvi. Non c’è tempo per essere tristi.

Elo

Irene Bosi

Leggi la storia di Irene

Carriera vs Vita.

Perché dovremmo scegliere?

Già dall’università di economia ti insegnano a competere con gli altri.

La curva gaussiana dei voti dice che se aiuterai il tuo vicino di banco sarai tu a rimetterci.

Il mondo del lavoro tradizionale poi è spesso il proseguimento di tutto ciò, soprattutto in Italia.

È un mondo in cui se vuoi avere successo devi dedicare al lavoro il 110% della tua vita.

Stare in ufficio fino alle 9 anche se non hai niente da fare.

Avere un atteggiamento freddo e formale con colleghi e superiori.

Rendere il tuo capo felice prima ancora di pensare a come portare risultati.

Io da un lato ho sempre amato moltissimo il mio lavoro.

Ma dall’altro queste dinamiche mi hanno sempre fatto sentire inquieta dietro a una scrivania.

Per tanto tempo ho vissuto in una città che non faceva per me.

Ho avuto poco tempo per tutte le mie passioni.

Ho timbrato cartellini su cartellini.

Chiedendomi perché dobbiamo rinunciare alla libertà di viaggiare quando vogliamo, ai nostri interessi e alla nostra personalità per poter fare carriera.

Un giorno ho deciso di cambiare vita.

Mi seguivo su Instagram con Luca Cresi Ferrari.

Lui mi vedeva uscire dall’ufficio in skate, io lo vedevo condividere contenuti di business, lavorare dalla barca, mentre era a sciare o in viaggio.

Mi sono detta: vuoi vedere che questa vita esiste davvero?

Gli ho scritto facendogli una semplice domanda:

“Come fai?”

Qualche giorno dopo ci siamo sentiti al telefono. Ricordo che mentre mi parlava di Marketers e Yoga Academy mi brillavano gli occhi.

All’epoca ero brand manager in una multinazionale e stavo per cambiare lavoro: una posizione importante e una bella carriera davanti.

Quel giorno ho deciso di pancia. Sapevo poco di Marketers, ma ho rinunciato a una scelta sicura per abbracciare l’ambiente e le persone giuste.

Oggi ciò che non mi manca del mondo corporate è che nel momento in cui entri in ufficio smetti di essere una persona.

Cambi modo di parlare, di agire, di pensare.

Per questo non potrei essere più felice della scelta di diventare brand manager di Yoga Academy.

Oggi posso viaggiare, fare sport e allo stesso tempo lavorare ottenendo risultati e gestendo progetti complessi.

Posso spingere sempre più in su l’asticella della carriera, senza rinunciare alla mia vita, ma anzi: godendomela a pieno.

Progetti per il futuro?

Continuare a far crescere Yoga Academy e parallelamente dedicarmi a ciò che ho dovuto trascurare negli ultimi anni.

Da 5 anni ogni estate mi ritaglio a fatica un po’ di tempo per andare in Sud America e fare volontariato, applicando il marketing in contesti completamente diversi dal nostro.

Sono attività che mi aiutano a diventare una persona migliore e più creativa: mi mettono alla prova come essere umano.

Concludere questa storia è difficile, perché sento che è ancora tutta da scrivere. Ma voglio invitare tutti voi a rimanere persone anche nel contesto lavorativo.

Il mondo è cambiato molto nel 2020.

Con il covid tante persone hanno messo in dubbio il modo in cui gestivano la propria vita, rendendosi conto che è bello avere tempo per se stessi.

Mentre altre si sono annoiate ad avere più tempo libero. E probabilmente torneranno a lavorare in ufficio fino alle 10, inseguendo la chimera della carriera.

Penso che sia bello ritagliarsi spazio e tempo per vivere a pieno la propria vita, secondo le proprie regole.

Per questo spero che sempre più persone decidano di farlo.

Una cosa è certa: è di queste persone che amo circondarmi.

Paolo Nenci

Leggi la storia di Paolo

“L’ombra del noce è come quella del padrone: non è buona per nulla”.

Nonno Franco lo ripete da quando sono bambino. Per anni non ho capito davvero cosa volesse dire.

Nel dopoguerra nonno aveva fondato la sua piccola azienda agricola.

Lo presero per pazzo, perché per farlo rifiutò 3 bei lavori. Non per spirito imprenditoriale o altro:

Nonno voleva vivere la vita a modo suo, con le sue galline, le sue uova, i suoi conigli…

Io sono cresciuto guardandolo come esempio e appena diplomato in agricoltura mi sono fiondato a lavorare con lui.

Era il 2010 e prestissimo ho scoperto alcune cose:

La prima? Vivere di sola agricoltura è un bel sogno, ma oggi è impossibile.

Sì, hai sempre da mangiare, però rimangono bollette da pagare e spese da sostenere.

L’altra era che in azienda non avrei potuto innovare come volevo.

Mio nonno era giustamente affezionato a quello che aveva costruito con le sue mani.

Ancora però non sapevo tutta la verità…

In ogni caso, dopo un po’, decisi di andare a lavorare da dipendente per altre aziende agricole, arrivando a guadagnare un buono stipendio.

Nonostante ciò nel 2017 ho preso una decisione inaspettata.

Mio babbo e mia mamma lavorano in altri settori, mai avrebbero potuto portare avanti l’attività di famiglia.

Così lasciai stipendio assicurato, ferie e zero responsabilità per affiancare di nuovo nonno Franco.

Ero folle?

No, adesso capivo cosa aveva sempre voluto dirmi:

Così come sotto l’ombra del noce è impossibile coltivare qualcosa, “sotto il padrone” è complicato liberare la propria natura e costruire i propri sogni…

Io sognavo in grande, ma la vita si mise di traverso.

Prima di tutto scoprii che l’azienda era in rosso.

Ogni anno nonno ci rimetteva migliaia di euro dalla sua pensione. Non potevo immaginarlo.

Vi lascio pensare come ci rimasi.

Oltre a questo, proprio a inizio 2017, venni a sapere che la mia ragazza di allora mi tradiva.

Stavamo insieme da 8 anni e convivevamo da 5.

Per mesi non uscii di casa e persi 10 chili. Non dimenticherò mai cosa mi disse suo padre:

“Paolo, devi capirla. State insieme da quando avete finito le superiori e ancora non si sa cosa vuoi fare da grande.

Vuoi fare il contadino? Ma che futuro le può dare un contadino?”.

Questa fu la scossa interiore che mi serviva ad affrontare paure e dubbi.

Soldi non ce n’erano, quindi mi rimboccai le maniche.

Con passione, dedizione e tanta umiltà andavo a curare i terreni di altri per investire qualcosina nell’ormai mia azienda agricola.

Intanto ebbi un’illuminazione…

Nei mesi passati chiuso in casa avevo scoperto diversi lifecoach italiani e, forse con una sponsorizzata, anche un ragazzotto della mia età.

Vedevo le cose che faceva questo Dario Vignali e pensavo: “Che bello!”.

All’epoca non potevo certo comprare corsi o altro.

Allora divorai letteralmente ogni suo contenuto gratuito: articoli del blog, post sui social, gruppi Facebook, video…

A una certa mi si accese una lampadina:

Ogni volta che su Facebook pubblicavo una mia foto ottenevo pochi like. Quando invece parlavo del mio lavoro in campagna c’era tanto più interesse.

Feci una piccola ricerca di mercato.

Mi resi conto che nessuno raccontava il lavoro dietro i prodotti che ogni giorno arrivano sulla nostra tavola.

Pensai quindi un format molto semplice: delle dirette Facebook mentre potavo, facevo la vendemmia e quant’altro.

Chi veniva in live mi teneva compagnia mentre scopriva qualcosa di nuovo.

Le cose iniziarono a girare.

Quei piccoli risultati mi diedero la benzina per mettermi davvero sotto nel 2018.

Feci il grande passo, comprando Instadvanced.

La notte studiavo, la mattina lavoravo in campagna e applicavo ciò che imparavo.

Per un intero anno ho fatto almeno 1 live e 1 post al giorno su Instagram.

In 12 mesi arrivai a 15,000 follower.

Certo, all’epoca si potevano ancora applicare strategie per crescere più fretta. Ma quelle strategie da sole non bastavano per costruirsi un vero seguito.

Invece io notavo che le persone si stavano affezionando a me e a quello che facevo.

Dopo poco cominciai anche a ricevere tante richieste per acquistare i miei prodotti.

Continuando a studiare e applicare, costruii il mio primo, artigianale e-commerce.

Gli altri imprenditori mi prendevano anche un po’ in giro.

In home non c’era la classica foto della campagna toscana, ma un mio primo piano e qualche riga dove raccontavo chi sono.

Era quanto di più diverso dai classici e-commerce di vini e prodotti agricoli.

La verità?

Grazie a Marketers ero riuscito a vedere dove loro ancora non guardavano.

Pur commettendo tanti errori, com’è normale che sia, ho tagliato traguardi impensabili per me:

Nel 2018, in soli 3 mesi, sono riuscito a vendere le stesse bottiglie di vino che prima vendevamo in più di un anno. Non solo: nel 2019 Gambero Rosso mi ha nominato “il primo contadino digitale italiano”.

Sono riuscito a ottenere più di quanto mai mi sarei aspettato, più di quanto avessi mai ottenuto.

Stringendo i denti, lontano dall’ombra del noce, ma a modo mio. Con la soddisfazione di star costruendo il mio sogno.

Fiero di essere un umile contadino,
Paolo.

Riccardo Zefelippo

Leggi la storia di Riccardo

Ho una tribù di Gorilla e non potrei esserne più fiero.

Fermi tutti: non vivo in Congo e non lavoro in uno zoo.

Per capire esattamente di cosa sto parlando, meglio riavvolgere il nastro a qualche anno fa:

Dopo la maturità partii per l’Inghilterra, affamato di esperienze e di indipendenza.

Sognavo di imparare diverse lingue, fare volontariato, salvare tartarughe o costruire scuole in Africa.

La vita pensò bene di darmi subito uno schiaffo in faccia, il più brutto della mia vita:

A poco tempo dalla pensione e dal suo sogno di passarla in barca, papà ci lasciò, per sempre.

Da ragazzino pieno di sogni a uomo di casa. Tutto in ventiquattr’ore.

Tornai in Italia e accettai il primo lavoro che mi capitò. Mi ritrovai in un ufficio senza finestre, davanti a una scrivania, con qualcuno che mi diceva esattamente come vestirmi e come comportarmi. Ogni singolo giorno.

Diventò presto il mio incubo peggiore.

In una delle tante notti insonni di quel periodo, a inizio 2014, qualcosa catturò la mia attenzione: il blog di Dario Vignali.

Mentre leggevo le parole di Dario, oltre a imparare strategie di marketing, vedevo una via di fuga dallo stile di vita in cui ero intrappolato.

Da lì iniziarono le vere e proprie montagne russe…

Provai a lanciare un business per mia sorella, fallendo.

Diedi le dimissioni e iniziai a saltare da un lavoro all’altro, senza meta.

Iniziai a uscire di meno con gli amici, a lanciare progetti online, a investire tutti i miei soldi e il mio tempo libero nella formazione:

Facebook Ads
Funnel
Copywriting
Social Media Management…

Dopo qualche anno le cose iniziarono a funzionare alla grande e mi ritrovai a gestire lanci da centinaia di migliaia di euro.

“Sto andando nella direzione giusta”, pensavo.

Eppure poco dopo…

Avete presente quella brutta sensazione di vuoto, ansia e demotivazione?

Sì, quella che ti colpisce dal nulla, che ti fa capire che stai sbagliando traiettoria. Di nuovo.

Scavai in profondità e iniziai a capire due cose:

Non mi piaceva avere un capo o lavorare alle idee degli altri (così accolsi il mio animo da imprenditore).

Non volevo collaborare con aziende che non condividevano i miei valori (così ritrovai il mio animo da attivista hippie).

Sono vegano, ho sempre amato gli animali e lotto ogni giorno per la sostenibilità ambientale (in ogni sua forma). Volevo ritrovare le stesse idee nei miei clienti.

Fast forward: Marketers Meetup di Roma. Siamo nel 2019.

C’è la maggior parte della Family. Il locale è stracolmo.

Evito accuratamente la folla e incontro altri due introversi: Giulia e Valerio.

Come me, sono studenti di Marketers. Tra una chiacchiera e l’altra, la serata vola via e ci salutiamo. Nessuna epifania (per ora).

I mesi corrono veloci e arriva il Marketers World di Rimini.

“Dai, venite anche voi stasera!”

Una ragazza conosciuta al World invita me e la mia ragazza a cenare al Flower Burger, insieme ad altri ragazzi (che ancora non conoscevamo). Esitiamo un po’, ma alla fine ci andiamo.

A tavola, mentre cerco di associare tutti i nuovi nomi a un volto, ne riconosco due: Giulia e Valerio.

Scopriamo di essere tutti e tre vegani, di voler essere imprenditori e di sognare di salpare con Sea Shepherd per salvare le balene dalle navi giapponesi.

Ora, tutti a questo punto avrebbero iniziato a intravedere delle chiare coincidenze.

A noi serviva ancora un segnale per decidere che era il momento di iniziare a collaborare insieme.

Il segnale in questione era il mio post di presentazione sul gruppo studenti di Business Genetics, scritto qualche mese dopo il World.

Tra i vari commenti (stavolta il destino voleva essere esplicito) c’era anche quello di Valerio.

Da quel giorno io, Valerio e Giulia abbiamo iniziato a conoscerci meglio, a fare lunghe chiamate notturne e a coltivare un nuovo progetto che è germogliato ad aprile dell’anno scorso:

Gorilla Tribe.

Un’agenzia di marketing (odiamo ancora chiamarla così) con un unico scopo: aiutare aziende e personal brand che hanno un impatto positivo sul Pianeta.

Le nostre parole d’ordine sono etica e sostenibilità.

In poco tempo lanciamo il sito e iniziamo a fare delle cold call ai primi clienti.

Boom.

La risposta è incredibile, con un magnitudo più grande di quanto ci aspettassimo:

Tanti imprenditori vogliono lavorare con noi perché si rispecchiano perfettamente nei nostri valori.

Diamo così vita a un nuovo approccio al marketing, che chiamiamo “per gli Eroi del Pianeta”.

Ah, se un’azienda ci contatta per “seguire il trend del momento”, rifiutiamo categoricamente.

È difficile farlo, specialmente all’inizio, ma sappiamo che la nostra vision è troppo importante per essere compromessa.

Perché “Gorilla Tribe”?

La risposta è semplice:

I gorilla sono animali forti, pacifici, si raggruppano in grandi tribù e vivono in armonia con madre natura.

Noi gli assomigliamo (e non potremmo esserne più fieri).

Finalmente ritrovo me stesso in quello che faccio, al 100%.

Ho avuto tanti momenti difficili nella vita, ma la cosa più importante è che non ho mai smesso di credere che esistesse una via migliore.

Ora ho la mia amata tribù di Gorilla, e non potrei esserne più fiero. E in più…

So che tutto questo è solo l’inizio.

Da un insolito imprenditore attivista hippie è tutto,

Riccardo

Luca Santoro

Leggi la storia di Luca

Ero in Cina e quella ormai era la mia routine notturna.

Di giorno vedevo condizioni igieniche e sociali che credevo impossibili nel mondo reale.

Di notte stavo steso su un vecchio letto di legno con 30 felpe addosso per riscaldarmi.

In quelle notti gelide e solitarie, mi facevano compagnia i video di Marketers.

Allora Notjustwine era una piccola pagina Instagram e stavo ancora cercando di capire come farla crescere.

In Italia? Mi aspettava una strada già spianata e pronta a essere percorsa.

Dopo la laurea il nonno mi avrebbe lasciato il ristorante di famiglia. Negli anni era riuscito a conquistare la tanto sognata chiocciola Slow Food e il Bib Gourmand Michelin.

Mi bastava entrare come socio insieme a mia mamma e il gioco era fatto. Sembrava una scelta ovvia, scontata.

Ma ora, steso su un letto di legno dall’altra parte del mondo, pensavo:

“Voglio davvero rinunciare a tutto questo e passare il resto della mia vita rinchiuso in un locale in provincia di Genova?”

Sapevo che esisteva un altro modo di vivere. Marketers me l’aveva mostrato.

Ma lasciare il ristorante sembrava ancora più impensabile che prenderlo in gestione.

Se avessi accettato, da lì a poco mi sarei potuto comprare una bella macchina, andare in discoteca nei weekend a sbocciare champagne, e andare due volte all’anno in vacanza in posti esotici e tropicali.

Dopo tutto, qual era l’alternativa?

Notjustwine era nata al secondo anno di Università, da un’idea mia e di Matteo, un mio compagno di corso.

In un anno e mezzo, grazie alle esperienze dei tirocini e alle lezioni di Instadvanced e Instaonfire, eravamo riusciti a farla crescere parecchio.

Le persone amavano ascoltare ciò che imparavamo negli stage universitari. Io raccontavo le mie avventure in Cina, India e Georgia. Matteo le sue in Colombia, Francia e Croazia.

Pian piano avevamo raggiunto 30.000 followers e chiuso le prime collaborazioni come influencers.

Un risultato incredibile per noi. Un bel passatempo (destinato a rimanere tale) per le nostre famiglie.

Arrivato al terzo anno di Università, nel 2018, la domanda “cosa farai dopo la laurea?” iniziava a pesare.

Finiti gli esami, a settembre decisi di andare a vivere a Milano e costruire una rete di contatti (poi fondamentale per aprire Notjustwine dal punto di vista fiscale).

Nel mentre il nonno mi aspettava.

Matteo invece aveva ricevuto l’opportunità di una vita: iniziare a lavorare per Eataly, direttamente a New York.

Il dilemma era questo: sicurezza o libertà?

Sapevo che l’unico modo per essere liberi era quello di costruirsi la propria strada.

Ma costruire la propria strada è tutt’altro che semplice.

Nei mesi precedenti alla laurea io e Matteo abbiamo iniziato a spingere a cannone: io mi formavo sul marketing digitale grazie ai corsi di Marketers, lui seguiva corsi da sommelier e di specializzazione nel mondo Food & Wine.

C’era anche un piccolo (enorme) problema da risolvere: Matteo non era sicuro di continuare la nostra impresa.

Eataly è una delle multinazionali più importanti del mondo enogastronomico. Notjustwine era una piccola pagina Instagram con qualche migliaio di followers.

Eppure il progetto continuava a crescere, i risultati iniziavano ad arrivare…

Dopo i primi lavori, eravamo certi di una cosa: il mondo del vino aveva enormi problemi di comunicazione.

E (cosa più importante) sapevamo che, con le nostre competenze, potevamo davvero riuscire a colmare questo gap.

Nel 2019 arriva la laurea e decidiamo di fare il grande salto: lanciamo ufficialmente il brand Notjustwine.

Registriamo il marchio, apriamo partita iva…

Ci proponiamo prima come consulenti di comunicazione, poi come consulenti di marketing.

Conquistiamo i primi clienti, e nel mentre costruiamo una community di appassionati del mondo del vino.

In un attimo, arriva la fine dell’anno.

“Ok, è il momento.”

Dopo mesi di riflessione e incertezza, trovo finalmente il coraggio di vendere il ristorante del nonno (sotto gli occhi terrorizzati della mia famiglia). Matteo rinuncia ad Eataly e a New York.

E da allora… Non siamo più tornati indietro.

Adesso?

Notjustwine è un brand avviato, con 6 collaboratori sparsi per l’Italia (l’età media è di 24 anni), più di 20 clienti e una delle community di Food & Wine più grandi d’Italia.

Sono riuscito a comprare quell’auto tanto voluta, ho preso casa, e ho costruito una famiglia, con la mia compagna e mio figlio.

Ora quando mi guardo indietro sorrido.

A volte abbiamo così paura dell’incertezza che la strada tradizionale ci sembra l’unica da poter percorrere.

Ma se abbiamo il coraggio di prendere la via più incerta, quella minata e in salita, beh…

Ci accorgiamo che molte delle nostre paure sono solo illusioni infondate.

Abbiate sempre il coraggio di rischiare.

Al prossimo calice di vino,

Luca

Nicola Savino

Leggi la storia di Nicola

Mia madre cascò a terra, svenuta.

Ora lo racconto ridendo, ma mentre chiamavo l’ambulanza mi tremavano le mani. Ad essere sincero, potevo aspettarmelo.

Era dicembre 2008. Mancavano pochi giorni a Natale.

Ero tornato a casa prima del solito e, per fare una sorpresa alla mia famiglia, non avevo avvertito nessuno.

“Nicola, che bello vederti! Come mai sei rientrato così presto?”
“Mamma… Mi sono licenziato da IBM.”

Erano gli anni della crisi economica e avevo appena lasciato il mio posto fisso in una grossa multinazionale.

Com’ero arrivato a quella decisione?

Fino ad allora avevo seguito il percorso classico: fai il bravo a scuola, prendi la laurea, cerca posto in azienda e restaci fino alla pensione.

Tutto chiaro.

All’Università avevo scelto ingegneria informatica e, prima di laurearmi, avevo fatto da assistente a un professore universitario.

Durante quell’esperienza, ero riuscito a sviluppare un software che permetteva di sviluppare codici e l’avevo reso in cloud (roba da informatici).

Il prof l’aveva fatto notare a IBM e…

BOOM!

Nel 2007, fresco di laurea, avevo un contratto a tempo indeterminato tra le mani. Ero al settimo cielo. Non tanto quanto mamma, ma quasi.

È andato tutto liscio per circa due anni. Poi, per fine 2008, nacque un’altra idea: mollare tutto e diventare imprenditore.

Così, a gennaio 2009, mentre tutti in Italia chiudevano, decisi di aprire la mia ditta individuale.

Volevo aiutare le aziende a digitalizzare i propri processi aziendali. Oggi è la normalità, allora un’utopia.

In famiglia non avevo imprenditori, nessun riferimento. Sapevo solo che avrei dovuto affrontare tanti ostacoli.

Arrivarono subito.

Per riuscire a stare dietro alle tasse, dovevo fare anche un altro lavoro. Non mi piaceva, ma mi dava le risorse per continuare.

Oltre alle difficoltà economiche, c’erano anche i consigli preoccupati di amici e parenti:

“Nico, è passato un anno e ancora non hai combinato nulla di serio, sei proprio sicuro di voler andare avanti?”

Cosa potevo rispondere?
Certo che lo ero, dovevo esserlo.

Per raggiungere il mio obiettivo stavo sacrificando tutto: weekend, sport, stabilità economica.

Continuavo ad andare avanti, passo dopo passo. Tanti furono passi falsi. Vi dirò, tutti questi “ostacoli”, alla fine, si sono rivelati cruciali. Mi hanno insegnato il valore della costanza.

Perseverare è come costruirsi la propria fortuna da soli: prima o poi, se insisti, le cose esploderanno. È quello che è successo.

A fine 2011, dopo tanto duro lavoro, prese vita l’azienda che avevo sempre sognato.

Raggiungere un traguardo simile ti cambia la vita. Ti fa camminare a tre metri da terra. Non immaginavo cosa sarebbe successo subito dopo.

Mi sentii svuotato.
“E adesso, che si fa?”

La verità è che nessuno di noi si sentirà mai arrivato. È nella natura umana. Affrontiamo infinite transizioni, ognuna delle quali ci rende sempre più forti e consapevoli.

La mia transizione da dipendente a imprenditore, seppur lenta, è stata quella (per ora) più importante e profonda.

Dico spesso che ha “aggiunto dei tasselli al mio dna”, un po’ come si racconta in Business Genetics.

Oggi, dopo tanti anni, siamo una holding con più di 30 dipendenti.

Io, nel mentre, ho capito che la vita è un percorso fatto proprio di sacrificio e resilienza. Un percorso che – con tutte le sue infinite transizioni – alla fine è sempre in crescendo.

Buona crescita,
Nicola

Alessandro Trabassi

Leggi la storia di Alessandro

La mia vita era una linea piatta.

Subito dopo la laurea, entrai in un’azienda pubblica e ci rimasi per anni.

Ero riuscito a togliermi qualche soddisfazione, fummo il primo comune del Lazio ad avviare una pagina Facebook, ma niente di più.

Studiai comunicazione in periodo difficile, internet era ancora agli albori e il marketing digitale non esisteva.

Un giorno, per caso, vidi un’inserzione di Dario su Facebook. Me la ricordo ancora:
“Vuoi a iniziare a guadagnare con le tue passioni?”
Dopo dieci anni di apatia, quella semplice domanda mi sembrava uno scherzo, una battuta ben confezionata.
Eppure, non riuscivo a togliermela dalla testa.

Ci pensai per giorni.
Quando mi vestivo per andare a lavoro. Quando mi sedevo davanti a un pc a fare cose estremamente noiose. Quando controllavo compulsivamente l’orologio sperando che segnasse le 17:30.

Potevo davvero costruirmi una nuova carriera?

Avevo 35 anni, vivevo a Roma con la mia compagna e l’affitto rubava un terzo del mio stipendio.
Per riuscire a comprare Copymastery dovetti chiedere i soldi a mia mamma.

Non esagero se dico che quel corso mi ha cambiato la vita.
Mi fece vedere cose che credevo impossibili, mi lasciò la testa traboccante di possibilità.

Eppure non sapevo come realizzarle.
Non mi sentivo pronto né in grado di propormi come copywriter. Dovevo trovare un’alternativa.

Ma cosa?

Iniziai a fare incetta delle mie passioni, cercando qualcosa che potessi davvero condividere con il mondo.

Alla fine trovai la risposta, la mia risposta: le scommesse sportive. Respiravo quell’universo a pieni polmoni da quando ero ragazzino.
Partii con un semplice canale YouTube.

Non avevo studiato molto, solo Copymastery e altri due libri di marketing.
Né avevo soldi da poter spendere in advertising (che in realtà non mi servivano, perché non si può fare ads sul betting online).

Il traffico arrivava tutto in organico e – con mia grande sorpresa – le persone amavano quello che condividevo.

Prendevo il tempo da dedicare alla community da dove potevo.
Alle 6 di mattina prima di andare a lavoro, o la sera prima di coricarmi a letto.

Continuai così per un anno, senza avere grossi ritorni economici. L’unico carburante era la passione.

Nel mentre pubblicai anche un ebook su Amazon, che divenne il libro di calcio più venduto d’Italia, sorpassando persino la biografia di Ibrahimović.

Nell’ebook spiegavo il mio metodo matematico di fare scommesse, sviluppato con un mio amico (un professore universitario di statistica).

Riportammo i calcoli su un foglio excel.

Ora, dovete sapere che la lezione che più mi ha cambiato la vita di Copymastery è stata quella sul “packaging mentale” di un prodotto.

All’inizio comunicavo il foglio per quello che era: un foglio excel.

Eppure ero sommerso da riscontri positivi. Alcune persone mi dicevano che gli avevo cambiato vita: dopo anni di soldi buttati, riuscivano finalmente a vincere.

Capii che serviva un nuovo nome.
Lo chiamai “Super Foglio, un software sviluppato tramite excel”.

È difficile credere che quella piccola differenza sia stata il punto di svolta per la mia carriera online.

Ma quell’anno, grazie al Super Foglio, guadagnai in due mesi l’intero stipendio annuale che ricevevo dall’azienda. Dopo anni di perseveranza, vidi il primo vero risultato.

… E ora?

Sono riuscito a sviluppare un software vero e proprio e ho trasformato il mio progetto in un’azienda individuale.

Ho lasciato il mio lavoro in ufficio? No, mi dispiace deludervi.

Forse in futuro cambierà qualcosa, ma finché potrò fare tutto da remoto, non ho alcuna intenzione di mollare.

La felicità può essere anche questo: trovare il proprio equilibrio tra un posto fisso e la propria passione.

Sapete, nel corso della mia carriera, ho scommesso centinaia, migliaia di volte. Alcune volte ho vinto, altre volte ho perso.

Ma c’è solo una scommessa che mi ha cambiato davvero la vita: quella su me stesso.
Vi auguro quindi di fare lo stesso,
Alessandro

Alessia Scognamiglio

Leggi la storia di Alessia

Lucrezia è sempre stata nella mia testa.

A dirmi cosa non potevo fare, a suggerirmi che non ero all’altezza, a martellarmi con qualsiasi insicurezza mi passasse per la mente.

Credevo a ogni sua singola parola.

Chi era?

La voce dei miei dubbi, la mia personale sindrome dell’impostore.

Si presentò per la prima volta all’università, mentre studiavo psicologia clinica.

“Quando sarete di fronte a un paziente, ragazzi, cambierà tutto: vi racconterà la sua vita senza filtri e nessun libro vi potrà mai preparare a quel momento.”
Fermai la penna, alzai lo sguardo dagli appunti e fissai il professore per qualche secondo.

“Ma cosa credi? Non riuscirai mai ad aiutare qualcuno.
Figurarsi, tu che non riesci nemmeno ad aiutare te stessa.
No, no. Non ce la farai mai. Vedi, l’ha detto anche il prof, i libri non ti bastano.
E l’empatia? Se ci pensi bene, non hai nemmeno quella… Poveraccia. Meglio lasciar stare.”

Cambiai strada.

Dopo la triennale, mi tuffai nella psicologia per il marketing e la comunicazione.
Un mondo dinamico, affascinante.

Iniziai a seguire Dario Vignali e Marketers, a divorare corsi su corsi. Seguivo la mia curiosità e la curiosità mi portò lontano.
Startup, Trivago, la Germania, la Spagna. Non lo nego, ero inarrestabile.

Ma perché? Cosa c’era di diverso?
La verità è che nel marketing avevo un feedback immediato: capivo subito cosa funzionava e cosa no.

Soprattutto non avevo tra le mani la vita di un’altra persona.
Lucrezia taceva e io mi sentivo libera.

Eppure…

Qualcosa – come diciamo a Roma – tornava sempre a “ricicciare” fuori:

“Sei la psicologa del team!”
Era la frase che mi sentivo ripetere più spesso. Per un po’ di tempo cercai di ignorarla.
Potevo davvero fare un passo indietro dopo tanti passi in avanti?

Lo feci…

Presi un aereo per l’Italia, affrontai l’Esame di Stato e la scuola di specializzazione specializazione e diventai psicologa clinica ad orientamento strategico.

Almeno, così diceva la carta.

Tornare in quel mondo significava anche tornare a fare i conti con Lucrezia e le sue insicurezze, dopo anni interi.
Stavolta, decisi di affrontarla di petto, a colpi di carta e penna.

Ogni mattina, per molti giorni, le lasciai 10 minuti per sfogarsi. Trascrivevo ogni sua parola su un foglio, in modo meccanico.

Quello che successe dopo qualche settimana fu magia pura…
… mi stufai semplicemente di ascoltarla.

Dovevo aspettarmelo:
la voce dell’impostore è noiosa, ripetitiva, si aggrappa sempre alle stesse debolezze.

Presto non le si crede più e lei perde la parola.

“Forza, sentiamo perché non dovrei essere in grado di farcela.”

Nessuna risposta.

Dopo tanti anni, quando un cliente bussa alla porta e mi racconta la sua storia, sono fiera di poterla ascoltare.

Mi rivolgo a freelance, creator e piccoli imprenditori. Sono stata al loro posto e conosco i loro problemi.

Lucrezia non mi frena più. Mi aiuta solo a tenere i piedi per terra.

Prima controllava la mia vita…
…ora sono io a controllare lei.

Sapete, l’impostore è solo una brutta voce da mettere all’angolo. Lo si fa una volta, e non si sposta più.
Basta farla stancare un po’ (e darle un nome antipatico).

Da me (e Lucrezia) è tutto,

Alessia

Cristian Disisto

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“È questo che pensate di me? Ok, accetto la sfida!”

Era il mio pensiero fisso dopo la bocciatura. Giocavo a calcio da professionista e il tempo per studiare era poco.

L’anno dopo ero il migliore della classe. Proseguii con due lauree in ingegneria.

Ma fare il dipendente non faceva per me. I primi mesi partivo a cannone, stravolgevo ogni cosa in azienda. Poi lentamente gli stimoli venivano a mancare.
Sotto sotto sapevo di voler costruire qualcosa di mio, ma non era semplice fare il passo.

Qual era il modo per vivere la vita dei propri sogni?

L’altra costante nella mia vita era lo sport. Già a 13 anni, mentre ero in vacanza con i miei, mi svegliavo alle 5:30 di mattina per andare a correre in spiaggia.

Ho sempre avuto la mentalità del duro lavoro e del sacrificio.

Nel 2015 abbandonai il lavoro da dipendente. Da allora, per un anno intero, pubblicai ogni giorno un nuovo video sul mio canale YouTube.

Era il coronamento di un percorso iniziato molto tempo prima per capire come combattere la psoriasi, malattia della pelle di cui soffrivo da anni.

Ne avevo abbastanza di pomate che agivano solo sui sintomi della malattia, sapevo che il cibo era molto importante.

In quel periodo che scoprii la dieta chetogenica e iniziai diversi master: allenamento funzionale, ciclo del sonno, respirazione, gestione dello stress, PNL…

Fu una rivoluzione. Così iniziai a trasmetterla online.

YouTube e gli altri profili crebbero velocemente, ma non sapevo che farci.

È qui che entrò in gioco Marketers. Seguii tutti i corsi, analizzai ogni lancio nei minimi dettagli. E replicai le stesse strategie sul mio pubblico.

“Allora è vero, ce la si può fare!”.

Da lì è nato prima Ketolife e, qualche tempo dopo, l’e-commerce Ketofood.

Non dico mai alle persone “fate questo, io ho la verità”. Solo, chi è interessato a questi argomenti sui miei canali può trovare informazioni importanti.

Sono ancora un ingegnere: non ottimizzo più le macchine, ma l’essere umano.

E so che la fatica è la strada maestra per ogni grande risultato. Sia per un corpo sano che per un business digitale.

Sorrido quando penso che era già tutto scritto lì, in quelle sveglie alle 5:30 di mattina a 13 anni…

Cristian

Emanuele Amodeo

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Il mio destino sembrava quello da sempre.

Venivo da una famiglia di medici e tutti si aspettavano che quella sarebbe stata la mia strada.

Io però seguii una passione, scelsi la filosofia.

Il mondo digitale mi aveva affascinato da sempre: a 10 anni avevo aperto il mio primo blog (su Dragon Ball).

Arrivato all’università, ne aprii uno sulla filosofia.

Iniziai a studiare il mondo della SEO e delle affiliazioni, ma con scarsi risultati.

Quell’esperienza però mi fece capire una cosa:

A cosa servono davvero gli studi umanistici.

Chi studia l’essere umano ne conosce le più grandi paure, sa cosa lo smuove, capisce cosa l’infiamma. Non è questo lo scopo del marketing?

Mentre continuavo gli studi, iniziai a lavorare per il giornale di un amico.

Contro ogni aspettativa, in 6 mesi ero a capo della redazione e portai il giornale ad essere il terzo giornale online più letto della Sicilia.

Venne poi la volta di un lavoro come consulente in Google, l’apertura di alcuni money blog e della mia prima agenzia di comunicazione.

Eppure, mancava qualcosa.

Non fraintendetemi: ero soddisfatto dei miei risultati e di quello che avevo raggiunto. Semplicemente, aspettavo la prossima svolta.

Mi venne in aiuto un post su Facebook.

Dario Vignali cercava qualcuno che si occupasse del blog wearemarketers.

Dalla filosofia avevo imparato a guardare la realtà e a reimmaginarla in modi folli e innovativi.

Così la mia candidatura fu una “Guida su come farsi assumere da marketers per scrivere guide”.

Da lì a poco tempo insieme a Dario e Luca avremmo fondato Marketers Accelerator.

Oggi, dopo la laurea in filosofia dirigo Marketers Accelerator (e tutto l’ecosistema che ci sta sotto: Yoga Academy Srl, Giulia Calcaterra Srl, A-Commerce Srl…).

Ho capito che l’eccellenza nasce dalla divergenza, dall’osare.

Nessuna laurea ti insegna davvero a fare qualcosa.

Ma saper raccogliere ciò che si è studiato per poi portarlo nel proprio lavoro è ciò che fa la differenza.

L’importante è andare oltre l’apparenza delle cose, è scavare in profondità.

Nicola Colle

Leggi la storia di Nicola

Ero arrivato a un bivio.

Da una parte c’era il mio lavoro da dipendente.

Dall’altra c’erano i miei primi clienti e la possibilità – dopo anni di lavoro – di concretizzare i miei sogni.

Dopo le superiori ero entrato in un’azienda come progettista d’occhiali.

Era una vitaccia.

Sveglia alle 6. 40 km in auto. 8 ore in ufficio e poi, per 3 sere a settimana, il lavoro in palestra fino alle 10 di sera.

Allenare le persone mi piaceva, ma c’era un problema: guadagnavo 5€ all’ora.

Anche se l’avessi fatto per 10 ore al giorno, non sarebbe bastato.

Non solo. Io e la mia ragazza volevamo una bambina: se avessi lavorato così tanto, come potevo vederla crescere?

Il primo passo verso l’indipendenza è stato diventare personal trainer.

Per due anni ho continuato a lavorare in palestra (dopo lavoro) e ho creato la mia piccola rete di clienti.

Ma avevo un limite: il tempo.

Un anno dopo ho incontrato personal trainer che grazie al digitale giravano il mondo e guadagnavano cifre da capogiro…

Ricordo di aver pensato “se ce la fanno loro, perché non posso farcela anche io?”

Ho scoperto Dario Vignali, ho iniziato a studiare digital marketing e a far crescere i miei canali online.

Pian piano sono riuscito a ottenere i primi clienti gestiti completamente da remoto.

Nel mentre, continuavo il mio lavoro come progettista.

Mi sentivo spaccato a metà: pronto a spiccare il volo, ma trattenuto a terra dal mio contratto a tempo indeterminato.

Non ho mai creduto nella filosofia del “bruciare i ponti”.

Prima di fare il passo – l’unico che ritenevo possibile – ho aspettato di accumulare abbastanza soldi per vivere due anni senza lavorare.

Avevo quasi tutta la mia famiglia contro.

Ma sapevo che quella vita non mi apparteneva.

Alla fine l’ho fatto.

Ho lasciato il mio lavoro da dipendente e mi sono catapultato nella mia avventura online.

A dicembre dell’anno scorso ho finalmente fondato la mia azienda. Assieme al mio team ora gestisco più di 600 persone.

La mia ragazza lavora con me. Abbiamo un lavoro che amiamo, tempo da dedicare a nostra figlia Azzurra e tempo per vivere la nostra vita con serenità, ai nostri ritmi.

Questo per me è il successo più grande.

Nicola

Alessandro Vercellotti

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Giurisprudenza o giurisprudenza?

A volte penso che non avessi molta voce in capitolo.

Mio padre era notaio e da quando ero nato tutti si aspettavano che facessi lo stesso.

In realtà avevo già una grande passione, quella della comunicazione. Ma per qualcuno nato negli anni ‘80, quello era un mondo ancora troppo distante.

Alla fine sono diventato avvocato.

Gli anni a seguire sono passati tranquilli. Avevo un lavoro sicuro, una moglie e una vita serena.

Arrivato a 33 anni, l’illuminazione. Non riuscivo a togliermi dalla testa una domanda:

“La comunicazione è ancora solo una passione? O può diventare qualcosa di più?”

Era tempo di capirlo. O allora, o mai più.

Dovete sapere che quando scelgo di fare qualcosa però, non conosco mezze misure.

Ho lasciato il mio lavoro e per un anno mi sono dedicato unicamente alla mia formazione.

Master, corsi, social media management, growth hacking…

C’era solo un problema.

Arrivato a ottobre 2017, il mio conto in banca segnava €7,30.

Certo, il marketing mi piaceva. Ma avevo dedicato più di 10 anni della mia vita a un’altra professione e avevo una famiglia alle spalle da mantenere.

Cosa potevo fare?

A gennaio 2018, armato di un enorme scaldacollo e la fotocamera del cellulare, decido di girare il mio primo video per Linkedin sulle mura di Lucca.

Cinque ore dopo, il mio video da un minuto e mezzo era pronto.

Parliamoci chiaro: tre anni fa gli avvocati non pubblicavano nemmeno un post sui social. Era troppo poco professionale.

Un video? Follia.

Ma forse proprio per quel motivo, il video iniziò a girare, sempre di più. Così tanto che mi portò il mio primo nuovo cliente come avvocato del digitale.

Da allora ne è passato di tempo.

Ora di video ne ho pubblicati a centinaia, ho il canale Telegram su tematiche legali più grande d’Italia e l’anno scorso il mio studio legale ha vinto il premio Boutique d’eccellenza per il diritto della rete. È lo studio legale più giovane ad aver mai vinto questo premio.

Ho trovato la felicità in un compromesso:

Lavoro con aziende che si occupano di marketing e comunicazione grazie alle mie competenze legali.

“La tua carriera è finita” era la frase più gettonata dopo il mio primo video su Linkedin.

Beh, voi sapete com’è andata a finire.

Alessandro

Luca Biondi

Leggi la storia di Luca

Quando l’agenzia è fallita, ho capito che ero in un grosso guaio.

Avevo una macchina da pagare e pochi risparmi da parte: ricominciare gli studi era fuori discussione.

Così ho colto la prima occasione che mi è capitata, un lavoro come operaio.

Era successo tutto così in fretta…

Dopo il tirocinio l’agenzia mi aveva assunto come grafico, per chiudere il mese dopo.

“Non riuscirò mai a realizzare nulla”, pensavo.

Era dalle superiori che desideravo creare qualcosa di mio. Riconoscevo quel fuoco negli occhi dei miei insegnanti che facevano anche i freelancer.

Per ora era un ricordo lontano.

Sapevo però di avere una vecchia conoscenza che poteva aiutarmi a fare chiarezza.

A settembre 2019 ho incontrato Omar (Bragantini) per la prima volta.

Di cosa abbiamo parlato? Di vita.

Quella davvero libera, degna di essere vissuta. E di come il digital marketing fosse una delle strade per raggiungerla.

Dopo la chiacchierata ero pronto a stravolgere tutto.

Pochi mesi dopo ho aperto partita IVA, senza alcun tipo di appoggio e senza alcun cliente alle spalle.

Non importava.

Parallelamente ho iniziato a esplorare l’universo Marketers. Facebook Advanced, Copymastery…

Non avevo mai studiato così tanto in vita mia.

“E se ci proponessimo alle estetiste per aprire i loro ecommerce?”

Fu mio zio (direttore di una casa di cosmetici) a farmi la proposta.

Perché no?

Era il mio primo assaggio di vita imprenditoriale.

Non è passato troppo tempo prima che i clienti ci chiedessero anche di gestire gli ecommerce.

Io conoscevo la teoria, non la pratica. Ero spaventato.

Ma è proprio grazie alla paura che ho capito che quella era la cosa giusta da fare.

Ho pensato: “Se questo funziona, se ne sono capace, non posso occuparmi di altro”.

Così è stato.

Sono arrivati i primi lanci e ora anche successi da decine di migliaia di euro.

Tutto quello che ho fatto è stato frutto di un desiderio: quello di essere libero.

Libero di lavorare da dove voglio, quando voglio. Libero di vivere il lavoro come sostegno alla vita che sto costruendo, e non il contrario.

Io la chiamo “mentalità Vignali”, voi chiamatela come volete.

Non avrò ancora raggiunto milioni di euro di fatturato, ma ho solo 22 anni e lo stile di vita che ho sempre sognato.

Luca

Massimiliano Allievi

Leggi la storia di Massimiliano

Prima di andare in America avevo le idee chiare.

Finire gli studi, entrare in uno studio come dipendente e godermi lo stipendio.

Ero cresciuto con quel modo di pensare. Non credevo ce ne fossero altri.

Immaginate il mio shock all’arrivo in California:

per il campus giravano studenti di tutto il mondo, con idee e stili di vita diversi, ma con la stessa brama di realizzare i propri sogni.

Facebook era appena nata, eppure lì già ce l’avevano tutti.

Per la prima volta incontrai persone che gestivano un “side-hustle” o che aprivano una startup subito dopo il college.

Era come togliersi una benda dagli occhi dopo una vita intera.

Mio fratello stava vivendo la stessa esperienza a New York.

Tornati in Italia, ci siamo laureati, siamo diventati commercialisti e abbiamo aperto il nostro studio.

Eravamo pronti a conquistare il mondo.

La realtà però era un’altra, fatta di gerarchie decennali, studi inarrivabili e guerra di prezzi.

Passarono due anni.

Un giorno andammo a uno dei soliti convegni del settore.

Una notaia parlò della sua pagina Facebook e di come riusciva ad attirare clienti con le ads online.

Per i nostri colleghi era ridicolo. Per noi, una via verso la salvezza.

Provammo a spendere 50€ in ads.

Il primo cliente si presentò in studio pochi giorni dopo.

Incredibile!

Dovevamo saperne di più. Divorammo blog di Dario, eventi, corsi di formazione.

Ricordo ancora quando abbiamo trovato il primo cliente da gestire totalmente online:

“Per me non c’è problema, ragazzi”.

Fu una rivelazione. Il nostro sogno (costruire uno studio di commercialisti digitale) era realizzabile.

Qualche mese dopo arrivò un’altra conferma, stavolta dai social:

200.000 views su un video YouTube in poche settimane.

Centinaia di ore di studio e le nostre scelte non convenzionali portavano frutti.

Da quel giorno ad oggi sono passati tre anni.

I nostri canali social sono esplosi (da poco abbiamo raggiunto 1 milione di views su un video TikTok) e contiamo clienti in ogni provincia d’Italia.

Cosa ci aiutato di più?

A tutti i “chi mai lo farebbe?” abbiamo sempre risposto “perché non provarci?”.

La soluzione a volte è dietro un cambio di prospettiva.

Massimiliano

Ivan Butera

Leggi la storia di Ivan

Era il 1992. I miei mi misero per la prima volta davanti a un pc.

Anni dopo, alle medie, già sfogliavo riviste d’informatica e costruivo i miei primi siti web.

Dall’altra parte nasceva il mio amore per la musica. La chitarra, la band con gli amici…

Per la band realizzai grafiche, sito web e account MySpace.

Ancora non lo sapevo, ma quello era il mio primo approccio alla comunicazione.

Fu un tirocinio ad aprirmi gli occhi:

iniziai a lavorare in un’agenzia di eventi e comunicazione. Organizzavamo eventi con centinaia di ragazzi e artisti emergenti da tutta Italia.

Era il lavoro dei miei sogni, così lasciai l’università per continuarlo.

Nel mentre…

Passavo serate intere a osservare il mercato musicale americano.

Mi affascinava come le star internazionali avessero una presenza online estremamente curata.

Siti web, canali social, fan club.

Mi chiedevo:

“Perché in Italia nessuno fa lo stesso?”

Nascevano sempre più agenzie social, ma nessuna si occupava di musica.

Dopo 5 anni presi coraggio. Mi licenziai e aprii P.IVA.

Volevo portare in Italia quello che vedevo dagli States.

Iniziai a scrivere a tutti i contatti che avevo, a cercare quelli che non avevo, a contattare grandi nomi del mercato italiano.

Centinaia di mail dopo, qualcuno rispose.

Era uno dei Big della musica italiana, che aveva bisogno di “un ragazzo per i social”.

Diventò il mio primo cliente.

Da allora ne sono successe di cose…

imSocial (la mia agenzia) segue Artisti come Zucchero, Gianna Nannini, Piero Pelù, Gigi D’Alessio, Modà e Fabrizio Moro.

L’anno scorso invece ho scoperto Marketers.

Ho sempre preferito imparare facendo, ma Marketers mi ha acceso una scintilla che non sapevo di avere.

Ho ricominciato a studiare, approfondire, con l’obiettivo di portare la stessa innovazione nel mio settore.

10 anni fa cercavo di convincere gli artisti a investire sulla loro presenza online.

Ora cerco di convincerli a cambiare il loro approccio al web e creare il loro ecosistema digitale.

Ho respirato musica giorno e notte per oltre 15 anni… Posso dire di aver realizzato i miei sogni.

Ma ogni giorno mi sveglio con un sogno nuovo, e con la stessa passione degli inizi.

Ivan

Mattia Bonetti

Leggi la storia di Mattia

Quando sei sul campo, non conta solo la tua abilità.

Conta il gioco di squadra, la fiducia che metti nei tuoi compagni, quanto sei disposto a sacrificare te stesso per il bene di tutti.

Questa mentalità da rugbista mi ha accompagnato per tutta la vita.

Sono nato (professionalmente) come geometra, ma poi ho capito che quel titolo mi stava stretto.

Ho accettato una nuova sfida in una start-up di Ferrara. Al mio ingresso, nel 2012, c’eravamo solo io, una segretaria e il titolare.

Dopo 8 anni, i dipendenti erano 30 e il fatturato registrava 3.5 milioni di euro.

Si può dire che sono cresciuto con l’azienda.

Negli anni ho gestito clienti esteri, imparato a coordinare più persone e mi sono occupato di aspetti tecnici, commerciali e marketing.

Alla fine sulla mia targhetta c’era scritto R&D e Product Manager.

La passione per la leadership in realtà l’ho sempre avuta, e assieme a lei quella per il digital marketing.

Sapete, conosco Dario da tanti anni. Ho visto crescere prima la sua persona e poi tutto l’ecosistema Marketers.

Nel 2018 ho aiutato la Family dietro le quinte del Marketers World.

Passati quei tre giorni, ho capito che dovevo assolutamente far parte di quel gruppo di pazzi scatenati.

La faccio breve.

Dopo 2 anni di contatti con Luca Cresi ho lasciato la vecchia azienda e sono entrato in Marketers come Project Manager.

Per me è stato sfidante.

Sapevo non sarebbe stato semplice inserirmi, specialmente senza il contatto fisico con le persone e l’empatia che puoi creare.

Credo che il compito più importante di un Project Manager non sia controllare. Ma mediare, leggere tra le righe, dare supporto.

In Marketers ho cercato di portare alcuni dei valori più importanti che ho imparato sul campo da rugby.

Mi sono inserito con attenzione, puntando sul dialogo e sul sacrificio per uno scopo comune.

Per me il lavoro è un prolungamento del mio essere.

Ho bisogno di sentire di appartenere a una missione condivisa, di essere coinvolto e soprattutto di amare quello che faccio.

Credo che le persone con cui collaboro debbano sentire lo stesso.

È la mia missione.

Qui in Marketers siamo una famiglia. Ed è proprio questo quello che cercavo.

Mattia

-3 settimane al connect

Il conto alla rovescia continua: manca poco, sempre meno.

Connect è il Retreat Digitale targato Marketers durante il quale imparerai a vedere ciò che gli altri non vedono per fare ciò che gli altri non fanno.

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